A sinistra si è passati dalla dittatura del proletariato a quella della Rete

Ricordate “Avanti Popolo”? Oppure la “dittatura del Proletariato”? Forse avete qualche anno di troppo. Oggi queste due parole, con l’iniziale rigorosamente maiuscola, sono state sostituite con “la Rete”, con la “R” maiuscola, ovviamente. Ecco allora che il Pd abbandona il povero Franco Marini perché “la Rete” non vuole. Mentre Prodi non va bene perché non scalda “la Rete”, perché il Popolo del web, la gggente di twitter vuole Rodotà, un signore di 80 anni con un CV di estrema sinistra conosciuto a malapena da un italiano su 100. Non solo, ma se chiedete a tutti coloro che gridavano in piazza Montecitorio “Rodotà, Rodotà, Rodotà” un titolo di un libro del professore da loro letto, avrebbero fatto scena muta. La cosa più grave di questa vicenda della “Rete” che condiziona la politica, e in particolare il Pd, è che dieci persone, professionisti della contestazione, son state capaci di spaccare un partito. Incredibile lo spazio dato dai social media e dai giornalisti a dieci persone, guardate “Gazebo” di ieri su Rai Tre che li ridicolizza, con dieci cartelli che gridavano ogni cosa contro i grandi elettori del Pd riuniti in conclave qualche giorno fa. Ma per “la Rete”, quelle dieci persone erano “la gggente” e così parte il tam tam: potete controllare i trend di quelle ore su twitter e facebook. I politici che poco conoscono sia il territorio, la politica reale, sia i social media e dunque la politica on line, sovrastimano un fenomeno limitato nei numeri: solo un italiano su tre è su facebook e solo il 5% su twitter. E non tutti questi parlano sempre e solo di politica. Non a caso i trend topic su twitter sono spesso monopolizzati dai bimbominkia (non è colpa mia, si dice così). Che guardano Amici e non le reti all news piene di immagini, video e interviste dei grillini, quelli che non volevano parlare con i giornalisti. I giornalisti, proprio loro: vivono sui social media (bella vita…) e  pensano che il Paese reale sia fatto di followers, retweet, like e condivisioni e chi più ne ha più ne metta. Non è così. Perché poi scopriamo che le persone che hanno insultato Franceschini al ristorante l’altra sera non sono “la gggente”, non il Popolo e nemmeno “la Rete”, ma erano i soliti simpaticoni dei centri sociali con tanto di bandiere di Rifondazione sulle spalle, un partito che nemmeno si è presentato alle ultime elezioni. I professionisti della violenza fanno casino, i leoni da tastiera condividono le immagini su facebook, monta la rabbia virtuale e il giorno dopo sui quotidiani ecco i titoloni tipo “la Rete contro Marini” o Prodi, Napolitano, etc. I politici, han fatto il resto: i parlamentari Pd sono stati terrorizzati dal mail bombing pro Rodotà, operazione che può esser gestita da un qualsiasi meet-up grillino: ma loro non lo sanno. E le tessere del Pd bruciate? E chi ci dice che gli organizzatori dei falò fossero realmente iscritti al Pd? Eppure, basta una foto su instagram ed ecco che il partito si spacca, il dibattito si impenna e così via. Come siam finiti così? Per tre motivi: l’autoreferenzialità dei giornalisti, l’analfabetismo digitale dei politici e la fine dei partiti veri. I giornalisti pensano che quanto accade nei 5 km quadrati del palazzo e dintorni sia il Paese reale. Svegliatevi: quei 5 km sono un’isola. Senza ponti con il resto del Paese. Vale per quelli di prima e anche per i grillini, che i giornalisti non hanno ancor capito e che o condannano come barbari o li elogiano semplicemente perché “nuovi”. Le contestazioni fuori Montecitorio? Chi frequenta quei 5 km quadrati del centro di Roma sa che ce ne sono da sempre, dal martedì al giovedì. Ma nessuno se le fila. Poi all’improvviso quelle trecento persone davanti Montecitorio diventano “la gggente”. Anche se il paese reale è tutta un’altra cosa. Ma guai per i giornalisti uscire da quei 5 km quadrati. Si parla spesso dell’autoreferenzialità dei politici. I giornalisti sanno far peggio.I politici non conosco le nuove forme di comunicazione: o le gestiscono in proprio per dare sfogo alla propria vanità, per superare la noia e per pubblicizzare la propria “attività” oppure le affidano a collaboratori, amici, parenti che non sanno come si gestiscono social media potenzialmente pericolosissimi, ma che se correttamente utilizzati possono diventare preziosi ma non indispensabili. I social media non sono il paese reale e la politica non può svolgersi solo su facebook. Lo ha capito anche Beppe Grillo che gira l’Italia e fa comizi come nessun altro.I partiti veri non esistono più: l’ultimo era il Pd. Un partito che si confrontava, discuteva e alla fine decideva, perché c’erano le sezioni, i coordinamenti provinciali, gli organi nazionali e un leader. Si è sfasciato tutto. L’individualismo uccide i partiti, se per individualismo si intende il perenne “distinguo”. Il Pd ne è l’esempio: disprezzando la leadership (idea un po’ berlusconiana e un po’ fascista), sono finiti preda dell’anarchia, e così  i deputati si esprimono su twitter invece che negli organi competenti. E i franchi tiratori affondano il fondatore del Pd. L’alternativa all’anarchia è il “one man show”: il Movimento Cinque Stelle ne è la più recente espressione. Il concetto rousseauiano de “la Rete” (la nuova “Volontà Generale”) serve a coprire il fatto che alla fine c’è sempre Uno che vale più di uno. Quell’Uno è Grillo (o Casaleggio, fate voi). E per stare sulla cresta dell’onda, quell’Uno deve inseguire il volere del momento, le pulsioni rabbiose, le tensioni pericolose. E così, tra “golpe” e “la repubblica è morta”, la gara è tra chi la spara più grossa. Sui social, ovviamente. Grillo è il più bravo, in questo nuovo sport virtuale che sta uccidendo il Paese. Annuncia la Marcia su Roma e poi manco ci va, in piazza SS. Apostoli. Al massimo un predellino. Come diceva il Gattopardo…?