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Stefano Zurlo

L'intervista

«Tre persone al giorno subiscono gravi errori giudiziari. La verifica disciplinare fuori dal Csm serve». Parla Stefano Zurlo

In "Senza giustizia. Miserie e debolezze delle toghe italiane" il giornalista racconta i casi di malagiustizia accertati in Italia e il modo in cui sono stati trattati dal Csm: vicende che «hanno dell'incredibile» e chiariscono perché il sistema ha bisogno di essere riformato

Politica - di Fernando Massimo Adonia - 15 Marzo 2026 alle 07:00

Si stimano circa mille errori l’anno, quindi tre casi al giorno di persone che finiscono in carcere ingiustamente o che subiscono gravi errori giudiziari. I numeri sono scolpiti nero su bianco nel libro-inchiesta di Stefano Zurlo Senza giustizia. Miserie e debolezze delle toghe italiane (Baldini + Castoldi). Un’analisi impietosa sulla giustizia italiana, con cifre che fanno tremare le vene e i polsi e che lasciano l’amaro in bocca.

Zurlo, nel suo ultimo libro lei sostiene che l’errore giudiziario non sia un fatto accidentale bensì strutturale del nostro sistema. Qual è la radiografia della giustizia in Italia?

«La radiografia è più o meno quella che già conosciamo, forse persino peggiore. Si stimano circa mille errori l’anno, ma i numeri precisi non li sa davvero nessuno».

Ci parli dei numeri che ha potuto verificare.

«Io ho riportato un dato certo: 5.933 ingiuste detenzioni risarcite tra il 2017 e il 2024. Ma attenzione: il fatto che siano state risarcite significa che lo Stato ha riconosciuto l’errore. In molti altri casi il risarcimento non arriva, perché si sostiene che l’imputato non abbia collaborato o non abbia risposto agli interrogatori. Il malessere del sistema però non si misura solo dagli errori: si vede anche nei processi lunghissimi, nelle sentenze altalenanti e nelle vicende della sezione disciplinare del Csm».

Nel libro emergono episodi piuttosto imbarazzanti proprio legati alla sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura.

«Sì, racconto vicende che hanno dell’incredibile. Detto questo, l’ultimo Csm guidato da Fabio Pinelli mi sembra abbia cambiato passo: è più severo rispetto al passato. Ufficialmente si dice che la percentuale di condanne disciplinari sia molto alta, ma bisogna vedere su quale base viene calcolata. Molti procedimenti vengono chiusi prima con un non luogo a procedere o con la dichiarazione di irrilevanza del fatto. In questi casi non entrano nelle statistiche delle condanne. Non è un cavillo: cambia completamente la percezione dei numeri. Negli ultimi tempi, comunque, qualche segnale di maggiore severità c’è stato».

Poche condanne disciplinari segnalano un certo grado di corporativismo nella magistratura?

«Io dico sempre che la magistratura è per metà un contropotere e per metà una corporazione».

Si spieghi meglio, per favore.

«È un contropotere perché spesso entra in conflitto con il potere politico, per esempio su temi come l’immigrazione, dove le leggi vengono vagliate alla luce della Costituzione, dei trattati internazionali o delle norme europee. Ma è anche una corporazione, perché all’interno tende a proteggere sé stessa. Ci sono dinamiche di gruppo, amicizie, equilibri che talvolta rendono difficile sanzionare davvero chi sbaglia».

Le riforme in discussione possono cambiare qualcosa?

«Nessuna riforma è la panacea. Però alcuni snodi sono importanti, e quello disciplinare lo è sicuramente. Portare il giudizio disciplinare fuori dal Csm significherebbe renderlo più indipendente e meno condizionato da logiche interne. C’è chi teme che così il potere politico possa intervenire più facilmente. Per esempio, Gherardo Colombo mi diceva che con una riforma del genere forse non sarebbe stata possibile un’inchiesta come Mani Pulite. Io non sono convinto: i rapporti tra politica e magistratura sono sempre stati molto più complessi e intrecciati di quanto si racconti».

Un altro punto centrale è la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri.

«Per me è un passaggio logico. In un sistema accusatorio il giudice deve essere davvero terzo. Oggi la situazione è un po’ come se l’arbitro appartenesse alla stessa squadra di uno dei giocatori. Separare le carriere significa completare un percorso iniziato con il codice di procedura penale del 1989 e con la riforma costituzionale del giusto processo del 1999».

Zurlo, lei scrive di errori giudiziari da molti anni. Da dove nasce questo interesse?

«All’inizio mi colpiva il fatto che tutti parlassero della magistratura, soprattutto negli anni delle grandi polemiche politiche, ma pochi andassero a vedere concretamente cosa succedeva. Quando chiesi per la prima volta gli atti disciplinari del Csm, all’epoca guidato da Nicola Mancino, la richiesta fu accolta con grande fastidio. Da lì ho iniziato a guardare dentro il sistema».

Uno dei primi casi che seguì fu quello di Daniele Barillà, un uomo rimasto in carcere per anni per uno scambio di persona.

«Sì, fu un caso che mi colpì tantissimo. Arrivai perfino a parlarne con Francesco Saverio Borrelli, che all’epoca era l’uomo simbolo dell’inchiesta di Mani Pulite. Anche lui mi disse che probabilmente c’era un innocente in carcere. Eppure, quella vicenda rimase ferma per anni, finché non si scoprì che l’arresto era stato davvero frutto di uno scambio di persona. Sono storie che ti fanno capire quanto sia fragile il sistema».

Che cosa ha cercato di raccontare con Senza giustizia?

«Ho cercato di mettere insieme diversi filoni: gli errori giudiziari, le ingiuste detenzioni, il funzionamento della sezione disciplinare e più in generale i problemi strutturali della giustizia italiana. Non è un attacco alla magistratura».

E che cos’è, invece?

«È il tentativo di raccontare criticamente un potere che per molto tempo è stato poco indagato. Quando ho iniziato a scriverne, vent’anni fa, parlare di errori giudiziari sembrava quasi un tema marginale. Oggi invece l’opinione pubblica è molto più consapevole del problema, e questo è già un passo avanti».

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