La destra Dio-Patria-Famiglia non c’è più, ma il suo opposto dilaga

Marcello Veneziani ha pubblicato un libro con la Mondadori  l’anno scorso che riprendeva, con semplicità e senza retorica, il famoso trittico di valori generalmente riconducibile alla destra e ormai in evidente declino. Partecipando a una presentazione del libro, Veneziani mi raccontò di un giornalista Rai che lo aveva chiamato incredulo perché, avendo proposto una recensione del volume in una rubrica radiofonica, si era sentito rispondere tra gli scherni «ma perché, c’è ancora gente che crede in queste stronzate?». E infatti è un dato acquisito dalla cultura dominante – che anche tra di noi è molto più dominante di quanto crediamo – che i tre termini e i valori connessi siano desueti, e per decenni si è usato – ribadisco, anche tra “noi” – l’immagine della “destra tutta Dio Patria e Famiglia” come qualcosa di ridicolo, squallido, uggioso, da cui prendere le distanze. E le abbiamo prese così bene che oggi tanta gente “di destra” o ritenuta tale si sente in dovere di fare dei distinguo almeno sull’intensità con cui aderire a questi valori. Tutto un insieme di “sì ma…” e “ma anche…” che sottolineano semplicemente quanto la convinzione che questi concetti siano socialmente imbarazzanti sia radicata. E questo non è perché siano degli argomenti di cui non sia più interessanti dibattere, ma perché la loro antitesi ha bellamente trionfato, a mani basse. Il riferimento alla Patria è tornato “accettabile” solo da quando la sinistra si è ritrovata al potere e ha avuto la necessità di rimuovere l’immagine antinazionale e anti-patriottica che aveva così bene interpretato nei momenti più salienti della nostra storia. Gli ex comunisti sono diventati patriottici, ma solo nelle funzioni istituzionali e dandosi una riverniciata piuttosto superficiale. Dio è bandito dalla nostra esistenza. La religione è superstizione ottusa, la scienza ha preso il suo posto in maniera così maggiormente superstiziosa che se un sismologo non ha previsto un terremoto finisce in carcere, così come in una tribù primitiva sarebbe stato sacrificato al vulcano il santone che non ne aveva previsto l’eruzione. Per far rispettare un Papa bisogna raccontare che gira in metropolitana. Appartenere a una terra è  provinciale o peggio ancora sciovinista, essere fiero della propria appartenenza vuol dire essere razzista e quando si arriva al matrimonio e alla famiglia basta dire una cosa così banale come quella di pensare che si stia parlando di un uomo e una donna che si sposano e fanno dei figli, per inciampare nell’accusa di omofobia, sessismo e altri splendidi neologismi inventati per far vergognare la povera gente di pensare quello che è ovvio e logico. Così ci si entusiasma per una sciacquetta mitomane che si fa fotografare nuda sull’altare di Notre Dame, con scritto tra le tette “i fascisti riposino all’inferno”, scimmiottando un suicidio sul luogo dove un uomo si è suicidato davvero, lasciando scritto alla sua famiglia  che bisogna credere ancora in Dio, nella Patria e nella Famiglia. Valori per cui una volta valeva la pena di vivere e morire. E per cui oggi deve valer la pena di vivere, per non morire: come nazione, come popolo, come persone. Suona vecchio? Suona antico? Chi se ne frega. Rispetto tutte le religioni, ma ho la mia, tutti i popoli della terra, ma appartengo al mio, non criminalizzo le abitudini di nessuno ma se mio padre e mia madre si sono sposati e hanno fatto me, se così hanno fatto i loro genitori e i loro nonni e ascendenti per milioni di anni dico non solo che è una cosa giusta, ma che è la più giusta, perché senza questa noiosa abitudine noi non saremmo qui. E questo farebbe felice la sciocca Femen mitomane che ha sporcato Notre Dame (e che in un mondo normale dovrebbe essere in galera per questo, o almeno al manicomio) ma senza di noi anche lei, poverina, non saprebbe cosa inventarsi per andare sui giornali…