Era un fattorino del "Secolo"
Ricordo di Angelo Mancia ucciso dalla violenza rossa. 46 anni senza giustizia. Appuntamento al Cis (ore 17,30)
46 anni senza giustizia. Era la mattina del 12 marzo 1980 quando Angelo Mancia, 26 anni, fattorino del “Secolo d’Italia” e segretario della sezione del Msi del quartiere Talenti, esce di casa per recarsi alla redazione del quotidiano missino. E’ un ragazzone robusto e coraggioso, soprannominato “Manciokan” (dai tempi del Sandokan televisivo), un generoso attivista sempre disponibile, il classico amicone di tutti, coinvolto in qualche episodio di rissa con estremisti di sinistra. Un supertifoso della Lazio come il senatore Michele Marchio, suo amico e avvocato (in un recente libro sulle tifoserie calcistiche è pubblicata una foto di Angelo sul campo dell’Olimpico vicino all’allenatore Tommaso Maestrelli) Sempre pronto a scherzare. che, come ricorda Mauro Mazza ne “I ragazzi di via Milano” era capace anche di scambiare qualche battuta col presidente della Repubblica, Sandro Pertini come talvolta gli capitava la mattina presto a piazza di Spagna poiché il presidente non abitava al Quirinale e lui lo incontrava nel suo giro di consegne delle copie del “Secolo”. Consegna che faceva anche alla Procura della Repubblica e al Tribunale di Roma dove, come ricorda Domenico Gramazio, era divenuto amico del colonnello dei carabinieri Antonio Varisco, nato a Fiume, ucciso dai terroristi nel luglio 1979, che lo attendeva con piacere per farsi insieme qualche risata.
Oggi, giovedì 12 marzo, Angelo Mancia verrà ricordato alla Sala Convegni del Cis alle 17,30 (in via Etruria 79).
Angelo Mancia, quel maledetto 12 marzo
La mattina del 12 marzo Angelo fa pochi passi e vede venirsi incontro due persone con un camice bianco, armate, capisce il rischio e tenta di tornare indietro verso il portone ma non fa in tempo. Cade a terra e viene raggiunto per il colpo di grazia alla nuca. Gli assassini che per non destare sospetti hanno trascorso la notte dentro un furgone parcheggiato nei pressi della casa, vogliono essere sicuri di averlo ucciso. La rivendicazione è dei Compagni Organizzati in Volante Rossa, rimasti totalmente sconosciuti.
Clima incandescente
A Roma sono settimane “incandescenti”. Tra febbraio e marzo, una serie di attentati e omicidi tutti rimasti senza colpevoli, come se fosse stata opera di fantasmi spariti nel nulla e di cui nessuno, anche a distanza di più di 40 anni ha sentito parlare.
Le parole di Adalberto Baldoni
Ricorda Adalberto Baldoni: “Allora ero caposervizio interni, con Angelo c’era un rapporto non solo sul lavoro ma anche umano e politico. Abitavo anch’io a Montesacro, lo stesso quartiere dove due settimane prima era stato ucciso lo studente Valerio Verbano appartenente ad Autonomia Operaia. In quei giorni nel quartiere il clima era molto pesante. La sera prima dell’omicidio incontrai Angelo davanti alla sede del giornale in via Milano. Gli dissi di essere più prudente dato che erano apparse scritte minacciose sui muri contro di lui. Era evidente che lo avevano preso di mira. Osservò: «Anche tu abiti lì vicino». A quel punto gli confidai di essermi trasferito momentaneamente altrove dopo essere sfuggito ad un paio di aggressioni. Angelo mi rispose col suo tono un po’ spavaldo: «Anche altri me l’hanno detto, di cambiare aria. Ma a me, Adalberto non mi tocca nessuno. Mi conoscono: facciamo a botte poi tutti insieme a giocare a pallone»”.
La morte di Valerio Verbano
Stavolta la situazione è diversa. Il 22 febbraio è stato ucciso dentro casa l’autonomo Valerio Verbano, 19 anni. Gli assassini, a volto scoperto, si sono fatti aprire la porta e dopo aver immobilizzato la mamma e il papà hanno atteso il ritorno del giovane da scuola per ucciderlo dopo una breve colluttazione. Verbano aveva realizzato un vasto schedario sui missini e sugli estremisti di destra. L’omicidio viene rivendicato dai Nar (non sarà mai individuato nessuno, anche i pentiti non forniranno alcun elemento al riguardo). Il giorno dopo autonomi hanno aggredito due carabinieri in borghese scambiati per estremisti di destra che hanno reagito sparando e ferendo un giovane estremista.
L’attentato alla tipografia del Secolo d’Italia
Il 7 marzo attentato alla tipografia di via del Boschetto, dove si stampa il Secolo d’Italia che ha causato il ferimento di alcuni tipografi (i più gravi Carlo Ugentini e Giacomo Berrettoni). In quel momento la redazione e la tipografia affollate dai giornalisti e dalle maestranze, intenti all’impaginazione del giornale. Fortunatamente non è esploso un altro ordigno notato da alcuni dirigenti missini tra i primi ad accorrere sul posto, come in altre simili occasioni, e rimosso dai vigili del fuoco. L’8 marzo attentato con una bomba sotto la finestra di Tonino Moi, militante missino del Tuscolano, dirigente nazionale del FdG. Il 10 marzo nella sede del FdG di via Sommacampagna per un caso un giovane si è accorto di un ordigno che se fosse scoppiato avrebbe provocato una strage dei numerosi ragazzi presenti ed è stato disinnescato dagli artificieri. In serata viene ucciso, nel quartiere Flaminio per un errore di persona il cuoco Luigi Allegretti (delitto rivendicato dai Compagni organizzati per il comunismo). Gli attentatori, infatti, lo hanno scambiato per Gianfranco Rosci, segretario della locale sezione missina.
Scia di sangue
La mattina del 12 marzo nel quartiere Talenti viene assassinato Mancia, ma si prosegue il 14 marzo con un attentato contro l’abitazione di Mario Pucci, giornalista del “Secolo d’Italia” e padre di Alessandro, segretario giovanile della sezione Msi del Flaminio. Seguono altri attentati: contro un bar alla Balduina, contro la sezione Prati di via Ottaviano. Per dare la notizia dell’uccisione di Mancia, il “Secolo d’Italia” fa una scelta estremamente significativa. In alto sotto la testata scrive, listato a lutto, “ANGELO MANCIA militante del MSI-DN assassinato da terroristi rossi nel quadro di una offensiva terroristica contro il MSI-DN” ; con accanto la foto e la didascalia “Angelo Mancia, 27 anni, caduto nella battaglia nazionale ed anticomunista: a Lui l’onore di tutti coloro che amano la libertà”. Quindi il titolo di apertura del giornale è su tre righe. “Vogliono spaventarci / Vogliono la guerra civile / Non ci riusciranno”.
Segue il sommario: «Il giovane caduto era segretarío della Sezione «Talenti» e dipendente del nostro giornale – È stato ucciso in un vigliacco agguato, sotto la sua abitazione, mentre si recava al lavoro – Il crimine rivendicato dalla “Volante rossa” – Un sanguinario disegno di intimidazione e di provocazione cominciato con le bombe al “Secolo”, proseguito con la mancata strage al FdG e l’attentato ad un dirigente del partito, conclusosi con un tragico errore di persona – Commossa, sdegnata, ferma e responsabile la reazione della nostra gente – Almirante assume la diretta e personale responsabilità della Federazione romana – Alla Camera Tripodi denuncia la colpevole inerzia del regime nel prevenire e reprimere il terrorismo – Anche al Senato immediati ed energici interventi del nostro Gruppo».
In basso in un riquadro “Ci difenderemo anche da soli” si dà notizia del documento della Segreteria nazionale, mentre nel colonnino “Provvedimenti d’emergenza” si comunica che Almirante «ha deciso di assumere la responsabilità diretta e personale della Federazione romana del partito», in un altro colonnino si riporta la dichiarazione di Almirante col titolo “Sanguinosa trappola”.
Nel documento della segreteria si afferma che «alla provocazione e alla sfida sanguinosa della estrema sinistra terroristica, e di qualsiasi gruppo, che con qualsiasi etichetta tenti la strada della provocazione e della sfida, il Msi-Dn risponde con la fermezza responsabile che ha sempre contraddistinto la sua azione; e con l’impegno di portare avanti duramente, la battaglia per la difesa della libertà». Per Mancia non ci saranno vendette. Si interrompe così la spirale di violenza, facendo fallire il tentativo di acuire gli opposti estremismi.
La rivendicazione
L’attentato a Mancia viene rivendicato da una sigla anomala, i Compagni organizzati in Volante rossa, e il giovane sarebbe stato ucciso perché collegato in qualche modo all’assassinio di Roberto Scialabba nel febbraio 1978 (stranamente nessun riferimento a Verbano). Nei quartieri Montesacro e Talenti qualche anonima scritta murale tende ad accreditare invece l’ipotesi che il suo omicidio sia da porre in relazione con l’uccisione dell’autonomo Valerio Verbano, dopo la quale era stato attaccato un manifesto non firmato dal titolo “E’ morto un partigiano altri cento ne nascono”: con una foto di partigiani armati della Volante Rossa che operava a Milano tra il 1945 e il 1949 e sotto la scritta “Valerio un comunista. La sua vita, la sua figura, non va spiegata, raccontata, è dentro tutti noi è nel movimento rivoluzionario. Non un nome su di una via ma su tutte le vie su tutte le piazze”.
La “Volante rossa”
La sigla terroristica che rivendica l’assassinio di Mancia è apparsa unicamente a Roma. I Coivr avevano fatto la loro prima comparsa il 25 gennaio 1979 rivendicando l’agguato, in cui erano stati feriti un medico, Nicolino Nusca, simpatizzante missino, e suo figlio Antonello. La “Volante rossa” ha rivendicato altri attentati di quei giorni del marzo ’80 sempre nei confronti di obiettivi di destra, tra cui quelli contro la tipografia del Secolo, il dirigente nazionale del Fronte della gioventù Tonino Moi, la sede dei giovani missini di via Sommacampagna, l’abitazione del giornalista Mario Pucci e poi silenzio fino al 2 settembre 1980 per un attentato alla libreria Editrice Europa di via Cavallini allora gestita da Mario Trubiano. Inoltre in tutti gli attentati dei Coivr c’è sempre stata almeno un’altra rivendicazione e sempre di sigle “dubbie” (Gruppo Proletario Organizzato Armato, Compagni organizzati per il comunismo e altri).
Un mistero ancora da chiarire dopo 46 anni
Comunque nessuna rivelazione è mai stata fatta sui Coivr. Sul terrorismo di sinistra negli anni Novanta è stato realizzato il Progetto Memoria edito da Sensibili alle Foglie (casa editrice fondata dall’ex capo delle Brigate Rosse, Renato Curcio) che nel 1994 ha pubblicato il libro “La mappa perduta” contenente schede sulle principali organizzazioni terroristiche, sui terroristi uccisi e sulle vittime del terrorismo. All’inizio di questa sezione si specifica che si tratta “di tutte le persone che sono morte nel corso del conflitto per responsabilità – rivendicata o attribuita in sede processuale – delle organizzazioni armate di sinistra dal 1969 al 1989”; e che “non sono stati considerati, infine, quegli attentati mortali in cui la rivendicazione non è certa e in sede giudiziaria non c’è stata attribuzione specifica”. In questo elenco ci sono Giralucci e Mazzola, Zicchieri e Pedenovi, non Pistolesi, Bigonzetti e Ciavatta, Cecchetti, nemmeno Mancia e nessuna scheda sui Compagni Organizzati in Volante Rossa. Un mistero ancora da chiarire dopo 46 anni.