Notti (non più) magiche
Flop mondiali. Gli unici innocenti? Sono i calciatori italiani
L’affermazione è forte, me ne rendo conto, ma ne sono profondamente convinto, e non da oggi, bensì da decenni. Gli unici innocenti di questa disgrazia sono proprio i calciatori italiani. Tutti gli altri – sempre italiani, ma con altri mestieri – sono colpevoli. Tutti, nessuno escluso. Quando alla nazionale di calcio arrivano batoste come quella contro la Bosnia, la reazione media dei tifosi si indirizza verso due direzioni fondamentali: prendersela con i calciatori e con la federazione.
La verità nuda e cruda probabilmente sta da tutt’altra parte. Non nei settori giovanili in cui non si capisce perché, solo in Italia e senza alcun dato statistico a supporto, “non si insegnerebbe a giocare a pallone”. Non nel calcio di strada scomparso dai radar negli ultimi decenni, tanto per cambiare senza alcun dato a supporto ma solo basandosi sulle sensazioni ipotetiche, perché nessuno fa confronti con il succitato “calcio di strada” di altri Paesi del mondo ricco o presunto tale, dalla Spagna, alla Francia fino ad arrivare alla Germania. Non nelle raccomandazioni e nei favoritismi che manderebbero avanti giocatori italiani più scarsi in luogo di occultati Pelè che verrebbero scavalcati senza merito.
Per smentire tutte queste considerazioni basate esclusivamente sulla retorica e non sulla pratica, è sufficiente guardare ai risultati delle nazionali giovanili dagli under 17 agli under 21. Negli ultimi dieci anni queste selezioni arrivano tutte più o meno in fondo alle competizioni (ovviamente, qualche flop può sempre capitare), o comunque certamente non si permettono di perdere gare decisive con selezioni del valore di una Macedonie del Nord, di una Svizzera o di una Bosnia che dir si voglia. Solo nel 2023 l’under 20 italiana è arrivata in finale ai mondiali di categoria, ieri sera – e non nel 1970 – l’under 19 si è confermata prima nel suo girone battendo l’Irlanda con una prestazione maiuscola con doppietta di Antonio Arena, ennesimo giovane che dimostra qualità destinato tranquillamente a fare la fine di tutti quelli di cui ci si dimentica l’anno dopo ma anche il giorno dopo, dai Baldanzi ai Pafundi, ai Camarda e chissà, magari anche i Pio Esposito. Se le under esprimono calciatori di qualità tutte le considerazioni di cui sopra non hanno alcun senso logico: magari esistono pure dei problemi che nessuno vuole negare, ma il dato finale è che i ragazzi ci sono. E se ci sono dei raccomandati nelle under sanno oggettivamente giocare – e pure bene – a pallone.
Il problema si verifica successivamente, ovvero nel passaggio dalle giovanili alle squadre professionistiche. Francesco Camarda è il giocatore che nelle giovanili europee ha battuto ogni record di segnature negli ultimi anni. Kenan Yildiz non aveva minimamente lo stesso curriculum, prima di arrivare alla Juventus. Il secondo finisce in bianconero viene fatto giocare titolare per un anno intero a prescindere dalla sua media reti ed assist oggettivamente bassa, gli si dà il tempo di esplodere e di maturare, riconoscendone il talento. Il primo al contrario, pur di proprietà del Milan, finisce a doversi far notare a Lecce e chissà che fine farà. Il problema sta tutto qui, o quanto meno è quello principale: perché se nemmeno guardando in tempo reale i calciatori giovani italiani c’è voglia di farli giocare, mentre basta il primo egiziano – esempio generico, ovviamente – autore di un bel dribbling per far desiderare la maglia da titolare in una qualsiasi delle squadre della Serie A, allora vuol dire che si parte con bonus e malus, a seconda delle circostanze, ma diremmo proprio dei passaporti, meglio se non italiani, a quanto pare.
Non regge neanche l’affermazione che attacca i calciatori italiani e li accusa di snobismo, di fregarsene della maglia azzurra e di “non onorarla”, spiegando così il fatto che anche il Barella meno in forma della storia si metta paura di un bosniaco qualsiasi, come Dimarco, come Bastoni ma anche come Locatelli e tutti gli altri. Nessuna persona dotata di sale in zucca, a prescindere da quanto possa fregarsene della nazionale, potrebbe mai desiderare di non andare ai mondiali per non promuovere sé stesso, non promuovere il suo nome e non promuovere eventuali possibilità di essere più ricercato – e quindi anche più pagato – sul mercato.
Quanto accaduto con la Bosnia è l’ennesimo risultato di una mentalità autodistruttiva generata e fomentata anzitutto dalla stampa, in grado di esaltarsi per il primo straniero che passa e di crocifiggere per la prima partita sbagliata un qualsiasi giovane italiano indipendentemente dalle sue potenzialità (dimostrate spesso nelle under citate sopra: è normale che solo una quota minoritaria di giocatori delle giovanili spicchi ad alti livelli, non è naturale che questa percentuale scenda a zero), ed alimentata dalla stragrande maggioranza dei tifosi italiani, capaci di lamentarsi se la nazionale va male ma di crocifiggere allo stesso modo il giovane italiano succitato, che non avrà mai lo spazio di fiducia di una partita sbagliata, figuriamoci di una stagione intera come novelli eredi di Del Piero di nazionalità turca.
Ecco perché si arriva alla frase forte che ribadisco in questa chiusura, ovvero: gli unici innocenti sono proprio i calciatori italiani. Anche i più sopravvalutati, anche i meno in forma, anche quelli che hanno giocato peggio. Perché il peggior calciatore italiano non può avere paura della Bosnia. Se lo fa, vuol dire che può avere paura di tutti. Anche di una selezione delle Isole Fiji. E se ha paura di tutti mi riesce difficile se non impossibile dare la colpa anzitutto a lui, dal momento che è un dato che si ripete da anni, in modo sempre peggiore man mano che andiamo avanti.
Ora, se la nostra mentalità autodistruttiva arriva a pensare che i giovani calciatori italiani agli inizi degli anni 2000 (perché quella è la generazione che porta all’età media attuale) abbiano all’improvviso smesso di saper giocare a pallone per produrre uomini che non sono in grado non di disputare una partita decente, ma neanche di battere piccolissime nazionali (arrivando con i loro club a giocarsi anche finali di Champions o nelle giovanili azzurre in fondo stabilmente alle competizioni, ma sono dettagli), è padronissimo di continuare a farlo, come insistere da decenni su questa pantomima lagnosa senza né arte né parte. Solo che non ha nessun senso, anzitutto dal punto di vista logico.
Io sto con i calciatori italiani, lo dico con fermezza e determinazione. Anche e soprattutto con quelli che hanno sbagliato di più. Perché sono sulla stessa dannata barca che affonda di quelli che meriterebbero più spazio. Ed entrambe le categorie, anche zoppe, non possono avere paura della Bosnia. Se ce l’hanno, c’è qualcosa di molto più profondo che non va: generato e alimentato dai veri responsabili di cui ho già ampiamente descritto fattezze e categorie: tifosi, dirigenti, allenatori italiani. Ruoli diversi ma con un comune denominatore ben saldo: l’autorazzismo.
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