L’ultima dell’Anpi: i femminicidi sono il frutto del fascismo. Ridateci Violante, please…

La notizia  sta su L’Unità, né troppo né poco in evidenza. Si tratta di un convegno dell’Anpi a Milano. Titolo: “Fascismi e femminicidio, la storia delle donne”. Uno legge e si chiede: e che, il femminicidio è un’invenzione ideologica del fascismo? Certo che no, certo che no. È solo una “lieve” forzatura. Invece nel leggere la presentazione del convegno, il dubbio torna: “Si vogliono analizzare le costanti di una cultura che, pure avendo compiuto grandi passi avanti, soprattutto nelle leggi, resiste nelle pieghe della società… Un’idea della donna come proprietà che giunge persino al femminicidio”. Tutto ha origine nel fascismo e dal fascismo, dunque… E in queste ore in cui alla Camera si guardano tutti in cagnesco, con diffidenza e malcelata intolleranza, la mente non può che tornare allo storico discorso di un comunista divenuto presidente dell’aula di Montecitorio, Luciano Violante, il quale si fece carico di un appello alla pacificazione tra chi proveniva dalla storia della Resistenza e chi da quella del fascismo, un discorso in cui tra l’altro venivano citate anche le ragioni delle “ragazze (e dei ragazzi) di Salò”. Parole, si disse, ispirate dagli studi di Maria Fraddosio sui modelli femminili del Ventennio. Cui si aggiungono quelli di Marina Addis Saba sulle novità introdotte dal regime e quelli di Claudia Salaris sulle futuriste. Studi che lo scrittore Giano Accame sintetizzava così: “Immaginatevi cosa voleva dire, per gli anni Trenta, mettere le ragazze in calzoncini a fare ginnastica…”. Parole comunque, quelle di Violante,  che erano frutto di un tentativo di comprendere le ragioni dell’avversario, di un’epoca in cui la destra era da poco uscita dal ghetto e ambiva a dimostrare le sue capacità come “destra di governo”, di una fase in cui si riconosceva con onestà intellettuale che la Resistenza e la sua cultura non sono mai diventate patrimonio nazionale. Bisognerebbe interrogarsi sui passi indietro fatti da allora e sul perché oggi si possano addirittura accostare fascismi e femminicidi, dimenticando che la cultura della proprietà estesa anche alle persone, anche alle donne, è semmai il connotato di una visione borghese che il fascismo intese combattere, almeno al suo esordio. E dimenticando anche che semmai il fascismo, sulla scia della nazionalizzazione delle masse studiata da George L. Mosse, fece uscire le donne di casa laddove la cultura proprietaria e maschilista vuole tenercele ben rinchiuse.

Dinanzi a quello che Giorgio Bocca indicava come pericoloso “revisionismo filofascista” certa sinistra preferisce chiudersi a riccio e lanciarsi nell’iperbolico accostamento storico producendo sul fronte contrario un analogo atteggiamento. Infine, va notato che nella persistenza del pregiudizio sul fascismo violento e antifemminista pesa anche il clichè dello stupratore nero confezionato a misura dei violentatori del Circeo. Eppure il Pd, nel 2009, incorse in un incidente poco simpatico quando si scoprì che lo stupratore seriale del Torrino, Luca Bianchini, poi condannato a 14 anni di reclusione, era il presidente di un circolo territoriale dei democratici. La cosa non fece molta impressione perché i media separarono subito le sorti di Bianchini da quelle del partito allora guidato da Walter Veltroni. Non si confezionò, quindi, il clichè dello “stupratore rosso”. Però all’Anpi, dove sono tutti così attenti alle memorie, qualcosa dovrebbero ricordare…