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Non chiamatela più casalinga ma “formatrice di generazione”: la svolta culturale sulla mamma arriva da Dubai

Tributo alle madri

Non chiamatela più casalinga ma “formatrice di generazione”: la svolta culturale sulla mamma arriva da Dubai

Cronaca - di Marzia Mazzoni - 1 Aprile 2026 alle 12:08

Ci sono notizie che valgono più per il segnale che mandano che per il loro peso normativo, e quella arrivata da Dubai il 21 marzo scorso è una di queste. Hamdan bin Mohammed bin Rashid Al Maktoum, principe ereditario di Dubai, vicepremier degli Emirati, ministro della Difesa e presidente dell’Executive Council, ha chiesto alla Community Development Authority di sostituire la definizione di “casalinga” con “formatrice di generazione”. L’annuncio è arrivato in occasione della Festa della Mamma, che nel mondo arabo si celebra il 21 marzo; nel messaggio diffuso per l’occasione, ripreso da Gulf News, Khaleej Times e dalle principali testate emiratine, Hamdan ha scritto che la madre è “la prima scuola” dei figli, il luogo in cui si formano appartenenza, responsabilità e valori.

“Casalinga” è amministrativamente comodo, ma lascia nell’ombra la sostanza

Il gesto colpisce anche perché arriva mentre Dubai è nel mezzo di una guerra. Lo sceicco Hamdan ha ridefinito il nome con cui lo Stato si rivolge alle proprie madri con i missili iraniani ancora in volo sulla città; e c’è qualcosa di significativo in questa scelta di tempo, come se proprio quando tutto vacilla si sentisse più urgente ribadire su cosa poggia davvero una società.
Vale la pena ricordare che gli Emirati hanno già percorso questa strada. Nel 2017 lo sceicco Mohammed sostituì “persone con disabilità” con “persone della determinazione”, spostando il focus dalla limitazione alla capacità. Un cambio che da noi avrebbe richiesto anni di commissioni parlamentari; lì è bastato un atto di governo. La logica è la stessa di oggi: il linguaggio dello Stato definisce ciò che una società considera importante e ciò che relega sullo sfondo. Chiamare una donna “casalinga” è amministrativamente comodo, ma lascia nell’ombra la sostanza di quello che fa; chi educa, orienta, trasmette valori e forma persone sta costruendo il futuro di una nazione, e “formatrice di generazione” dice esattamente questo.

A Dubai hanno fatto l’operazione opposta

In Europa, e in Italia in particolare, siamo abituati a un riflesso quasi automatico: ogni volta che si parla della madre che cresce i figli, una parte del discorso pubblico si affretta a sminuire, precisare, correggere, quasi che riconoscere quel ruolo comporti per forza una retrocessione. Per anni una certa modernità occidentale ha oscillato tra due errori speculari, ridurre la donna al solo ruolo domestico da un lato e considerare ogni valorizzazione della maternità come una minaccia all’emancipazione dall’altro; il risultato è stato che milioni di madri hanno continuato a sorreggere famiglie, equilibri educativi e coesione sociale, mentre il lessico pubblico le trattava come una nota a margine. A Dubai hanno fatto l’operazione opposta, e l’hanno fatta nei registri ufficiali dello Stato.

Il confronto con l’Italia fa riflettere

Il confronto con l’Italia fa riflettere. Il governo Meloni ha fatto della famiglia uno dei pilastri della propria agenda, con misure concrete sul welfare familiare e la decontribuzione per le madri lavoratrici; ma le politiche funzionano meglio quando si innestano su una narrazione culturale condivisa, e su quel fronte il Paese sconta decenni di ambiguità sedimentata. I dati ISTAT parlano da soli: nel 2024 il tasso di fecondità ha toccato il minimo storico assoluto a 1,18 figli per donna, scendendo ulteriormente a 1,13 nella stima provvisoria sui primi sette mesi del 2025. Sono numeri che non si spiegano solo con il costo della vita o la carenza di asili nido; riflettono anche una cultura che a lungo ha faticato a trattare la scelta di dedicarsi alla famiglia come degna di rispetto pubblico, oltre che privato.

Fa una certa impressione che un segnale diverso arrivi proprio da un Paese che l’Occidente legge spesso con pigrizia, attraverso stereotipi pronti all’uso. Eppure, mentre qui si consumano dibattiti sterili su ruoli, identità e linguaggio inclusivo, da Dubai in guerra arriva una correzione lessicale che contiene una visione precisa: nessuna società si regge soltanto sul PIL, sulle infrastrutture o sui grattacieli; si regge anche su chi forma esseri umani, trasmette disciplina interiore, insegna il senso del limite e della responsabilità. “Casalinga” descrive un perimetro. “Formatrice di generazione” descrive una missione. E chiamare le cose con il loro nome, nei documenti ufficiali di uno Stato e in tempo di guerra, è giustizia simbolica.

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di Marzia Mazzoni - 1 Aprile 2026