Senza una strategia energetica lo Stivale va a picco

“Attraversiamo un periodo di recessione prolungata di proporzioni storiche. La caduta della domanda di energia elettrica ne è lo specchio fedele. Nel 2012 è tornata ai livelli del 2004. Abbiamo annullato in un colpo otto anni di progressi. L’industria ha perso il 25% della sua attività dal picco pre-crisi. Ma la fase recessiva non sta solo riducendo l’attività produttiva e quindi la capacità di investimento. Sta anche disegnando un modo nuovo e più efficiente per relazionarci con il sistema economico e sociale del Paese. Crea un nuovo paradigma i cui impatti sulla società non sono ancora compiutamente definiti. Urgono punti fermi”. Il numero uno dell’Enel e vicepresidente di Confindustria, Fulvio Conti, in una lunga intervista al Sole 24 Ore riassume i termini della grande emergenza italiana. Il suo è un osservatorio privilegiato. Dal quale non è difficile scorgere il lento e progressivo declino della nostra forza produttiva , della capacità di creare posti di lavoro, di invertire la rotta di una economia reale che ormai da troppo tempo è bloccata. In attesa che scatti la molla della ripresa. Che qualcosa si muova; che si affacci all’orizzonte un minimo di crescita, capace di rigenerare fiducia e restituire respiro alle imprese boccheggianti.

La domanda di energia ne rappresenta uno snodo essenziale. La  sua caduta  non tragga in inganno. Siamo afflitti, spiega l’ad di Enel, non solo da questo problema, conseguente alla crisi dell’economia reale, ma anche da altri fattori come l’impetuosa crescita delle rinnovabili e l’uso disinvolto della leva fiscale che penalizza proprio le imprese energetiche. Le rinnovabili dovevano rappresentare un benefico moltiplicatore di sviluppo. Ma da noi sono state mal gestite, ottenendo il risultato contrario. La loro crescita impetuosa, favorita dal  meccanismo degli incentivi non ben calibrati per tecnologie ancora troppo costose  rispetto al potenziale sviluppo tecnologico, ha finito con il chiudere la strada alle innovazioni nel medesimo settore, soppiantando anche la generazione a gas, a più basso costo, tuttora essenziale per il nostro Paese.

In più abbiamo fatto tabula rasa del nucleare, che pure nella strategia mondiale rimane essenziale per un corretto mix tra le fonti energetiche. Così,  abbiamo bruciato i vascelli alle nostre spalle e chiuso gli spazi per immaginare un ritorno. Le caratteristiche fisiche del nostro Paese dovrebbero indurci ad investire nella geotermia e nell’idroelettrico. Ma lo facciamo  con tale penuria di risorse da rendere pressoché marginale quel che ricaviamo. Discorso  diverso per il settore termoelettrico. Qui, negli ultimi tempi,  abbiamo investito 110 miliardi di euro per dotarci di impianti  nuovissimi , a tecnologia avanzata. Non tutti, però, funzionanti. In compenso, con l’eolico, abbiamo devastato paesaggi naturali di valore inestimabile, ottenendo scarsi benefici ed aprendo praterie ad una diffusa illegalità che solo ora comincia ad affiorare nelle inchieste giudiziarie.

Non è difficile capire, a fronte di tutto questo, perché l’Italia è debitrice di un costo energetico tra i più alti in Europa. Persino nel campo dell’uso dei rifiuti come risorsa da cui trarre energia continuiamo a baloccarci tra infiniti conflitti locali e inutili discussioni tra ministeri, regioni ed enti locali che danno la misura della pervicace inconcludenza con la quale affrontiamo questioni di tale rilevanza ed implicazione per l’ambiente, la collettività, l’economia del nostro Paese. Insomma, preferiamo mandarli in Germania o lasciarli in balia della camorra piuttosto che mettere in piedi un sistema industriale che li trasformi in un quadro di assoluta sicurezza per la salute.

Tutto questo – ed è solo una parte, sia pure rilevante, della “questione Italia” – rende urgente la messa a punto di una strategia complessiva sul piano industriale. La domanda cui dovremmo dare  risposta  riguarda il nostro modello di sviluppo. Dovremmo sapere, una volta fuoriusciti dalla crisi ( ma anche ora che nella crisi siamo immersi), su quali asset   contare. Quali debbano essere i paradigmi della nostra nuova forza competitiva. Su quali elementi far leva. In quali ambiti economici concentrare risorse, ricerca, innovazione per promuovere crescita e creare nuovi posti di lavoro.

Il Bel Paese annaspa e declina. E le sue bellezze, la sua storia, le tracce disseminate di un monumentale passato pulsano immortali lungo lo Stivale. E non riusciamo a sfruttare neanche quel che Dio e la sorte ci hanno donato. E’ troppo chiedere al governo che verrà di alzare lo sguardo e al presidente incaricato, Enrico Letta, di dirci quale sarà il nostro progetto di futuro. Urgono punti fermi.