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Il giurista ed ex ministro socialista, Salvo Andò

L'intervista

«Sul referendum c’è una campagna di disinformazione: la riforma non è un attacco alla magistratura». Parla Salvo Andò

Il giurista ed ex ministro socialista fa parte del Comitato per il Sì che porta il nome di Giuliano Vassalli: «L'indipendenza delle toghe va difesa anche da distorsioni interne. Il correntismo e certe forme di protagonismo dell’associazionismo giudiziario hanno inciso negativamente sul funzionamento di tutto l’ordine giudiziario»

Politica - di Fernando Massimo Adonia - 11 Marzo 2026 alle 09:29

Salvo Andò è stato ministro della Difesa per il Partito socialista italiano quando Cosa Nostra aveva sferrato la campagna terroristica di assalto alle istituzioni, con le stragi di Capaci e via D’Amelio. Allora decise, per sostenere l’attività investigativa delle forze di polizia, di inviare l’esercito nell’Isola a presidio dei luoghi sensibili. L’operazione si chiamava “Vespri siciliani” e segnò uno snodo decisivo nella lotta alla mafia. Studioso di diritto pubblico con alle spalle una lunga militanza accademica, è nell’ufficio di presidenza del Comitato Giuliano Vassalli per il Sì, che deve il nome al giurista e partigiano che tenne a battesimo il codice di procedura penale del 1988.

Professore, nel dibattito pubblico sulla riforma della giustizia si sono moltiplicate polemiche e accuse molto dure, che clima avverte?

«In queste settimane abbiamo assistito a una vera e propria campagna di disinformazione, promossa soprattutto dai sostenitori del No. Una campagna che in alcuni casi ha assunto toni aggressivi e che ha contribuito a creare confusione nell’opinione pubblica. Se però si entra nel merito delle norme, molte delle critiche rivolte alla riforma risultano francamente infondate».

Una delle obiezioni principali è che la riforma metterebbe a rischio l’indipendenza della magistratura.

«Non è così. Le riforme di cui si discute non rappresentano affatto un vulnus al principio dell’indipendenza della magistratura. Al contrario, mirano a rafforzarlo. L’indipendenza deve essere difesa non solo dalle possibili pressioni del potere politico, ma anche da eventuali distorsioni interne al sistema giudiziario».

Dall’interno?

«Certamente. Alcune dinamiche del correntismo e certe forme di protagonismo dell’associazionismo giudiziario hanno creato problemi che hanno finito per incidere negativamente sul funzionamento di tutto l’ordine giudiziario».

Eppure, da una parte della magistratura sono arrivate critiche molto dure alla riforma.

«Sì, e alcune di queste critiche mi sembrano francamente eccessive. Abbiamo sentito dire che la riforma rappresenterebbe un passo indietro nella storia della Repubblica o addirittura una minaccia per la democrazia. Sono giudizi che non condivido. Il tema della separazione delle carriere, per esempio, non è affatto una novità: è una questione di cui si discute da decenni».

Secondo lei perché tante riforme della giustizia in Italia non sono mai arrivate fino in fondo?

«Perché spesso non si è voluto affrontare davvero il nodo dell’equilibrio tra i poteri dello Stato. Nel corso degli anni si è prodotto, in alcuni casi, uno spostamento degli equilibri istituzionali che non sempre è stato adeguatamente discusso. Anche per responsabilità della politica, che spesso non ha avuto la forza o la capacità di affrontare questi nodi in modo chiaro».

La questione, dunque, non riguarda solo questa riforma.

«La questione, se mi consente, riguarda più in generale il rapporto tra poteri dello Stato e la necessità di garantire un equilibrio che salvaguardi sia l’indipendenza della magistratura sia la sovranità democratica».

Quindi il referendum può rappresentare una svolta?

«Può rappresentare un punto di partenza. Ma sarebbe sbagliato pensare che questa riforma, da sola, possa risolvere tutti i problemi della giustizia italiana. È soltanto l’inizio di un percorso più ampio».

Che cosa servirà, allora, dopo il referendum?

«Servirà una classe politica capace di affrontare con coraggio il tema delle riforme istituzionali. Le grandi riforme della giustizia non si possono fare in un clima di conflittualità permanente. Occorrono confronto, responsabilità e una visione di lungo periodo».

C’è il rischio che, anche in caso di vittoria del Sì, le riforme vengano svuotate?

«Il rischio esiste sempre. Ogni cambiamento incontra resistenze, soprattutto quando tocca equilibri consolidati. Per questo sarà fondamentale che la politica mantenga la determinazione necessaria per portare avanti il processo di riforma».

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di Fernando Massimo Adonia - 11 Marzo 2026