L'editoriale
Una riforma “giusta”, un tassello del mosaico di un’Italia maggioritaria. Oltre gli steccati
È questa la vera scommessa politica del “riformismo nazionale” di Giorgia Meloni: cercare e trovare dei punti di sintesi con cui rinvigorire il corpo sociale ed economico della Nazione
L’aria di “sì” respirata in questa campagna referendaria va ben oltre il quesito, già di per sé epocale, riguardante la riforma della magistratura. Tappa – ne seguiranno altre, altrettanto profonde, sempre dal governo Meloni – di un percorso che vede nell’innovazione delle istituzioni una delle leve per permettere all’Italia di affrontare, nel pieno delle sue capacità, una delle fasi più turbolente dal secondo dopoguerra. È questa, in fondo, la vera scommessa politica del “riformismo nazionale” di Giorgia Meloni: cercare e trovare dei punti di sintesi con cui rinvigorire il corpo sociale ed economico che regge l’intera comunità.
In questo campo la compagine di governo si muove con il gramsciano «ottimismo della volontà» (a proposito dei critici che straparlano di egemonia fermandosi al censimento delle nomine) contro il pessimismo diffuso fra le “ex” classi dirigenti. Parliamo di ciò che avviene, più o meno strutturalmente, nelle democrazie nazionali più mature della nostra. È un fatto che negli Stati Uniti, in Germania, nel Regno Unito i contrafforti nazionali – le strutture che permettono a uno Stato, indipendentemente da chi governa, di tenere il passo – siano patrimonio comune delle forze politiche. Lo stesso principio risultava, prima del disastro tecnocratico di Emmanuel Macron, pure in Francia.
In Italia ciò non si è avuto, eccezion fatta per alcuni brevi momenti, come fu per il processo costituzionale. Sappiamo bene perché: la presenza di una sinistra troppo forte per non incidere nel costume politico ma non così forte e maggioritaria da governare. Ecco perché, dove non ha potuto decostruire o sovvertire, la sinistra massimalista è diventata stampella delle forze di interdizione: è avvenuto con un certo sindacalismo, con le resistenze dei baronati nel mondo della cultura, e ovviamente con l’Associazione nazionale magistrati che si è fatta “partito” a difesa del proprio desco. Altro che Stato di diritto….
La dimostrazione plastica della sottomissione della “ditta” della sinistra si è avuta in questi mesi. L’agenda del fronte del «No» è stata completamente assorbita e (tele)guidata dalla magistratura militante e corporativa che si oppone, fin dai tempi del codice Vassalli e del giusto processo, a ogni proposta di cambiamento dell’amministrazione della giustizia. Nel frattempo, proprio “grazie” ai meccanismi del correntismo, divenuta sempre più malagiustizia. La sinistra istituzionale – storicamente vicina alle posizioni della riforma – non ha potuto (o voluto) farci nulla. Così come è stata ostaggio della Cgil, l’ex sindacato ormai soggetto politico, un anno fa sul referendum che avrebbe dovuto riportare in vita l’articolo 18: superato da una riforma…della sinistra. Il risultato? Una leadership, quella del campo largo, incapace di innestare da nessuna parte il principio del primato della politica.
Stavolta però, proprio sul tema del referendum sulla giustizia, è emerso un fatto politico inedito: la reazione impetuosa di tanti settori, anche dello stesso mondo progressista, che hanno detto «basta» al luogocomunismo. Lo abbiamo ripetuto su queste colonne più volte: le migliori culture riformiste – da quella laica a quella cattolica, da quella radicale a quella socialista – hanno sposato la campagna e le ragioni della riforma Nordio. Lo hanno fatto lanciando una sfida più ampia alla stessa sinistra “giallo-rossa”: pronta a sacrificare, sull’altare della fantomatica competitività elettorale, tutto il patrimonio riformista e garantista delle sue migliori stagioni.
Anche l’esplosione di queste contraddizioni è l’effetto della capacità della destra rappresentata da Giorgia Meloni di saper parlare oltre gli steccati. Di saper assimilare, storicizzando dove necessario, il meglio del pensiero nazionale proiettandolo come soluzione, come “via italiana” alla complessità di questi tempi. Si tratta di un enorme traguardo politico che segna – in entrambi i casi, vittoria o sconfitta, di questo referendum – la linea di partenza per una stagione che può determinare un “dinamismo” istituzionale che va ben oltre le categorie di destra e sinistra. Individuando nell’asse verticale, ossia nell’interesse nazionale, quel momento di sintesi di cui si gioverà e da cui non potrà prescindere chiunque sieda a Palazzo Chigi. Partire dalla giustizia, l’architrave di uno Stato moderno ed efficiente che si rispetti, sarebbe un’occasione e una prova di saper fare sistema. Per questo e a questo diciamo una, dieci, cento volte «Sì».