Giralucci: il dolore aiuta a porre al Paese le giuste domande

Silvia Giralucci, figlia di Graziano, ucciso perché frequentava la sezione del Msi di Padova, prima vittima con Giuseppe Mazzola delle Brigate Rosse, la “memoria” la porta tatuata sul cuore. Autrice di un libro sugli anni di piombo, L’inferno sono gli altri (Mondadori, 2011), sa che quella cicatrice è indelebile, anche se lei quando il padre fu ucciso aveva solo tre anni.

Giralucci, perché è importante la “memoria”?

Perché non è una mera registrazione dei fatti accaduti a una persona o a un popolo, ma la scelta di ciò che si decide di ricordare. La memoria ha a che fare con la propria identità: non sappiamo chi siamo se non sappiamo da dove veniamo.

Lo storico Giovanni De Luna, nel libro “La Repubblica del dolore”, sostiene che in Italia la memoria è ripiegata sulle “vittime”. Che ne pensa?

Sono rimasta molto sorpresa, perché consideravo De Luna uno storico acuto e perspicace. Questo libro mi ha sorpreso perché penso che adotti una prospettiva totalmente ribaltata. Per tantissimi anni si è parlato esclusivamente dei carnefici. Da qualche anno a questa parte, per quanto riguarda le vittime del terrorismo, e specificamente dall’uscita del libro Spingendo la notte più in là di Mario Calabresi, la prospettiva delle vittime ha una considerazione maggiore. Una prospettiva non storica, ma etica che aiuta a capire che dietro alle storie, ai nomi, alle date, ci sono le vite delle persone.

Perché prima del libro di Calabresi si è raccontata la storia degli anni di piombo dal punto di vista dei terroristi?

Ci sono varie ragioni: la prima è la capacità di parola. Le vittime, per definizione, non ci sono più e non possono parlare e i parenti spesso sono devastati dal dolore e non hanno la forza della parola. Non è un caso che i libri che sono usciti nell’ultimo periodo, quello di Mario Calabresi o quello di Benedetta Tobagi (Come mi batte forte il tuo cuore, Einaudi 2009, ndr), siano scritti da figli di vittime del terrorismo che erano piccolissimi quando sonostati uccisi i loro padri. Pur portandone sul nostro corpo i segni, la nostra tenera età, l’inconsapevolezza dei bambini, ci ha in qualche modo protetto dagli odi di quel periodo. Sono convinta che i libri di Mario Calabresi e di Benedetta Tobagi abbiano contribuito a far fare un passo avanti alla consapevolezza e alla maturazione del dibattito storico nel nostro Paese. Sono libri di vittime che non chiedono vendetta, ma di guardare alla storia con una prospettiva più ampia.

Sempre De Luna accusa le vittime di fare a gara a chi “urla” di più per farsi sentire…

Le associazioni delle varie vittime sono spesso, purtroppo, monopolizzate da chi urla di più. Come per gli ex terroristi, ci si accorge di quelli che stanno sulla ribalta più di quelli che fanno percorsi di riabilitazione, di consapevolezza di quello che hanno causato. Colpa dei media che danno spazio a chi urla di più. Le associazioni delle vittime hanno agito come dei sindacati delle vittime, cosa deplorevole, ma quest’atteggiamento è stato necessario perché lo Stato non dava loro attenzione. Le leggi a favore delle vittime del terrorismo sono recenti. Le associazioni sono state importanti perché ci sono stati anni di completo abbandono.

Nel 1991 il presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, propose di concedere la grazia al brigatista rosso Renato Curcio. Lei gli scrisse una lettera molto dura. Com’è cambiata l’opinione pubblica da allora?

Avevo vent’anni quando l’ho scritta. All’epoca ho ricevuto molti attestati di solidarietà, probabilmente oggi sarei io a non scrivere una lettera del genere. Però sono ancora convinta che Renato Curcio non andasse graziato e che la soluzione del colpo di spugna non fosse quella giusta per uscire dagli anni ’70. Oggi però  ho maturato la consapevolezza che non sarà mai la pena del reo a darmi pace perché non esisterà mai una pena giusta in grado di risarcirmi di un omicidio, neppure un ergastolo e tanto meno la pena di morte. Le risposte vanno trovate altrove.

Cesare Battisti, ancora latitante, intervistato dal quotidiano francese “Le Monde”, ha recentemente chiesto un’amnistia per riconciliarsi con il popolo italiano

A Cesare Battisti interessa rimanere sulle prime pagine dei giornali per vendere qualche copia in più del suo libro. Nel suo caso è importante l’azione diplomatica che può ancora fare l’Italia per convincere le autorità brasiliane a ritirargli il permesso di soggiorno. Non è mai stato un intellettuale, non ha nessun titolo per fare proposte politiche per il nostro Paese.

Nel libro di De Luna si parla anche di religione civile condivisa. Secondo lei, come dovrebbe essere una giusta religione civile condivisa?

Dovrebbe esserci il riconoscimento dell’altro, come persona portatrice di diritti e di dignità.

Siamo un paese “pacificato”?
Assolutamente no. Purtroppo. Perché ci sono ancora due schieramenti politici che hanno più a cuore il proprio futuro politico e il loro bacino elettorale piuttosto che il bene del Paese. Nella politica il passato ha ancora un peso enorme, e sulla base del passato si affrontano i problemi del presente.

Come si potrebbe “pacificare” il Paese?

È importante che gli studenti studino gli anni ’70 per comprendere i processi che hanno portato a certe tragedie e far sì che non si ripetano più.

Come vorrebbe che fosse ricordato suo padre?

Mio padre era un giocatore di rugby: mi piacerebbe vedere un campo di rugby a lui intitolato.