L'editoriale
A Budapest vince l’altra destra e la sinistra che fa? Brinda alla sua irrilevanza
La verità, dettata anche dal caso Ungheria, è che in Europa non c’è spazio per le ricette della sinistra. Come è avvenuto in Polonia, i progressisti devono appoggiarsi, anzi aggrapparsi, al vincitore che rappresenta di fatto una destra nazional-conservatrice. Morale? A sinistra sanno benissimo di non essere competitivi, di non avere chiavi per affrontare lo spirito del tempo
La notizia è che la sinistra italiana «riparte da» un ungherese di destra. La vittoria di Peter Magyar contro Viktor Orbán viene salutata dalle parti del campo largo come se fosse roba loro: il fantomatico trionfo del progressismo no borders contro il sovranismo oscurantista, con l’immancabile refrain dell’«avviso di sfratto» a Giorgia Meloni. Una ricostruzione propagandistica e sgangherata ascrivibile al mondo della post-verità che ci dice, però, qualcosa in più: la sinistra gioca ormai sugli spalti, non è letteralmente più in campo. E tifa tutto ciò che considera vicino in qualche modo allo status quo: l’unica direzione del pilota automatico della vecchia burocrazia di Bruxelles. A questo ci arriviamo.
Magyar è stato eletto in una competizione sostanzialmente corretta, svolta senza incidenti né tensioni post-voto: segno che l’Ungheria orbaniana per essere una «democratura», uno Stato illiberale e autoritario, è risultata abbastanza…imperfetta. Al netto delle strumentalizzazioni e delle narrazioni di comodo sulla lunga stagione di Viktor Orbán è chiaro che, dopo sedici anni, tante vittorie e alterne fortune, quel ciclo è entrato in una fisiologica fase di declino. Ad avanzare con Magyar e il suo partito Tisza, però, è una variazione radicale sul tema, non una frattura: una destra con meccaniche diverse, sicuramente di impianto euro-realista ma non meno identitaria, anti-comunista e critica con le derive woke. Tradotto brutalmente: «non c’azzecca» nulla con l’ultimo residuato della sinistra europea, Pedro Sanchez, o con i nostalgici di Ventotene.
Il nuovo premier magiaro è un popolare-populista (il suo partito è legato al Ppe) con venature conservatrici e cattoliche, coltivato nell’élite del partito di Orbán da cui ha preso le distanze solo due anni fa più che altro per ragioni anti-casta, giustizialiste, e per il sentimento anti-russo che è presente nella coscienza viva del popolo ungherese. Certo, la sua piattaforma programmatica è aperta ad instaurare un nuovo rapporto, vedremo quanto sereno, con l’Ue e si pone con un profilo più globalista in economia. Su certi temi dirimenti però, a partire dal contrasto all’immigrazione e dalla difesa della famiglia, Magyar risulta quanto se non più a destra del suo predecessore. Di certo non aperto a certe ingerenze antropologiche euro-dirigiste.
Inquadrato il profilo del vincitore delle elezioni in Ungheria, nazione dove la sinistra è scomparsa letteralmente dal Parlamento (ha “conquistato” l’1,1%) pur di favorire la vittoria del leader di Tisza, c’è un elemento che sfugge alla miopia di certe ricostruzioni. La verità, dettata anche dal caso Ungheria, è che in Europa non c’è spazio per le ricette della sinistra: da quella socialdemocratica alla newco iper-individualista del cosiddetto partito radicale di massa. Come è avvenuto in Polonia così in Ungheria i progressisti devono appoggiarsi, anzi aggrapparsi, al vincitore che rappresenta di fatto una destra nazional-conservatrice. Morale? A sinistra sanno benissimo di non essere competitivi, di non avere chiavi per affrontare lo spirito del tempo. Possono solo ambire a governare la narrazione e sperare al massimo di poter “pilotare” da minoranza organizzata, come purtroppo è avvenuto in passato, alcune politiche europee.
È la solita sinistra consustanziale alla tecnocrazia a cui si unisce la sinistra del “No” di casa nostra. Quella che si illude che ogni strappo dell’elettorato in giro per il mondo, ogni mutazione del paradigma sia da leggere in chiave politicista. Come la chiusura di una “parentesi”, quella del governo Meloni, dopo la quale tutto tornerà come prima: in Italia, come in Europa e nel resto del sistema occidentale. È un enorme errore di lettura dei processi storici in atto a cui si aggiunge il difetto di analisi su cui insistono certi commentatori à la page: coloro che non hanno capito che il modello del centrodestra italiano non ha mai “inseguito” né è mai stato “a traino” di esperienze oltreconfine. Si tratta di una soggettività che vive da trent’anni: non deriva, è una realtà totalmente inserita nella storia patria.
La destra italiana ha vinto nel 2022 con le proprie forze, con il proprio programma, con una leadership – quella di Giorgia Meloni – che ha suscitato emulazione: non il contrario. È il destra-centro ad essere diventato modello di buone pratiche: come dimostrano le votazioni nel Parlamento europeo, dove il Ppe “di Magyar” sulle questioni fondamentali – immigrazione, industria, post-Green Deal – vota in asse con ciò che in Italia è esperienza di governo consolidata. È il destra-centro che è pronto alla scommessa di un’Europa tanto occidentale quanto autosufficiente: così diversa dai balbettii dei socialisti, incapaci di andare a fondo sui temi della difesa, dell’energia, della geopolitica. La sfida nel 2027, in Italia, non sarà fra due destre come in Ungheria. La sinistra, insomma, non potrà mimetizzarsi né godere della propria irrilevanza: dovrà metterci la faccia, una leadership (e qui sono dolori) e persino qualche idea. Auguri.
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