Afghanistan, il bilancio dopo 10 anni di impegno

Subito dopo gli attentati dell’11 settembre, l’Italia ha manifestato la volontà e la disponibilità a partecipare alla lotta contro il terrorismo internazionale. Siamo andati in Afghanistan a sostegno della risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu 1386 del 20 dicembre 2001. In altri termini, siamo andati a quasi 6.000 chilometri di distanza del nostro Paese per consentire all’Afghanistan di diventare stabile e, quindi, sicuro. Un impegno iniziato il 18 novembre 2001 con l’invio di un gruppo navale nel Mar Arabico, con la partecipazione dei nostri militari all’operazione multinazionale Enduring Freedom, poi proseguito con la missione Isaf (International Security Assistance Force).
A dieci anni di distanza, è d’obbligo trarre un bilancio di quanto fatto, dei risultati raggiunti. Un bilancio che ci racconta di un Afghanistan diverso da quello che abbiamo trovato dieci anni fa, anche se, è inutile nasconderlo, la strada per una vera democratizzazione del Paese richiede ancora del tempo. Come ha sottolineato il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, «dieci anni di impegno hanno consentito di mettere in grave difficoltà il terrorismo. Non l’abbiamo battuto, ma lo abbiamo costretto a stare sulla difensiva».

Non bisogna abbassare la guardia
Il tempo di abbassare la guardia, perciò, non è ancora arrivato, anche se in occasione dell’incontro tra i ministri della Difesa della Nato a Bruxelles è stato tracciato un “calendario” del disimpegno militare internazionale. La Nato si appresta a far rientrare decine di migliaia di soldati da qui alla fine del 2012, con l’obiettivo di un ritiro quasi totale entro il 2014, quando il processo di transizione della responsabilità della sicurezza in mani afghane dovrebbe essere completato. L’Italia, che quest’anno sta sopportando il massimo sforzo in Afghanistan con 4.200 militari schierati, attuerà una progressiva riduzione del contingente a partire dal 2012. Il ritmo dei rientri sarà accelerato nel 2013 per arrivare al 2014 con il Paese restituito agli afghani. Già quest’anno porzioni importanti del territorio afghano sono state consegnate al governo locale e alla fine del mese il cinquanta per cento della popolazione dovrebbe passare sotto il controllo delle autorità afghane. La transizione tanto attesa sta diventando realtà anche grazie all’impegno italiano, come dimostra l’esempio del passaggio di consegne della città di Herat, avvenuto lo scorso luglio, dal comando regionale italiano alle forze di sicurezza locali. Evoluzione difficile, ma positiva, dove tanto ha fatto l’approccio degli italiani che hanno aiutato gli afghani a ricostruire la loro dignità nazionale, passando attraverso un rinnovato senso di appartenenza che sta amalgamando tra loro etnia pashtun, hazara e tagika.

I ragazzi ora possono studiare
Nella zona sotto la responsabilità italiana, il Regional Command West, un’ampia regione dell’Afghanistan occidentale grande quanto il Nord Italia che si estende sulle quattro province di Herat, Badghis, Ghowr e Farah, le nostre Forze armate hanno costruito praticamente di tutto. Strade, ponti, scuole, ospedali, pozzi, e l’elenco potrebbe continuare. Volendo fare delle stime, sono oltre sessanta le scuole realizzate dai Prt (Provincial Reconstruction Team) negli ultimi cinque anni che hanno consentito di studiare ad oltre 80mila ragazzi. In un Paese dove il circa il 45 per cento della popolazione ha meno di quindici anni non è poco. Tanto è stato fatto anche per migliorare la condizione delle donne. Oltre alle scuole femminili, come ad esempio quella di Jeebrail, sono state realizzate iniziative a favore dell’inserimento nel mondo del lavoro di giovani vedove e studentesse. Alla “Wahdat Women Union” sono state consegnate numerose macchine da cucire, mentre alla “Saffron Women Cultivators Association” sono stati donati bulbi di zafferano. Su questa pianta, che ben si adatta al suolo e al clima arido del Paese, si è puntato per creare una alternativa sostenibile alla coltivazione dell’oppio.

Sempre più importante lo sforzo sanitario
Di tutto rilievo, inoltre, l’impegno sanitario. Anche in questo caso sono i numeri a parlare. Ad esempio, nel solo 2010 alla base di Camp Arena a Herat sono state effettuate tremila visite mediche, il settanta per cento delle quali a donne e bambini. Nell’ottica di favorire l’autosufficienza della popolazione, sono stati realizzati corsi di formazione per infermieri, consegnate decine di autoambulanze (donate dalla Croce rossa) e materiali per allestire ospedali e studi odontoiatrici. Difficile contare i pozzi d’acqua realizzati, quel che importa è aver consentito alle popolazioni di interi villaggi, abituati a percorrere giornalmente chilometri e chilometri di strada per raccoglie l’acqua, di poter disporre di un bene tanto prezioso.

Il processo di sviluppo sociale
Innumerevoli, piccole o grandi, attività umanitarie realizzate da militari e civili italiani per supportare il processo di sviluppo economico e sociale di questa nazione così martoriata. Attività umanitaria che non deve, però, distogliere l’attenzione su quanto i nostri ragazzi e le nostre ragazze hanno fatto, e tuttora fanno, sul piano “operativo” per migliorare la sicurezza e contribuire a tenere il terrorismo lontano dalle nostre case. Gli è stato riconosciuto a livello internazionale il merito di aver contribuito ad addestrare le forze di sicurezza dell’esercito e della polizia locale, insegnandogli anche a gestire mine ed esplosivi. Attività d’obbligo in uno degli Stati con il più alto numero di mine disseminate su tutto il territorio (nel 2005 si contavano 640mila mine antiuomo e anticarro, nonché miliardi di ordigni inesplosi) dove la vera minaccia è rappresentata dai micidiali Ied (Improvised explosive device). Ieri come oggi si lavora per prevenire le azioni degli insorti. Dal mese di novembre dello scorso anno quasi cinquecento insorti hanno aderito al programma di pace e reintegrazione rendendo la provincia di Badghis, un punto di riferimento per tutto il Paese. Possono sembrare pochi, una goccia nella realtà magmatica dell’insorgenza, ma è un buon segno che da speranza.

Il ricordo dei nostri eroi

Nel bilancio, purtroppo, non mancano i caduti: sono stati 44 dall’inizio della missione. Un prezzo altissimo, come ha affermato il ministro della Difesa Ignazio La Russa che ha ribadito la sua gratitudine per «chi ha dato la vita e per chi ha speso il meglio di sé per la sicurezza di quella regione e di tutto il mondo». Attualmente il comando del Regional Command West di Isaf è affidato alla brigata “Sassari” che lavorerà, come chi l’ha preceduta, a favore del percorso di crescita dell’Afghanistan. Per una vera democratizzazione ci vorrà ancora tempo, per questo è importante non pensare di abbandonare il popolo afgano al suo destino. La Nato, per voce del segretario Anders Fogh Rasmussen, si è già detta pronta a portare avanti l’impegno ben oltre il 2014. L’obiettivo è fare in modo che l’Afghanistan diventi una nazione in pace con se stessa e con i propri vicini, forse i veri nemici del processo di “normalizzazione” e della presenza di “non locali”, considerata da sempre troppo ingombrante. L’Afghanistan è oggi, infatti, più che mai al centro di interessi regionali molto forti, caratterizzati da visioni geopolitiche che non hanno alcun interesse a far rinascere il Paese. È per questo che si deve continuare.