Il “metodo democratico” dei partiti secondo Zanda (e secondo Togliatti)

C’è un piccolo paradosso storico nella proposta del Pd di sancire per legge la struttura democratica dei partiti.  Proprio  la formazione erede del vecchio Pci ripropone  oggi un tema che fu accantonato all’alba della Repubblica  a causa dal fuoco di sbarramento dei  deputati comunisti alla Costituente. Così recita l’articolo 49 della Carta:  “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Dietro questa scarna formulazione s’è svolto un acceso confronto politico-ideologico. Contro l’ipotesi di precisare il concetto di “metodo democratico” intervennero sia Palmiro Togliatti sia Concetto Marchesi. Il latinista costituente paventava in particolare la possibilità che si arrivasse «senz’altro a mettere il partito comunista fuori legge» (è più o meno la stessa argomentazione che oggi il Pd si vede rivolgere contro dal M5S e da numerosi settori della politica e della pubblica opinione). In realtà nessuno si proponeva nel 1947 un obiettivo tanto drastico. Il problema vero era che una più precisa scrittura della norma costituzionale avrebbe creato non pochi imbarazzi a un partito, il Pci, fondato sul principio staliniano del “centralismo democratico”. Vale la pena anche ricordare che il tema fu ripreso, sempre in seno ai lavori della Costituente, dal grande giurista Costantino Mortati, il quale, appoggiato peraltro da un giovane Aldo Moro, propose un emendamento volto a estendere il concetto di “metodo democratico” alla vita interna dei partiti. Anche  in questo caso, non se ne fece nulla. E c’è al riguardo da ricordare il veemente intervento del deputato comunista Renzo Laconi, che parlò di un «enorme danno per lo sviluppo della democrazia italiana». Chissà insomma se Zanda e la Finocchiaro hanno riletto i resoconti dell’ Assemblea Costituente prima di dare vita alla loro improvvida iniziativa.

Curiosità storiche a parte, questo sintetico confronto tra passato e presente dimostra che molti esponenti della sinistra italiana soffrono  (ieri come oggi) sempre dello stesso vizio: quello di piegare il concetto di democrazia a quello che ritengono sia il loro interesse politico. Questo naturalmente non significa che la questione del carattere più o meno “democratico” del Movimento 5 Stelle sia infondata. Ma si tratta di un problema che non può essere affrontato a suon di commi e articoli di legge, quanto piuttosto approfondendo e studiando i nuovi profili (anche oscuri) della cosiddetta democrazia 2.0, cioè a dire le possibilità di manipolazione connesse all’affermazione di nuovi media. Zanda e la Finocchiaro farebbero bene ad esempio a leggere  (promuovendone la divulgazione) gli studi del giovane sociologo Evgeny Morozov, la cui critica al  modello politico imposto dai nuovo strumenti tecnologici sta trovando sempre nuovi estimatori all’interno e all’esterno del web. Morozov mette in guardia dal rischio di applicare ai fenomeni sociali e politici la logica dell’algoritmo. Si potrebbero così ricondurre – come osserva Fabio Chiusi sull’ultimo numero di Limes – l’ideologia di Casaleggio e Grillo a «radici che affondano la loro storia nel pensiero tecnologico e soprattutto negli evangelisti e intellettuali della Silicon Valley dell’ultimo ventennio». Come può un codicillo fermare un algoritmo?