Lo studio rivoluzionario
Ci salveranno i pinguini della Patagonia: i ricercatori Usa ne hanno adottati 54 come guardiani dell’ambiente
I pinguini della Patagonia sono diventati essenziali per lo studio della tossicologia ambientale. Dopo essere stati dotati di sensori sulle loro zampe, hanno dato una mano agli studiosi per intercettare la presenza delle sostanze industriali inquinanti anche in questa zona remota. La ricerca della University of California a Davis e dalla State university of New York a Buffalo, che riguarda l’esperienza con gli uccelli di Magellano in Argentina, dimostra come gli animali possono a svolgere il ruolo di “guardiani” del proprio ambiente con una modalità non invasiva.
Per farlo, però, hanno avuto bisogno di indossare degli anelli con sensori chimici nei giorni della stagione riproduttiva. In questo modo riescono ad intercettare le sostanze “chimiche eterne” con un alto tasso di tossicità per l’ecosistema. Fondamentale per lo studio è stato anche il finanziamento dello zoo di Houston.
I pinguini sono guardiani dell’ambiente: sensori sulle zampe per intercettare le sostanze tossiche
Lo studio sui pinguini è stato divulgato anche dalla rivista ‘Earth: Environmental Sustainability’, in cui si sottolinea che gli scienziati dell’università californiana hanno impiegato 54 pinguini di Magellano per portare a termine il programma. I campionatori passivi in silicone, impiegati per le rilevazioni, sono stati posizionati con cura attorno alle zampe degli esemplari durante le stagioni riproduttive 2022-2024. Alla fine, i sensori hanno assimilato in sicurezza le sostanze chimiche dall’acqua, dall’aria e dalle superfici con cui i pinguini entravano in contatto mentre erano alla ricerca di cibo per i loro pulcini. Una volta ritrovati, i campioni sono stati inviati all’università di Buffalo per il monitoraggio. Ed è proprio qui che gli scienziati hanno fatto una triste scoperta: le sostanze perfluoroalchiliche (Pfas) inquinanti erano presenti in oltre il 90% dei campioni, persino in questa regione remota.
«L’unico modo che avevamo in passato per misurare l’esposizione agli inquinanti era prelevando campioni di sangue o di piume”», ha chiarito Ralph Vanstreels, coautore dello studio e veterinario esperto in fauna selvatica al Karen C. Drayer Wildlife Health Center della UC Davis Weill School of Veterinary Medicine. Poi ha aggiunto: «È entusiasmante avere a disposizione un metodo mininvasivo. I pinguini scelgono per noi i siti di campionamento e ci indicano dove è importante monitorare più a fondo. Mentre svolgono le loro attività quotidiane, gli animali ci rivelano molto sull’ambiente in cui vivono».
Il bilancio dello studio ha mostrato uno scenario preoccupante
Le ricerche hanno evidenziato una miscela di inquinanti preesistenti, nonché di sostanze chimiche che hanno sostituito i Pfas, la cui produzione è stata gradualmente interrotta. «Utilizzando un approccio di campionamento non invasivo, siamo stati in grado di rilevare nel tempo un passaggio dai Pfas tradizionali alle nuove sostanze chimiche sostitutive nell’ambiente dei pinguini», ha sottolineato l’autrice senior Diana Aga, docente emerita della Suny nel dipartimento di chimica dell’università di Buffalo. «La presenza del composto chimico GenX e di altri Pfas sostitutivi, sostanze chimiche tipicamente associate a fonti industriali vicine, dimostra che questi composti non rimangono confinati a livello locale, ma raggiungono anche gli ecosistemi più remoti – avverte l’esperta -. E questo solleva importanti preoccupazioni sul fatto che i Pfas più recenti, pur essendo progettati come alternative più sicure, siano ancora sufficientemente persistenti da diffondersi a livello globale e rappresentare un rischio di esposizione per la fauna selvatica».
Le posizioni degli autori dello studio
Gli autori dello studio sostengono che il metodo utilizzato in Patagonia possa essere utilizzato anche per individuare l’esposizione all’inquinamento derivante dagli sversamenti di petrolio, dai naufragi e da altre sorgenti industriali. «In futuro, vorremmo ampliare il nostro team di ‘investigatori ambientali’ estendendo la ricerca a diverse specie», ha prospettato Vanstreels, ricordando che il loro prossimo obiettivo è quello di sperimentare lo studio anche sui cormorani, che possono immergersi nelle profondità maggiori di 76 metri. «Trasformando i pinguini in sentinelle del loro ambiente, abbiamo a disposizione un nuovo e potente strumento per comunicare problematiche rilevanti per la salute della fauna selvatica e, più in generale, per la conservazione delle specie marine e dei nostri oceani», ha spiegato la coautrice Marcela Uhart, direttrice del programma per l’America Latina al Karen C. Drayer Wildlife Health Center dell’UC Davis.
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