L'editoriale
Giorgia in missione “energetica”, l’opposizione sprofonda sul divano. Ecco perché non c’è partita
Da quella parte continuano ad azzuffarsi sulle primarie, sulla guida del campo largo (mezzo Pd non vuole Schlein, mezza coalizione non vuole Conte, il resto della truppa non vuole né l’una né l’altra) e sulle versioni di “Giuseppi” (a pranzo trumpiano, a cena anti-trumpiano). Nel frattempo dall’altra Giorgia Meloni, dopo aver stretto i bulloni degli accordi per il gas in Algeria, vola a sorpresa nei Paesi del Golfo con l’obiettivo di sostenere in prima persona Nazioni alleate, in un momento di grande tensione internazionale, e di collaborare con queste per garantire ulteriore sicurezza energetica all’Italia. Tutto questo poche ore dopo aver licenziato le nuove misure sociali per affrontare il nodo del caro benzina.
Lo “spread” fra le due coalizioni si registra, plasticamente, proprio nei momenti del genere: quando c’è da mettere in mezzo, con i fatti, l’interesse nazionale. In questi casi a sinistra non hanno idea di che pesci di prendere: si limitano a declamare «dal divano di casa» – ha commentato non a caso la premier –, a richiedere improbabili «scegliete dove stare: con l’Ue o con gli Usa». Tanto per loro vale solo la rotta del pilota automatico. Va così dal Dopoguerra: prima Mosca poi Bruxelles, con Londra e Parigi a fornire sempre “cenacoli” e direttrici. Il perché non è da addebitare solo a pigrizia e malafede: è proprio nella declinazione di quel marxismo anti-nazionale che si è pienamente affermato, per i suoi adepti, solo nelle società liberali.
Azionato il navigatore pre-impostato, il problema da risolvere per la sinistra è sempre lo stesso: la tautologia del potere. Ossia il potere fine a se stesso. Non importa per cosa, il problema è che non devono esercitarlo gli altri. E così il vecchio sistema – i quadri del “Partito interno”, per citare Orwell – cerca disperatamente l’ennesimo camuffamento per ripresentarsi: ecco perché è pronto a riconoscere persino Giuseppe Conte, il Camaleconte, davvero come «punto di riferimento per i progressisti». Indicativa e spudorata la spartizione evidenziata in chiaro sui quotidiani: cedere palazzo Chigi all’avvocato cinquestelle per confermare così anche il prossimo inquilino del Quirinale in quota Pd. Anche qui: non importa chi, l’importante è il perché. Alla fine all’apparato i cocci del campo largo servono a questo: a garantire un certo status quo.
Se a sinistra sono impegnati nell’ennesima operazione cosmetica, a destra si lavora per irrobustire “l’impianto” nazionale. E di questo si occupa la premier in prima persona: senza alcun vincolo di sorta se non quello con il mandato elettorale. Ecco perché Giorgia Meloni, nei primi tre anni di governo, ha voluto comporre una propria agenda, ha seminato nel globo interlocuzioni non scontate coniugate a progetti di sviluppo. Il risultato di queste ore – riscontrato anche dal fatto di essere il primo capo di governo a recarsi nei Paesi del Golfo dall’inizio della guerra fra America e Iran – vede un’Italia tutt’altro che immobilizzata dalla paura: al contrario, si rivela più attrezzata, con più riserve energetiche e più fonti approvvigionamento. Il resto, a partire dai costi dell’energia, dovrà toccare necessariamente all’Europa: chiamata, come fu per l’emergenza Covid e come ripetono Meloni e il ministro Giancarlo Giorgetti, a battere un colpo contro il Patto di Stabilità e i marchingegni come gli Ets per sostenere l’economia reale. E non a perdere ulteriori colpi dietro agli spettri delle sue utopie dirigiste.
Che cosa avverrà all’esecutivo, infine, dopo la sconfitta al referendum? Sarà la stessa premier a spiegarlo nei dettagli il prossimo giovedì. Ciò che è certo è che non ci sarà spazio per formule politiciste e rimpasti. Ci saranno invece poche cose su cui insistere – tasse, sicurezza, produzione e salute – per chiudere il cerchio nel miglior modo possibile. La postura, insomma, è quella di un governo onesto: che racconta le cose come stanno e affronta le cose per come devono essere affrontate. Con pragmatismo. E con i giusti “no”, come avvenuto sul caso Sigonella nei confronti di Donald Trump. La decisione, fra poco più di un anno, sarà fra questo: fra una compagine che ha rispettato il mandato elettorale, nonostante la tempesta perfetta delle crisi internazionali, restituendo un’Italia capace di stare nello scacchiere globale. E una compagnia di sinistra, in evidente astinenza di potere, che come abbiamo visto è pronta a tutto: ma non chiedetegli di alzarsi dal divano.
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Parole più chiare e lapidarie non potevano essere messe per iscritto: purtroppo gli idioti (e i collusi ) non lo possono (o vogliono) capire…
Avanti così !
Non sottovalutiamo la macchina propagandista creata dalla sinistra: sono pronti a spacciare, con arrogante e sfrontata pervicacia, qualsiasi menzogna per sedurre quella parte di elettorato, tutt’altro che esigua, che è sprovvista di spirito critico e di senso della realtà.
La sinistra non è più capace di fare politica, solo propaganda elettorale raccontando le balle più grandi del globo terrestre,lì si è visto col referendum, purtroppo molti abboccano alle fregnacce che raccontano.Giirgia Meloni si è spesa molto all’estero per fare apprezzare l’Italia,li abbiamo visto con lo Speed e le agenzie di rating,ma da sinistra si continua a raccontare amore che siamo isolati e sull’orlo del baratto.Da ex elettore di sinistra mi vergogno di tutte queste buffonate e dico,meglio Meloni per un bel po’ di anni ,io questa volta alle prossime elezioni la voterò e anche tutta la mia famiglia.