“11 settembre 1683”, il coraggioso film che rilegge la battaglia che fermò l’avanzata ottomana in Europa

Renzo Martinelli è un ottimo regista e un uomo coraggioso. Nel desolante panorama del cinema italiano — un sempre più ristretto circolo di nani e ballerine, d’incapaci e depressi/e, di mignotte e presuntuosi — l’artista lombardo spicca. È ovvio che il carrozzone di Cinecittà — un intreccio di fastidiosi umori progressisti, callidi denari berlusconiani (vedi Medusa), mero assistenzialismo statale condito a minimalismo creativo ed evidenti limiti professionali — non lo ami. Anzi. Martinelli dà fastidio. Per le sue idee e le sue capacità. Certo Martinelli è un personaggio scomodo. Difficile. Talvolta controverso. Accanto a lavori importanti, forti e potenti come “Vajont, la diga del disonore” (un solenne omaggio alle vittime dell’avidità e dell’imbecillità umana), “Piazza delle Cinque Lune” (uno sguardo non conformista sugli anni di piombo) e “Porzus” (una lacerante indagine su una delle pagine più oscure dell’antifascismo) il regista si è smarrito in esperienze deludenti o, semplicemente inutili. Brutte. Pensiamo al “Mercante di pietre” (un’apologia dello scontro di civiltà in salsa americanista e fallacista) o all’improbabile “Barbarossa” (una puttanata buona solo per il “Trota” e pochi suoi amici…). Ma, grazie al cielo, Martinelli non si è fermato. Ha continuato a lavorare e a creare. Ecco allora “11 settembre 1683”, il suo nuovo film in uscita ad inizio aprile. Una pellicola importante e ben realizzata con un cast valido (per fortuna il regista ha abbandonato alla sua inutile sorte l’imbarazzante Rartz De Gan…) che ripercorre uno dei momenti centrali della storia del nostro continente, della nostra civiltà: la battaglia per Vienna. Un passo indietro. All’inizio del Seicento, dopo aver conquistato, nell’indifferenza dei re cristiani, Costantinopoli e la Balcania, i sultani decisero l’avanzata verso Ovest. Sino a Roma, a Parigi, a Madrid. E oltre. Un progetto geopolitico ambizioso e plurale — dominare il Mediterraneo per avanzare sull’Atlantico, riunificare in versione islamica l’imperium romano, restaurare un’ecumene euro asiatico — ma non impossibile. Anzi. Dopo infinite discussioni e convinti (non a torto) delle divisioni di Francia, Spagna, Russia e Gran Bretagna e della debolezza politica del Papato —un quadro accuratamente ricostruito da Franco Cardini nel suo splendido libro “Il turco a Vienna” — gli ottomani decisero. E avanzarono. La marcia fu lunga ma, per i turchi, vittoriosa e abbastanza comoda. In qualche decennio, mentre i veneziani in assoluta solitudine — scrivendo pagine magnifiche di valore e d’onore come quelle vergate da Bragadin a Famagosta —, s’immolavano sugli avamposti del Levante e difendevano accanitamente il Friuli e la Dalmazia dalle scorrerie turche, Vienna, — quasi senza accorgersene — si ritrovò stretta dall’assedio di trecentomila guerrieri ottomani guidati dal Gran Visir Kara Mustafa. Un’armata enorme, apparentemente invincibile. In quell’anno terribile la capitale austriaca si scoprì l’ultimo bastione dell’Europa cristiana — un complesso plurale e litigioso composto da cattolici, luterani e ortodossi — all’invasione ottomana. Senza entusiasmo e con molta determinazione e ironia, la città degli Asburgo diventò — come le Termopili, Zama, Adrianopoli, Roncisvalle, Waterloo, le Ardenne e Dien Bien Fu — un campo di battaglia, un simbolo di uno scontro epocale, lo spartiacque tra due contrapposti modelli di Civiltà. E qui — riprendendo (purtroppo) solo in parte il libro di Cardini — il film di Martinelli. Il primo ciack scatta all’alba dell’11 settembre — ma la battaglia si scatenò solo la domenica 12, con buona pace degli islamofobici e degli sceneggiatori — quando, dopo due mesi di durissimo assedio, tutto sembrò crollare. Allora un monaco cappuccino, Marco da Aviano (interpretato da un ottimo F. Murray Abraham), tenne messa in cima alla collina che sovrasta Vienna. Con un sermone incitò i soldati. Fu convincente. Dopo le sue parole, iniziò la lunga battaglia che si trascinò fino al tramonto: l’esito sembrò incerto, finché, con un assalto finale da parte della Lega Santa guidata dal re polacco Jan Sobieski, gli ottomani furono sgominati. L’Europa fu salva. Al di là dell’opera di Martinelli —sicuramente da vedere e sostenere, il film (nonostante qualche svarione) è ben fatto — vale la pena di riprendere le parole del professor Cardini che, al netto delle illazioni semierudite e paraideologiche, ritiene quel giorno lontano «una grande giornata, fondamentale per la storia dell’Europa moderna e dei rapporti di forza euroasiatici-mediterranei negli anni che le tennero immediatamente dietro e che da essa furono condizionati. Anni che assisterono all’emergere d’una nuova potenza europea tra l’Europa centrale e Balcani, l’Austria, e al tempo stesso della Russia dei Romanov, l’eclisse della Francia borbonica e l’avvio lento ma irreversibile della decadenza dell’impero ottomano. Anni che preparano gli scenari dai quali, due secoli dopo, sarebbe scaturito lo scoppio della prima guerra mondiale». Ma questa è un’altra storia.