Giovani e lavoro: siamo sicuri che la “staffetta generazionale” sia una buona idea?

Chissà se il cacciavite per smontare almeno parte della riforma Fornero del mercato del lavoro sarà sufficiente. A sentire il neoministro Enrico Giovannini  sembrerebbe di sì. Noi, in verità, qualche dubbio lo nutriamo. Non fosse altro  che per le posizioni difficilmente conciliabili che si registrano in materia tra i due maggiori partiti della coalizione, Pd e Pdl. E per la non facile reperibilità delle risorse necessarie per favorire l’occupazione giovanile, modificare l’Imu  e, al contempo, evitare l’incremento dell’Iva, ove dall’Europa non dovesse arrivare tra qualche giorno un segnale di  allargamento del margine di manovra,  dopo la chiusura della procedura per deficit eccessivo.

Sarà già tanto, allora, se si riuscirà a correggere le storture più evidenti di quell’impianto riformatore. A cominciare, come lo stesso ministro ha annunciato, dal ripristino della corretta funzionalità dei contratti a termine  con la riduzione degli intervalli tra un contratto e l’altro (la legge Fornero ha allungato i termini a 60 giorni per i contratti fino a 6 mesi e a 90 per quelli più lunghi) e forse con la proroga fino a due anni del primo contratto senza causale che adesso non può superare i dodici mesi. Sul tavolo ministeriale si starebbe discutendo anche di apportare qualche modifica al sistema dell’apprendistato, trasformando  in “possibilità”, da regolare con contratto collettivo,” l’obbligo di assunzione” ora previsto al termine del periodo di apprendistato. Correzione, quest’ultima, assolutamente opportuna se si  vuole far partire un meccanismo che si è inceppato  per effetto di un nucleo di norme stringenti per imprese e artigiani.

Detto questo, siccome la condizione della disoccupazione giovanile è diventato il problema dei problemi e si leggono le  ipotesi più varie  e stravaganti sul tema, varrebbe la pena soffermarsi a riflettere per evitare che al danno si aggiunga la beffa.  Prendiamo  la cosiddetta “staffetta generazionale”, vale a dire il ricambio tra anziani e giovani nel posto di lavoro. Detta così, sembra una idea geniale. Peccato che il costo per renderla effettiva non sia al momento sostenibile. Per non parlare delle innumerevoli implicazioni che essa comporterebbe sul piano sociale, produttivo e psicologico, in un Paese dove è  aumentata l’età media della vita ed è stata allungata l’età pensionabile di uomini e donne al solo fine di far cassa.

Nei primi anni del 2000 i giovani in Italia erano il 28% della popolazione totale. Nel decennio successivo la loro quota è scesa al 23%. Nel 2020 saranno il 21%. I giovani tra i 15  e i 34 anni pesano in Italia e Germania meno che in altri grandi Paesi europei come Francia e Regno Unito. Negli ultimi dieci anni la generazione giovanile ha perso oltre due milioni di unità e nei prossimi vent’anni diminuirà ancora. Al contrario, l’incremento della popolazione con oltre 65 anni passa da una incidenza del 18% di dieci anni fa, al 20% attuale, e si prevede nel 2030 salga al 26%.

In estrema sintesi, mentre attualmente i giovani consentono ancora un certo ricambio generazionale coprendo una quota superiore, seppur di poco, della terza età, fra vent’anni i giovani diminuiranno, seppur di poco, mentre gli anziani cresceranno di oltre 4 milioni.  Diventa allora indispensabile orientare correttamente le scelte in cui sono effettivamente impegnati i giovani nelle due diverse fasce di età: quella dei young young (fra 15 e 24 anni) e quella del middle young (fra 25 e 34 anni). E qui vengono in emersione tutte le criticità dell’attuale sistema: dalla  permanenza prolungata dei diversi cicli formativi alla difficoltà di ingresso nel mercato del lavoro. Si tratta di parametri che ci vedono in evidente svantaggio rispetto al resto dell’Europa. Prima li correggiamo e meglio è.

Ad essi si aggiunge la vera  anomalia italiana rappresentata dai “giovani persi”, quelli che non mostrano interesse né per lo studio né per il lavoro. Si tratta dei NEET. In Italia sono ben l’11% rispetto ad una media europea del  3,4%.  E’ su questa consistente fascia di giovani che va appuntata l’attenzione. Preoccupa il fatto che, più passano gli anni, più si cresce nell’età e più aumenta il numero dei giovani che non studiano, non lavorano e non cercano occupazione. Pensare che le norme  regolatrici dei contratti di lavoro possano da sole risolvere questa macroscopica anomalia è illusorio.

Anticipare i tempi della formazione e allinearla alle reali esigenze delle imprese e alle effettive opportunità di impiego; sviluppare una nuova dimensione della iniziativa imprenditoriale, professionale ed autonoma; individuare strumenti appropriati per il ricambio generazionale in azienda correlato a adeguati ritmi di crescita del Pil ed a processi di mobilità complessiva del mercato del lavoro, lontani da opzioni  meramente propagandistiche: sono tutti elementi che potrebbero aiutarci a individuare un nuovo paradigma cui ancorare l’occupazione giovanile. Se ne avverte ormai l’urgenza.