Il video
Riforma della Giustizia, parla la compagna di Tortora: “È morto di malagiustizia ed è stato vittima dell’unicità delle carriere”
«Enzo Tortora è morto di malagiustizia. Quando fu arrestato il 17 giugno 1983 lui disse: “Mi è scoppiata dentro una bomba al cobalto”. E non era altro che quel tumore che poi, a maggio del 1988, l’ha portato via. Non prima, però, di permettergli di portare avanti degli appuntamenti importanti». Il ricordo della vicenda giudiziaria che travolse uno dei più celebri giornalisti italiani è ancora viva nella memoria della sua ex compagna, Francesca Scopelliti, che è stata intervista a Radio Atreju da Marco Gaetani nel podcast intitolato “Storie di malagiustizia”. Ebbene, Enzo Tortora, che si era sempre dichiarato innocente e che ottenne la libertà dopo un incredibile calvario giudiziario, è riuscito a riottenere la libertà e a portare a termine alcuni dei suoi compiti, nonostante la malattia.
Tra i doveri ritenuti fondamentali da Tortora, di cui ha parlato la sua compagna, c’erano «la denuncia del sistema giudiziario in Italia al Parlamento europeo, insieme a Marco Pannella e ai radicali». E ancora, il celebre volto televisivo di Portobello ha deciso di continuare ad impegnarsi fino alla fine per segnalare «il degrado delle carceri italiane, altro che la civiltà richiesta di Voltaire. Ma soprattutto, era riuscito a tornare in Rai per il tempo di affermare: «Allora, dove eravamo rimasti?», vincendo poco dopo «la sua scommessa sul referendum per la responsabilità civile dei magistrati, che fu tradito da una legge inadeguata quanto inapplicabile».
Riforma della giustizia, la compagna di Tortora: «È morto di malagiustizia»
Nel caso di Enzo Tortora, come ricorda Scopelliti, «il processo giudiziario fu esaltato da quello mediatico. C’era una spavalderia da parte di tutta la corte». Poi ha aggiunto: «Entrando nell’attualità, Enzo è vittima dell’unicità delle carriere, perché nel suo caso con tutta l’applicazione del vecchio codice fascista fu arrestato senza uno straccio di prove dai procuratori». Successivamente, «il giudice istruttore confermò l’arresto a Regina Coeli senza uno straccio di prove e solo per compiacere i procuratori». Alla fine, in appello «venne fuori la verità e quindi l’innocenza di Enzo, che fu assolto grazie a un giudice terzo e imparziale come noi chiediamo che siano tutti nella riforma».