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Il dibattito

Riforma della giustizia, un voto per cambiare: il confronto della Fondazione An sulle ragioni del Sì

Davanti a Montecitorio, nella Sala Capranichetta, il convegno “Sì riforma – Giustizia più forte e responsabile”, promosso dalla Fondazione Alleanza Nazionale e dal Secolo d’Italia, chiama al confronto giuristi, magistrati e società civile in vista del 22 e 23 marzo: "Il referendum è l’unico momento in cui il cittadino diventa legislatore"

Politica - di Alice Carrazza - 14 Marzo 2026 alle 09:31

«Quando giochiamo a calcio vogliamo che l’arbitro sia equidistante dalle due squadre. Una metafora semplice, che riassume l’intero nodo della riforma dell giustizia moderna. Da una parte l’accusa, dall’altra la difesa. In mezzo il giudice. O almeno così dovrebbe essere. È su questo equilibrio che si è concentrato il convegno “Sì riforma – Giustizia più forte e responsabile”, promosso a Roma dalla Fondazione Alleanza nazionale insieme al Secolo d’Italia. Il luogo, la Sala Capranichetta, a pochi passi da Montecitorio, non è casuale: il confronto arriva a pochi giorni dal voto del 22 e 23 marzo sulla riforma della Giustizia, uno dei passaggi più sensibili dell’attuale legislatura.

Basta tifoserie

Ad aprire i lavori è stato Antonio Giordano, deputato di Fratelli d’Italia e vicepresidente della Fondazione An, che ha richiamato il significato democratico dello strumento referendario. «Il referendum è l’unico momento in cui il cittadino diventa direttamente legislatore. Per questo non dovrebbe essere piegato alla logica delle parti o trasformato nell’ennesimo scontro tra schieramenti».

«Quando si vota un referendum non si tifa per qualcuno: si decide su una norma. È una responsabilità diretta dei cittadini e come tale va rispettata. Per questo è importante difendere questo momento da propaganda e strumentalizzazioni politiche. Il referendum deve restare uno spazio di decisione libera e consapevole dei cittadini», ha detto.

La riforma del giusto processo

Il dibattito è entrato nel merito con l’intervento di Giuseppe Valentino, già sottosegretario alla Giustizia e presidente della Fondazione, che ha ricondotto la discussione all’origine costituzionale del problema. «Uomini con storie e culture politiche diverse convennero sulla necessità di rafforzare l’equilibrio del sistema», ha ricordato, richiamando la stagione della riforma del giusto processo che portò alla modifica dell’articolo 111 della Costituzione. Secondo Valentino la questione attuale riguarda il completamento di quell’architettura istituzionale, rimasta parzialmente incompiuta.

Una riforma storica

Sul piano politico è intervenuta l’avvocato e deputato Ylenja Lucaselli, che ha parlato del voto come passaggio decisivo. «Credo davvero che questo sia un momento storico», ha affermato. «Restare così come siamo significa non avanzare, non progredire, non crescere». Per la deputata il confronto deve uscire dalle contrapposizioni ideologiche e concentrarsi sul funzionamento concreto del sistema giudiziario.

Ad intervenire, poi, sono stati anche esponenti del mondo forense e della magistratura. L’avvocata Ester Molinaro, direttore vicario delle Scuole della Camera Penale di Roma, ha richiamato il tema della percezione di imparzialità del giudice: «Non basta che il giudice sia terzo. Il cittadino deve percepire che il giudice è terzo».

Una linea ripresa dal magistrato Vincenzo Turco, che ha sottolineato la necessità di riportare il giudice al centro del sistema delle garanzie: «Per troppo tempo abbiamo guardato il sistema dal punto di vista del pubblico ministero. Bisogna tornare a partire dal giudice».

Il punto degli accademici

Il dibattito si sposta poi sul lato accademico. Francesco Di Ciommo, professore di diritto privato e prorettore della Luiss, prova a riportare il confronto dentro i confini del diritto. «Qui finalmente si è parlato dei veri contenuti della riforma e non di tutto ciò che ha animato il dibattito pubblico nelle ultime settimane». Per il giurista il cuore della riforma resta il principio del giusto processo, introdotto con la revisione costituzionale del 1999 ma rimasto in parte incompiuto.

Accanto a lui Giovanni Doria, professore di diritto civile all’Università di Roma Tor Vergata, richiama ai fatti. «Uno degli argomenti che ho sentito più spesso riguarda la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. In realtà questo tema non dovrebbe scandalizzare: il giudice deve essere una figura di assoluta imparzialità, e non è pensabile che stia sullo stesso piano del pubblico ministero, che è pur sempre la parte dell’accusa».

Ricucire il rapporto con i cittadini

A seguire è intervenuto l’avvocato penalista Franco Mugnai, già capogruppo della Commissione Giustizia al Senato. «Il punto centrale non è mettere in discussione la qualità della magistratura italiana. Il punto è migliorare il sistema affinché funzioni in modo più trasparente e più equilibrato».

Da qui anche il tema del rapporto con l’opinione pubblica: «Noi vorremmo che i magistrati fossero rispettati per il loro ruolo e per la loro funzione di garanzia, non temuti come se rappresentassero un potere separato e distante».

Una prova di libertà

L’intervento più diretto arriva dal magistrato Riccardo Savoia. «Mi auguro che questa volta vada diversamente. Se posso fare un paragone, lo faccio con un’espressione che usano quelli del “no”, che parlano di “fronte del no”. Mi auguro che finisca come nel ’44, quando un altro fronte venne sconfitto — e venne sconfitto per un’affermazione di democrazia. Questo è il mio auspicio, perché qui stiamo parlando sostanzialmente di una grande prova di libertà».

Il convegno non chiude il dibattito. Semmai lo riaccende. Ora la parola passa agli italiani il 22 e 23 marzo.

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di Alice Carrazza - 14 Marzo 2026