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Saviano, il ritorno in tv su La 7 tra mafia e camorra: per dare lezioni di morale al Paese

Riecco il "profeta" dei dem

Saviano il ritorno (sempre su La7): in tv con una docu-serie tra mafia, camorra e lezioni da maestrino del mainstream

Politica - di Chiara Volpi - 10 Marzo 2026 alle 20:53

Roberto Saviano è tornato “in mezzo alla strada”, come ama dire lui con quel piglio da intellettuale on the road che però non ha nulla della libertà di Kerouac e molto del conformismo di Largo Fandango. Da domani sera, l’approdo naturale per ogni naufrago della sinistra militante, ovvero La7 di Urbano Cairo, ospiterà la sua nuova creatura: La Giusta Distanza. Un titolo che è già tutto un programma, considerando che l’autore di Gomorra la distanza dai fatti non l’ha mai tenuta, preferendo sempre l’immersione totale nell’ideologia più (faziosa?) congeniale alla sua visione dei fatti e della loro interpretazione politica.

Saviano, il ritorno: in arrivo su La7 “La giusta distanza”

La docu-serie, prodotta da Stand by Me, si snoda in sei puntate dove il “Verbo” savianeo mette a confronto dodici storie. Si parte col botto, o meglio, con la tragedia: nella prima puntata ecco la figura luminosa di Francesca Morvillo, magistrato e moglie di Falcone, contrapposta al “boia” Giovanni Brusca. Un dualismo tra Stato e fango che nessuno mette in discussione, ma che nelle mani di Saviano è assai probabile  che diventi lo strumento per la solita lezione morale impartita dall’alto di un piedistallo radicato su un tessuto pre-stampato.

Domani, nella prima puntata, i destini opposti di Morvillo e Brusca

La nuova serie, allora, ideata e narrata da Roberto Saviano, in onda da domani (mercoledì 11 marzo ndr) in prima serata su La7, ambisce a unire racconto documentario e narrazione per esplorare alcuni dei crimini e dei misteri più emblematici della storia italiana. Nella puntata d’esordio, al centro del racconto, due figure agli estremi opposti. Da un lato il magistrato Francesca Morvillo: una delle prime donne a entrare nel cuore della giustizia siciliana, simbolo di rigore e dedizione allo Stato. Dall’altro Giovanni Brusca, il boss dei corleonesi che aziona il telecomando della bomba che il 23 maggio 1992 uccide Giovanni Falcone, Morvillo e gli uomini della scorta.

Nel programma, articolato in sei puntate, lo scrittore racconta altri destini che si sfiorano nella storia italiana, attraversando vicende intrecciate al terrorismo. Storie di mafia e potere. E sostenendo come scelte individuali e grandi eventi collettivi possano intersecarsi nel tempo, rivelando nuove prospettive sulla memoria e sulla verità del Paese. Pertanto, il viaggio a ritroso tra i capitoli della nostra storia recente prosegue poi tra brigatisti come Patrizio Peci. Pentiti come Buscetta. E persino con accostamenti azzardati tra il genio di Diego Maradona e i boss della camorra.

Insomma, un minestrone di memoria e cronaca che serve a puntellare l’unica vera tesi dello scrittore: l’Italia è un luogo irredimibile, a meno che non si segua la sua ricetta e si ascoltino arringhe e discettazioni di sua provenienza.

Il solito vittimismo “sibillinamente allusivo”

Intervistato immancabilmente da Repubblica — il giornale-partito dove si torna sempre quando l’aria si fa pesante — Saviano ammette candidamente di non riuscire a mantenere «la giusta distanza dai fatti». E ci mancherebbe altro. La sua, però, non è onestà intellettuale, ma la rivendicazione della fazione: «Scegliere da che parte stare non è affatto essere determinati dall’ideologia», sentenzia lui. Eppure, ogni sua parola trasuda il solito livore contro il governo Meloni e la Rai, colpevoli di non avergli steso il tappeto rosso.

E così giù, con il solito copione autoreferenzialmente vittimistico: ancora una volta lo scrittore guru del mainstream e ospite d’onore dei salotti che contano, si spaccia per “temuto” dai conservatori. Per vittima di un sistema che lo avrebbe «ostacolato in tutti i modi». Dimenticando, nel frattempo, che da quasi vent’anni occupa ogni spazio mediatico possibile: dai libri ai talk show. Passando per serie tv e palchi dei festival che fanno audience. Insomma, siamo alle solite: alle prese con il rituale paradosso: sentirsi con la lettera scarlatta in fronte, bandito e censurato, mentre si parla di lui praticamente a reti unificate…

Saviano e quella distanza incolmabile con il Paese reale

E alla fine della fiera delle vanità (e delle recriminazioni), il punto è che la vera “giusta distanza” di cui parla lo scrittore (e il titolo della nuova fatica mediatica) è quella che separa lui e i suoi mentori di sinistra dalla maggioranza degli italiani. Perché mentre Saviano si lamenta della diffidenza che lo circonda quando va al ristorante o viaggia all’estero, il Paese reale ha smesso da tempo di bersi la sua litania.

Pertanto, come giustamente sottolineato da Libero sul tema, tra le firme care alla sinistra e la nazione c’è un solco profondo. Saviano continuerà a narrare i misteri d’Italia su La7. Ma la sensazione è che il suo racconto, sempre uguale a se stesso, sia ormai diventato una sorta di genere letterario a parte: quello intestato al “vittimismo d’alto bordo” che non sposta un voto. Ma serve solo a rinfocolare l’ego di chi pensa di avere il monopolio della verità.

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di Chiara Volpi - 10 Marzo 2026