Clima da "ti aspetto fuori"...
Scintille in aula nel Pd, “sono quasi venuti alle mani”: nella rissa al Senato tra i dem Alfieri e Sensi volano stracci e insulti
Inciucio e caos: e col Pd il Senato si trasforma in un ring. La miccia che fa esplodere la bomba è l’elezione di Maurizio Gasparri… Roba da non credersi: mentre in primo piano la premier Meloni vola alto tra i grandi del mondo per disinnescare la crisi iraniana, nel “campo largo” (o meglio, nel “campo santo” delle buone maniere) si va in scena con il repertorio da avanspettacolo. Protagonista, neanche a dirlo, il Partito democratico, che in Aula ha dato vita a una rissa degna di una taverna di bassa lega e d’altri tempi, tra insulti volanti e minacce di mani addosso. Ma procediamo con ordine.
Scintille (e non solo) nel Pd in aula al Senato: lite furibonda tra i dem Alfieri e Sensi
La scintilla? Una roba da commedia all’italiana. Quattro senatori dem (tra cui l’immancabile Casini e un Delrio sempre più “a disagio”) hanno votato nientemeno che Maurizio Gasparri alla presidenza della Commissione Esteri. Peccato che l’ordine di scuderia fosse l’astensione. In pratica, il Pd ha eletto il senatore azzurro a sua insaputa… Il capogruppo in commissione, Alessandro Alfieri, che quel giorno non c’era, ha provato a fare la voce grossa in assemblea, parlando di ordini violati. Ma qui è intervenuto Filippo Sensi, l’ex spin doctor di Renzi oggi in quota Schlein, che bandite calma ed eleganza, ha invitato il collega Alfieri a dimettersi piuttosto che cercare colpevoli tra le correnti.
La rissa partita dall’elezione di Gasparri a presidente Esteri: il sì di 4 dem mentre l’indicazione era di astenersi
Il primo round si tiene durante l’assemblea del gruppo Pd al Senato. Poi la lite è proseguita anche tra i banchi nell’aula di Palazzo Madama. Alfieri e Sensi «sono quasi venuti alle mani», racconta chi era presente. Ma per capire bene rabbia pregressa e conti in sospeso, bisogna riavvolgere ancora una volta il nastro. E tornare all’assemblea dei senatori di ieri, quando il presidente Francesco Boccia dedica un accenno nella relazione alla vicenda. Invocando l’importanza dell’unità del gruppo (una chimera?), Boccia avrebbe osservato che episodi, come quello accaduto in commissione Esteri, non aiutano.
I piddini quasi alle mani, volano stracci e insulti
Non solo. Perché durante il dibattito Alfredo Bazoli torna pericolosamente sulla questione, sottolineando: «Forse c’è stato un errore di comunicazione interna», l’osservazione di Bazoli che rimesta nel caos. A quel punto, infatti, secondo quanto viene riferito, Alfieri sarebbe intervenuto a sua volta puntualizzando che l’input di astenersi su Gasparri era stato chiaro. E che non era stato rispettato. Apriti cielo…
Per Sensi, le parole di Alfieri avrebbero delineato la suggestione di una “imboscata” dei riformisti. Di «un regolamento di conti tra correnti che non c’è stato. I 4 che hanno votato Gasparri, sono tutti di aree diverse», prova a rilanciare Sensi. Per la cronaca, come anticipato, si tratterebbe di Pier Ferdinando Casini, Francesca La Marca, eletta all’estero, Silvio Franceschielli e Graziano Delrio che, non da oggi, viene definito «a disagio» nel gruppo dem. E in pochi, concitati istanti, si passa dalle parole ai fatti…
Il racconto dei testimoni, le versioni dei duellanti
Si chiude l’assemblea ma le tensioni proseguono. Deflagrando addirittura in aula. Alfieri, interpellato, preferisce non intervenire sull’accaduto. Sensi la mette così: «Alfieri mi si è avvicinato in aula e mi ha letteralmente seppellito di insulti davanti a tutto il gruppo. Io gli ho detto di andarsi a sedere e gli ho ribadito che mi aspetto le sue dimissioni». Eppure raccontano che li hanno dovuto dividere… «Non siamo venuti alla mani e nessuno ha dovuto dividerci», dice Sensi all’Adnkronos. «Adesso vediamo gli esiti di questa cosa», aggiunge però a stretto giro alludendo al fatto che non sarebbe comunque finita lì…
Intanto, altri testimoni raccontano di un Alfieri che, furibondo, ha raggiunto Sensi direttamente tra i banchi di Palazzo Madama, «seppellendolo di insulti» (citazione testuale sempre dell’Adnkronos). Solo la sacralità dell’aula ha evitato che il confronto diventasse un match di boxe. E anche se Sensi nega il contatto fisico il clima era comunque quello del “ci vediamo fuori”…
Rissa nel Pd, altro che “fronte comune”…
Ecco la fotografia della sinistra odierna: mentre l’Italia costruisce la pace all’estero (con l’opposizione rigorosamente sul piede di guerra e in trincea anti-governativa), i dem si scannano in casa propria perché non riescono nemmeno a mettersi d’accordo su come votare (o non votare) Gasparri. Un partito ridotto a un condominio in fiamme, dove l’unica unità che conoscono è quella del “tutti contro tutti”. Se questo è il «fronte comune» che dovrebbe impensierire il governo, a Palazzo Chigi possono dormire sonni tranquilli…
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Politica - di Eva De Alessandri