L'intervista
«Separare le carriere è cosa buona e giusta. Parola di giudice “comunista”…». A colloquio con Costanzo Cea
L'ex magistrato parla anche del caso Gratteri: «Il procuratore di Napoli conosce perfettamente la differenza tra indagato, imputato e condannato ma sostenere che un indagato o un imputato non siano persone perbene ha a che fare con una subcultura inquisitoria che non ha nulla a che vedere con i principi sanciti dalla Costituzione»
Pugliese di Toritto, classe 1952, Costanzo Cea è magistrato dal 1980. In pensione dal 2018, ha scelto di scendere nell’agone della campagna referendaria per sostenere le ragioni del Sì da uomo di sinistra («Presi la tessera del Pci nel 1970…»), a riprova della trasversalità del consenso nei confronti di questa storica riforma. Con Cea, uno dei tanti magistrati per il Sì che si stanno spendendo su tutto il territorio nazionale, abbiamo affrontato i principali temi della riforma.
Dottore Cea, nel suo intervento all’inaugurazione dell’anno giudiziario dell’Unione Camere Penali, lei ha tenuto a chiarire immediatamente quale fosse la sua estrazione politica e ideologica: quasi una necessità in un momento storico in cui da sinistra si attribuiscono e si revocano patenti di “purezza”.
«Per quello che mi riguarda, questa è stata una delle molle che mi hanno spinto ad uscire allo scoperto: ognuno di noi ha diritto alla propria identità e di questa identità fanno parte anche le idee politiche. Sentirsi dire che si cambia identità politica solo perché si esprime parere favorevole a una legge costituzionale a me non andava, perché io ritengo che questa legge sia una legge degna di una liberaldemocrazia, quindi, anche provocatoriamente, ho tenuto a marcare la mia identità politica, anche beccandomi sui social l’accusa di essere un giudice comunista».
«Io sono entrato a 18 anni nel Partito Comunista e quando sono diventato magistrato ne ero già uscito. Da magistrato non ho mai esternato le mie idee politiche, sono in pensione ormai da tempo e se proprio ora ho deciso di farlo è perché ho trovato assurdo che si attribuisse una diversa identità politica a coloro che hanno dichiarato di voler votare per il sì. Ma non è solo un problema di identità politica perché ormai coloro che si esprimono per il sì sono assoggettati a un vero e proprio stigma sociale; io non ho voluto cedere a questo tipo di pressioni e ho scelto di difendere questa legge, in favore della quale voterò convintemente, senza rinunciare alla mia identità. Chi sono loro per decidere chi è di sinistra?»
ANM e sinistra da mesi ormai si pongono come i soli custodi della libertà e della democrazia.
«Sembrano i nuovi guardiani della rivoluzione, arrogandosi il diritto di dare patenti: sono loro a decidere se sei di destra, se sei una persona perbene, se sei uno stupido. Qualche giorno fa un avvocato mi ha raccontato un episodio: pare che entrando nel bar del tribunale abbia incontrato una PM che, conoscendo il suo impegno per il sì ha commentato “Avvocato, pensavo fosse più intelligente”. Per un attimo sono rimasto basito ma poi mi sono reso conto del fatto che questo etichettare negativamente tutti coloro che esercitano il diritto di voto in modo difforme dalle loro opinioni è diventato normale. Ed è una cosa che a me non passerebbe mai per la testa, perché io ho rispetto di tutti, a prescindere dal modo in cui decideranno di esprimersi alle urne, e non direi mai che si tratta di stupidi o persone “per male”. Ognuno vota secondo la sua coscienza, certo sarebbe bene che ci si informasse bene, senza lasciarsi fuorviare dalla propaganda».
«I rischi che paventa il fronte del “no” sono smentiti dal testo della riforma che garantisce ai magistrati la maggioranza rispetto alla componente laica, sia in seno al CSM che nell’Alta Corte. Maggioranza a cui si aggiungono le figure di garanzia nominate dal Presidente della Repubblica, sempre molto equilibrato e oculato nelle sue scelte».
Paradossalmente, chi a sinistra è rimasto fermo su posizioni storiche oggi viene attaccato, mentre chi prima era favorevole al sorteggio o all’Alta Corte e oggi combatte la riforma assurge quasi a sacerdote della verità e della buona informazione.
«Non a caso ho usato l’espressione guardiani della rivoluzione, con riferimento a coloro che colpiscono chi assume posizioni difformi rispetto a quelle imposte. Sono loro che dovrebbero giustificarsi, non noi. L’Alta Corte sta nel programma del PD per le elezioni del 2022, peraltro con una composizione meno favorevole per i magistrati rispetto a quella prevista dalla riforma perché prevede 1/3 di componenti togati e 2/3 di laici. La separazione delle carriere fa parte da tempo del patrimonio della sinistra. Questi signori dovrebbero spiegare perché sono venuti meno al un patto che avevano fatto coi loro elettori. Certo, è molto più semplice, per compattare l’elettorato, dire che chi oggi vota sì è un destrorso, ma le cose non stanno proprio così».
Destrorsi ma anche persone non per bene, massoni deviati e quant’altro…
«Qui siamo proprio in un altro settore, nel pieno di una mentalità inquisitoria. Io da magistrato sono stato oggetto di indagini penali due volte, la prima per aver denunciato opacità della giustizia penale nella città in cui esercitavo – e fui accusato di voler costringere un PM a commettere illeciti quando era esattamente l’opposto – mentre la seconda sono stato indagato per una intervista in cui rappresentavo il mio dissenso rispetto a manovre oscure con cui si voleva interferire su delle nomine. In entrambi i casi, il procedimento fu archiviato ma io sono stato formalmente un indagato: ad applicare il criterio Gratteri io rientrerei nella categoria persone per male! Gratteri conosce perfettamente la differenza tra indagato, imputato e condannato ma sostenere che un indagato o un imputato non siano persone perbene ha a che fare con una subcultura inquisitoria che non ha nulla a che vedere con i principi sanciti dalla Costituzione. Nelle dichiarazioni di Gratteri c’è una violazione violenta della presunzione di non colpevolezza. Il malcostume di gettare ombre su chiunque sia contro di loro è inaccettabile. Lui che ha cambiato idea ed è diventato il frontman di punta dello schieramento del no, ora da le patenti morali a chi vota per il sì. Noi non siamo più liberi di votare sì a meno di non accettare il nuovo stigma morale e sociale».
È verosimile che in ragione di questo stigma molti magistrati pur essendo favorevoli alla riforma evitino di palesarsi?
«Guardi, è noto che nel 2022 ANM tenne un referendum interno su una serie di questioni tra cui il sorteggio: su questo tema, oltre il 40% dei votanti si disse favorevole. Se tanto mi dà tanto, c’è una base consistente di magistrati che non esternano le loro opinioni, e le ragioni sono anche comprensibili, perché questi si muovono come una legione romana organizzatissima. Io sono in pensione, ma ho sempre esternato le mie posizioni, anche quando ero ancora in servizio».
«Il gruppo dei magistrati per il Sì, di cui io faccio parte, ha da poco pubblicato un documento a sostegno delle proprie ragioni e pare che ANM abbia risposto dandoci degli ignoranti e offendendoci. Onestamente, penso che, di fronte ai fondamentalismi e al dogmatismo, rispondere diventi anche stucchevole però è evidente che anche questa sia una forma di intimidazione. Si è certamente creato un clima che non favorisce l’espressione libera delle proprie ragioni, ciascuno con le proprie idee politiche, perché diversissime sono le idee politiche dei magistrati per il Sì. Di me non possono parlare male professionalmente, perché la mia storia parla per me, quindi mi accusano di essere un bastian contrario, quasi un mezzo pazzo…».
Perché la separazione delle carriere è necessaria?
«Le racconto la genesi delle mie posizioni: certamente incide lo storico episodio del bigliettino tra Ghitti e Di Pietro, ritrovato molti anni dopo Mani Pulite, in cui il GIP dava indicazioni al PM su come modulare la richiesta di arresto. Una cosa rimasta impunita, anche dal punto di vista disciplinare. Ma cosa sarebbe successo se una simile corrispondenza fosse intercorsa tra un GIP e un avvocato? Col tempo, dopo quell’episodio, ho cominciato a maturare le mie posizioni».
«Quanto alla riforma della giustizia, mi sono preso del tempo per studiarla ma ho anche approfondito i lavori preparatori della Costituente sul punto: ebbene, sono convinto che questa legge abbia innanzitutto il pregio di sancire per la prima volta esplicitamente l’indipendenza del PM, che prima veniva ricavata solo in via sistematica. Poi, ovviamente, dà attuazione ai principi del giusto processo».
Il fronte del no sostiene che si tratti di una riforma assolutamente inutile e che non ci sia alcun problema di terzietà del giudice rispetto al PM.
«Pensi a un Giudice candidato al CSM che nel suo comitato abbia anche un PM: le elezioni del CSM hanno le stesse dinamiche di quelle politiche, si cerca di aggregare consenso attraverso contatti vari in collegi molto vasti, con visite, incontri, patti di desistenza, di confluenza di voti. Questo giudice, qualche giorno dopo, in udienza, si trova davanti un PM che ha sostenuto la sua candidatura e si è speso per farlo eleggere. Come può sentirsi tranquillo un cittadino che entra in un’aula di giustizia, sapendo che tra Giudice e Pm corre un vincolo elettorale così forte?»
«Questo a voler tacere delle commistioni di voto sui trasferimenti, le promozioni, le nomine e i procedimenti disciplinari, in cui chi giudica è stato eletto dalle persone che dovrà giudicare».
Dei tre pilastri della riforma, qual è il più temuto dai magistrati?
«Sicuramente il sorteggio, perché per loro rappresenta un’incognita: infatti ANM sostiene che il sorteggio non libererà dalle correnti perché anche i magistrati sorteggiati potrebbero appartenervi, ma c’è un punto da chiarire: mentre oggi l’elezione surrettiziamente implica un vincolo di mandato degli eletti nei confronti della loro corrente, con il sorteggio anche un magistrato legato a una corrente, se vorrà, potrà restare libero di esercitare il suo mandato secondo coscienza. Un esempio di quello che potrebbe verificarsi è offerto da Andrea Mirenda, attuale componente del CSM, che, sorteggiato, espleta il suo mandato nel CSM in piena libertà, scevro da vincoli correntizi, e coerentemente oggi partecipa alla battaglia per il sì».
Quando lei parla del sistema correntizio, lo fa a ragion veduta?
«Io non sono mai stato iscritto a una corrente nonostante sia stato presidente di ANM a Foggia e anche candidato al CSM, nel 1998, come indipendente nelle liste di MD: anche in quel caso mi fu fatto un esame di purezza, perché non ero sufficientemente legato alla corrente per meritare il loro voto. Quella fu un’occasione per me di comprendere appieno le dinamiche correntizie: ricordo che un collega si rifiutò di votarmi perché sapeva che in sede disciplinare non avrei obbedito a ordini di scuderia».
«Ovviamente non fui eletto e qualcuno oggi sostiene che io parli così per una sorta di vendetta, per malanimo: ovviamente è solo l’ennesima imbarazzante accusa che mi viene rivolta. Io parlo così perché sono sempre stato convinto della necessità di intervenire su alcuni meccanismi che, facendo quella campagna elettorale, ho compreso ancora meglio. Da allora, pur rimanendo iscritto ad ANM che pure porta avanti alcune iniziative lodevoli, ho smesso di partecipare attivamente alla vita associativa, perché una cosa è esprimere una propria visione sulla giustizia, altra è l’occupazione delle istituzioni».
Oggi ANM è un vero e proprio soggetto politico. Che conseguenze avrà questa qua campagna spregiudicata per il no?
«Nel mio intervento all’assemblea UCPI esortai gli avvocati evitare l’umiliazione della magistratura in caso di vittoria del sì, convinto del fatto che l’autonomia e l’indipendenza della magistratura siano un patrimonio della collettività. Oggi il mio timore è che ci sia una totale perdita di fiducia, che è già piuttosto bassa, dei cittadini nella giustizia. C’è un patto tra cittadini e Stato, per cui i cittadini affidano alle Istituzioni il compito di fare giustizia: il venir meno della fiducia fa crollare quel patto. La magistratura deve capire che è necessario uscire dal corporativismo, accettare le sfide, smettere di dire sempre di no».
«Io non ho mai visto una battaglia referendaria così dura, neppure negli anni ‘70 quando ci si confrontava su una questione spinosa come il divorzio».
È possibile che questa campagna rientri in binari di ragionevolezza, anche con un passo indietro di chi, in questi mesi, ha alzato particolarmente i toni?
«Intervenendo giovedì a un evento per il sì, ho provocatoriamente detto che non chiedo neanche che Gratteri si scusi o faccia delle rettifiche pubbliche, perché so che non rientra nel suo modus operandi. Tuttavia, se ogni suo intervento da anni suscita polemiche, forse dovrebbe interrogarsi e valutare l’opportunità di calibrare le parole».
«Avrebbe potuto sostenere le ragioni del no con una postura istituzionale consona alla sua carica, così come avrebbe dovuto farlo il capo della Procura Generale di Napoli che ha evocato il piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli: sono affermazioni – totalmente infondate perché questa legge sancisce esplicitamente, per la prima volta, l’indipendenza del PM – che rendono incandescente il dibattito».