Affittata allo Stato ma vuota la casa natale di Hitler: che cosa diventerà?

È una storia infinita quella della casa natale di Adolf Hitler a Braunau am Inn, una delle cittadine più antiche dell’Austria, oggi sedicimila abitanti. Le autorità da sempre sono divise se considerarla una casa “normale”, in modo da svuotarla del suo significato, oppure se destinarla a luogo della memoria, col rischio però che diventi una meta di pellegrinaggio per neonazisti. Da quando fu parzialmente cremato dai suoi fedelissimi fuori dal bunker di Berlino, se ne perdono le tracce. I sovietici, i primi ad arrivarvi, ricostruirono la sua identità tramite le arcate dentarie e alcune testimonianze. Poi i resti furono portati a Magdeburgo, una città della Germania dell’Est, e sepolti in un cortile del quartier generale della Smersh, il controspionaggio sovietico, tranne una parte del cranio che fu portata a Mosca. Nel 1970, visto che l’area stava per essere restituita ai tedeschi orientali, su suggerimento dell’allora capo del Kgb Yuri Andropov, il presidente Leonid Breznev diede ordine di disseppellire i resti, bruciarli e spargere le ceneri in un fiume. Cosa che i servizi sovietici fecero, buttando le ceneri nell’Elba. Stesso discorso per la casa, con la complicazione che è ancora di proprietà della stessa famiglia che l’aveva nel 1889, ossia i Pommer, che l’hanno affittata allo Stato per una bella cifra.

Quando Hitler vi nacque ospitava anche una locanda, Gastahus zum Pommern. Ma pochi anni dopo la famiglia Hitler si trasferì vicino Linz per via del lavoro del padre Alois. Dopo la guerra, in quel palazzo ci fu una biblioteca civica, che vi rimase sino al 1956, e questa sembra essere stata la più idonea delle soluzioni, giacché di Braunau non si parlò mai in quegli anni. Dopo ospitò una banca, poi le aule di un istituto tecnico, fino al 1976, e dopo un’associazione che si occupava di disagiati psichici.

A un certo punto fu pure messa in vendita per qualcosa come due milioni di euro, ma nessuno, e tanto meno lo Stato, la volle comprare, e così rimase lettera morta. Analoga fine fece la proposta, nel novembre scorso, del deputato russo Franz Klinzevitsch, membro del partito Russia Unita, che aveva proposto la sua acquisizione e il suo abbattimento. Il governo stesso è intervenuto per dire che la casa non sarà né abbattuta né venduta. Per risolvere la questione Vienna ha incaricato un comitato di saggi – va di moda – di Braunau, che tra pochi mesi dovranno dire che si deve fare di quello scomodo immobile. Certamente l’idea, passata in precedenza, di cancellare la storia in modo selettivo, con una sorta di damnatio memoriae, non sarà praticata più. Perché, riporta il settimanale Sette del Corriere della Sera in un’inchiesta, ciò che si vuole nascondere e negare prima o poi torna indietro, come dice lo scrittore viennese Robert Schindel.

L’associazione sociale “Lebenshilfe Oberosterreich”, che dal 1976 utilizzava la casa come centro di accoglienza per disabili, se ne è andata, perché la proprietaria si è opposta a ogni ristrutturazione, come chiedeva l’associazione. Così lo Stato paga cinquemila euro al mese per tenere i locali vuoti, ed è così che la questione è tornata d’attualità. E poco importa che Hitler ci visse sino all’età di cinque o sei anni, il fatto è Braunau è un luogo simbolo – come Hitler stesso scrive nel Mein Kampf – perché è al confine con la Germania, dalla quale è separata solo da un ponte che passa sul fiume Inn, che conduce a un paesino gemello che si chiama Simbach. Ma gli abitanti sono gli stessi, e parlano lo stesso dialetto, anche se a Vienna o a Berlino non lo capirebbero. Fu da Braunau che a Hitler venne l’idea dell’Anschluss, l’annessione dell’Austria alla Germania. E l’Austria, rivela sempre Sette nella sua inchiesta, sta facendo da anni i conti con l’annessione, perché non fu un’invasione armata, ma una pacifica unione, come comprovano anche i risultati del del referendum che Hitler fece fare – dopo – sia in Austria che in Germania.

I sì all’annessione superarono in entrambe le nazioni il 99 per cento, anche se le consultazioni si svolsero in un cima certamente non libero e tra pressioni di ogni genere. A Braunau, su quattromila elettori, solo 5 votarono no. Così entro l’estate si saprà che fine farà la casa. E probabilmente il terrore che diventi un luogo di pellegrinaggio per neonazisti appare infondato, almeno se si guarda alla Kehlsteinhaus, il “Nido dell’Aquila”, il rifugio montano sull’Obersalzberg, non molti distante da Braunau, trasformato da Hitler in un quartier generale soprattutto dopo il 1940. Oggi è un bellissimo belvedere di montagna, a 1800 metri, con tanto di ristorante al quale si arriva su una suggestiva strada di montagna. E per arrivare in cima, i turisti utilizzano proprio quell’ascensore avveniristico con interni di pelle e ottone scavanto nella roccia viva e alimentato da motori di sommergibili, ascensore che ha visto salire Hitler, Eva Braun, Bormann, Goering, Goebbels e tutti gli altri. Gli americani lo avrebbero voluto far saltare in aria, ma il club alpino austriaco li pregò di non farlo, e l’ebbe vinta. Oggi, tra un wurstel e un grillhuhn alla piastra, i turisti possono ammirare da quella terrazza l’incomparabile spettacolo del panorama offerto dalle Alpi bavaresi.