L'intervista
«Il Covid e la negazione dell’aggressività hanno fatto disastri sui giovani». Parla Adolfo Morganti
Lo psicoterapeuta parla dei casi di violenza che vedo protagonisti i ragazzini: «La dipendenza da smartphone è un'emergenza e ci stiamo lavorando, ma alla radice di questa situazione ci sono modelli culturali ed educativi del tutto farlocchi»
I casi di cronaca degli ultimi giorni cosa ci raccontano dei giovani e del loro futuro? Uno scenario che sembra desolante, ma parlando degli uomini e delle donne di domani tratteggiamo la linea di quello che siamo oggi e, soprattutto, di quello che siamo diventati. Per ragionare attorno a questo vasto e complesso tema abbiamo raggiunto Adolfo Morganti. Oltre a essere il fondatore della casa editrice Il Cerchio, da quattro decadi lavora come psicoterapeuta e psicologo forense ed è a stretto contatto con gli adolescenti. Attraverso la sua conoscenza siamo entrati in questo tunnel per cercare una nuova luce.
Morganti, la stampa nelle ultime settimane è stata dominata da casi di giovani o giovanissimi violenti soprattutto nelle scuole italiane. Scene che ci sembravano lontane e confinate agli Usa. Il termometro della sua quarantennale esperienza come vede questa nuova realtà?
«La premessa è che proprio in questi giorni stiamo lavorando, assieme a una rete di professionisti, a un piano partendo dall’emergenza del momento in cui viviamo ovvero la dipendenza da smartphone. E la diagnosi è ormai trasversale e chiara. Raccogliamo quello che abbiamo, ahinoi, seminato. Parliamo di modelli culturali ed educativi del tutto farlocchi. Il primo, campato per aria, è la concezione secondo la quale l’uomo è come “plastilina”, un materiale morbido che la società può plasmare. Questa concezione è di tipo strettamente illuministica e non rende conto di ciò che l’uomo concretamente è durante la fase educativa».
Nella sua visione quali sono le circostanze che hanno portato a questa situazione?
«Il punto di ebollizione arriva da tre fattori. Il primo è il covid, con la sua scriteriata campagna di reclusione e condizionamento di massa ha creato intere generazioni dipendenti dagli apparati elettronici per il rapporto con l’esterno. Il secondo è la negazione del corpo. A scuola il corpo non esiste, i giovani devono stare seduti e assorbire, con un progressivo decadimento dell’educazione fisica. Questo porta ad affidare le proprie dipendenze corporee a modelli sociali mediati da tv e smartphone. Infine la negazione dell’aggressività. All’interno della componente emotiva l’aggressività esiste e, come sa l’essere umano da quando esiste, o viene educato o esplode in maniera barbarica».
Quello della violenza è uno dei temi cardine. Abbiamo un rapporto morboso con la violenza, i sistemi comportamentali la reprimono totalmente, senza però darle valvole di sfogo o l’incanalamento in direzione di un vitalismo sano…
«In sintesi abbiamo dimenticato 40 anni di ricerche sull’uomo e siamo tornati a un livello di ignoranza stupefacente sulla disciplina dell’aggressività. Come scriveva Konrad Lorenz ne Il cosiddetto male, l’aggressività è una pulsione naturale che, se educata e incanalata, diventa grinta e determinazione. Se invece viene rimossa e si rifiuta di ammetterne l’esistenza, questa pulsione si gonfia sotto il peso della repressione sociale ed esplode in maniera pervertita. Pensare di risolvere il problema con fervorini o corsi di educazione all’affettività a scuola è assurdo. Così non risolveremo nulla. La soluzione è un’educazione che passi attraverso il corpo, il superamento di sé stessi e la comprensione che nella vita esistono i limiti e le sofferenze. Oggi è tassativamente proibito dire ai giovani che la vita è in salita».
Ai ragazzi viene indicato, da ogni direzione, che bisogna divertirsi, ma volente o nolente l’esistenza è una competizione…
«Certo. L’agonismo, dal greco agone, fa parte della tradizione europea sin dai tempi di Olimpia. Oggi viviamo nel mondo del “Mulino Bianco” dove il consumo garantisce la felicità, il che ovviamente non è vero. Bisognerebbe osservare la statua del Pugile in riposo. Essa ha il viso spaccato in due dai colpi ricevuti dopo aver vinto il suo combattimento e ottenuto la palma. Lì c’è lo sforzo e il volto rovinato dalle botte inferte. Questo ci insegna il superamento di sé, accettando il rischio di essere ferito pur di vincere. Il consumismo illude nascondendo la sofferenza».
Sempre di più, nelle scuole, si parla di corsi di educazione sentimentale. Ma non le sembra che, così facendo, si cerchi di sterilizzarli i sentimenti?
«Mi chiedo cosa andranno a dire in questi corsi, che sono spesso solo una “greppia economica” per professionisti. Siamo passati da una cultura che valorizzava la specificità dell’uomo e della donna all’uguaglianza. Se siamo uguali, allora, posso usare il coltello o menare le mani a una donna proprio come a compagno. Pretendere che le differenze non esistano produce solo mostri».
Il covid, di cui parlava prima, ha creato deficit nei rapporti umani…
«Appena decisero di chiudere l’Italia era evidente che sarebbero successi disastri. Per i minori questa clausura è stata patologica. Ricordo un caso. Un’insegnante urlò a una bambina che si era chinata per raccogliere la matita di una compagna avvicinandosi a quest’ultima: “Che fai? Vuoi morire?”, le disse. Un clima da shock, una mutilazione della fiducia nel mondo».
Pensa sia possibile invertire questo piano inclinato?
«Invertire la rotta chiederà decenni di lavoro. La scuola, riducendosi a fornire competenze e protocolli, ha rinunciato a formare le persone. Abbiamo adolescenti che non distinguono la destra dalla sinistra del proprio corpo. Bisogna recuperare l’immagine dell’uomo delle nostre radici europee, i greci e i padri della Chiesa, come unità di corpo, di psiche e di spirito. Noi abbiamo eliminato lo spirito e messo in cantina il corpo».
Tutto questo mostra l’assenza dello Stato nel fornire una linea formativa e culturale…
«Lo Stato liberale moderno si limita a regole astratte e a protocolli ministeriali per garantire il funzionamento della macchina, ignorando il livello valoriale. L’immagine dell’uomo è quella di un ingranaggio che quando si usura viene sostituito. Questa modernità filosofica sta cascando a pezzi».
Ultima notizia
Il discorso di Leone XIV
Pasqua, l’appello del Papa: “Basta guerre, la vera forza è non violenta”. E indice una veglia per la pace
Cronaca - di Penelope Corrado