“Blowin’ in the wind” compie 50 anni. Ma non voleva essere un inno di protesta

Il 27 maggio 1963 usciva negli Stati Uniti The Freewheelin’ Bob Dylan, secondo Lp di un ragazzo in procinto di diventare uno tra i più celebri cantautori della sua epoca. Dylan aveva compiuto 22 anni tre giorni prima: il disco si apriva con una canzone destinata a diventare ancora più famosa del suo autore, Blowin’ In The Wind. Il brano, dunque, oggi compie mezzo secolo di vita, accreditandosi, tra riconoscimenti critici e successi internazionali, come l’opera che ha superato il maestro che l’ha composta e che, tuttora, a distanza di anni dalla sua genesi e divulgazione, ancora anima il dibattito tra i fautori del contenuto pacifista e i sostenitori di un significato biblico e universalizzante. E nell’ambito dell’esegesi filologica perennemente in corso, tra un’interpretazione spirituale e una traduzione sociologica, lo sfondo storico dell’America anni Sessanta, e la mitologia intestata alla composizione del testo, che lo stesso Dylan contribuì a creare raccontando di averlo scritto in dieci minuti di un pomeriggio qualunque. Il resto è cronaca, la blasonatissima cronaca di un successo, esploso con l’esibizione davanti a Martin Luther King, durante un’epocale manifestazione di protesta a Washington: un lancio doc che ha trasformato in un inno del Movimento per i diritti civili una canzone che non nacque come un brano di protesta. Di più: era una ballata lirica dagli accenti biblici, che si interrogava sul destino dell’uomo e sulle vie che deve percorrere nel corso del suo passaggio esistenziale. Interrogativi epocali poi tradotti in mantra civili, adottati dalla cultura popolare e passati di bocca in bocca attraverso le interpretazioni dei più grandi, da Stevie Wonder a Sam Cooke, da Neil Young a Marlene Dietrich (la canzone è stata suonata praticamente da chiunque abbia mai imbracciato una chitarra). Un brano amato a prescindere dalle valenze interpretative. Dal clima in cui è nato. Dalle voci che si sono prestate a diffonderne significato etico e melodia artistica. Un brano spesso etichettato con il marchio d’origine della canzone di protesta, marchio però disconosciuto dallo stesso Dylan che, a riguardo, si espresse chiaramente fin dall’inizio, fin dalla prima sera in cui cantò Blowin’ in the Wind in un piccolo club, giusto poco dopo averla scritta: «Questa non è una canzone di protesta o qualcosa del genere. Io non scrivo canzoni di protesta». E del resto, quando compose il pezzo (la cui melodia fu ispirata all’autore da un canto degli schiavi afroamericani: No More Auction Block), Dylan non era ancora quel menestrello della controcultura che l’immaginario collettivo avrebbe accreditato poi, leggendo in quelle tre strofe e nel ritornello – rivolto metaforicamente ad un ipotetico amico, nel quale si potrebbe identificare l’intera umanità – il manifesto della generazione dei giovani statunitensi disillusi dalla politica portata avanti negli anni ’50 e ’60 dal loro paese, e sfociata dapprima nella guerra fredda e poi nella guerra del Vietnam. Una lettura prosaica di una composizione dall’innegabile lirismo, che apre a molte domande a cui, come recita lo stesso brano, viene data una risposta che lascia comunque uno spiraglio all’ottimismo: una risposta che c’è, e a portarla basterà un soffio di vento.