Giustizia e veleni
Referendum, mortadella amara per Prodi. L’ex delfino Parisi lo tradisce e annuncia: “Voterò Sì per difendere la democrazia”
“Andrò a votare per difendere la democrazia. Voterò Sì, per fare avanzare una giustizia garantista”. Incredibile Arturo Parisi: il delfino di Romano Prodi, il professore che fu tra i promotori dell’Ulivo e delle riforme istituzionali negli anni ’90 ed ex ministro, su ‘LibertàEguale‘, confessa come la sua determinazione ad esercitare il proprio diritto di voto sia stato messo “a dura prova”. “Sono infatti convinto – scrive – che sarebbe stato meglio se questo referendum non si fosse svolto. Non possiamo infatti dimenticare che i cittadini sono chiamati al voto per la promulgazione della legge di revisione della Costituzione sulla separazione delle carriere dei magistrati approvata dalle Camere per un motivo preciso” con una legge approvata “senza alcun coinvolgimento della opposizione di centrosinistra in contrasto con lo spirito della norma per la revisione della Costituzione che spinge preferenzialmente ad un largo accordo trasversale sulla base di un confronto approfondito e aperto come nella Costituente”. “Sottoporre ai cittadini un quesito valutabile solo a partire dal possesso di conoscenze sul merito e sulle conseguenze della decisione indisponibili alla maggioranza di essi, significa abbandonarli al brutale scontro tra slogan e al richiamo delle appartenenze politiche che ha dominato finora la campagna referendaria”, osserva. Da “questo bipolarismo muscolare”, prosegue, è “difficile esentare dalla responsabilità l’insieme del ‘campo largo’, a cominciare dal Pd”. E di fronte ad “una destra che non cerca il confronto e una sinistra lieta di potersi limitare a prenderne atto, scaricare formalmente sul cittadino la scelta su una questione di questo genere pensando di risolverla con l’appello ad appartenenze politiche sempre più lontane equivale offrire all’elettore il motivo per un ulteriore avanzamento dell’astensionismo con un ‘allora vedetevela voi’. La tentazione alla quale anche uno come me ha faticato a resistere”.
Referendum, Prodi tradito da Parisi
Parisi sottolinea di non voler “dimenticare il merito e la distinzione tra il piano ordinario di breve durata e quello costituzionale destinato a durare” e quindi contesta chi scende in campo all’insegna del ‘se non approfittiamo di questa occasione per cominciare a toglierci di mezzo Giorgia Meloni dandole la lezione che merita’ che “ha sicuramente un senso dal solo punto di vista di parte, ma come pochi è segno di miopia e irresponsabilità politica”. Parisi ammette che seppur il quesito riguardi “una questione centrale, troppa è la domanda di giustizia che resta fuori, soprattutto per quel che riguarda la durata del processo: quello civile e quello penale”. E aggiunge che “richiamare i magistrati a un comportamento più rigoroso con organi liberi dal potere delle correnti è una condizione necessaria ma non sufficiente”.
Il Sì di Parisi guarda “al merito del quesito che sta scritto sulla scheda. Pensando alla autonoma forza della norma nel presente e scommettendo sulla forza autonoma della sua vita futura nel contesto dell’ordinamento costituzionale. Voterò Sì guidato dalla domanda che sta al centro della riforma della separazione delle carriere dei magistrati: la necessità della terzietà del Giudice tra chi accusa e chi difende”, sottolinea. “Voterò Sì senza illusioni di vittoria – conclude – Non riesco infatti a dimenticare come da troppo tempo il Paese sia attraversato a destra come a sinistra da tempeste ricorrenti di populismo di tipo qualunquista. Un sentimento che affonda le sue radici nel moralismo, nella distinzione manichea tra bene e male, che spinge i sedicenti buoni a vendicarsi e far giustizia dei cattivi, un sentimento dove appunto la distinzione tra l’accusa e il giudizio faticano a farsi strada, essendo già la prima una sentenza che attende solo conferma”.