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Quando l’arte diventa quinta colonna del regime neosovietico putiniano

L'intervento

Quando l’arte diventa quinta colonna del regime neosovietico putiniano

Cultura - di Renato Cristin - 16 Marzo 2026 alle 08:07

Nel 1977 la Biennale di Venezia decise di dedicare un intero mese di eventi a un tema esplosivo: il dissenso in Unione Sovietica. E così si svolse la «Biennale del Dissenso», un capolavoro politico, anzi geopolitico oltre che artistico e culturale. Al governo c’era un monocolore democristiano guidato da Andreotti con il sostegno esterno anche del PCI (con la formula della «non sfiducia» finalizzata alla «solidarietà nazionale»), e la Biennale era diretta dal socialista Carlo Ripa di Meana, che promosse un’iniziativa non solo antisovietica ma anche anticomunista, la quale ebbe il merito di portare allo scoperto ciò che la destra italiana chiamava – e giustamente chiama ancora, perché tutt’oggi all’opera da parte della sinistra – «antifascismo strabico», cioè lo strumentale occultamento della mostruosità del comunismo, sovietico o cinese che fosse. Infatti, la reazione del PCI fu furibonda: denunciando il regime sovietico si osava condannare il comunismo come ideologia. Inammissibile: un atto di tracotanza che sfiorava il sacrilegio.

In piena guerra fredda, la direzione della Biennale mostrò dunque intelligenza politica, ma anche sensibilità artistica, perché mostrò come in un regime totalitario o dispotico l’arte non possa esprimersi nella sua verità e libertà, ma debba sottostare a imposizioni ideologiche e burocratiche. E volle offrire agli artisti perseguitati uno spazio autenticamente libero.

Oggi, quasi cinquant’anni dopo, con un’azione politico-culturale diametralmente opposta, la Biennale decide di offrire alla Russia putiniana – diretta e coerente erede dell’Unione Sovietica – un palcoscenico straordinario, forse il migliore che si possa immaginare, per un’esibizione di regime, il quale potrebbe così veicolare la sua propaganda nel modo più mistificatore e sul terreno più scivoloso: l’arte.

La manifestata intenzione della Biennale di lasciare nel padiglione russo «due cantieri» ad artisti definiti «dissidenti» sembra un tentativo di puntellare culturalmente la presenza politica, dissimulata e invasiva, del regime russo entro uno Stato dell’Unione Europea. Sarebbe come se la Biennale del 1977 avesse invitato l’URSS e nel contempo dato spazio ad alcuni dissidenti: sadismo psico-culturale oltre che assurdo politico. Qui sta il nodo della questione: la Russia è – usando un vecchio termine coniato dai neoconservatori americani – un rogue State, uno «Stato canaglia», e tutto ciò che lo riguarda va trattato di conseguenza.

Invece, senza alcun rispetto per la storia, senza alcuna considerazione del contesto geopolitico attuale, senza alcun riguardo per il quasi mezzo milione di caduti ucraini uccisi o feriti dall’esercito russo invasore, senza l’accortezza che permetta di evitare che uno Stato oggi nemico dell’Europa venga da noi a propinarci la sua menzognera narrazione, senza un criterio etico che riesca a salvaguardare sia la libertà dell’arte sia la libertà delle persone, la direzione della Biennale si è mossa come un elefante in una cristalleria o come un cavallo di Troia entro le mura dell’Europa.

C’è da restare sconcertati. Incredibile, il governo di Giorgia Meloni ovvero la destra al governo dell’Italia che spiana la strada alla propaganda della Russia neosovietica all’interno della maggiore istituzione culturale nazionale? Qualcosa non torna. Qualcosa dev’essere andato storto. E infatti, se il governo italiano non deflette da quella posizione politica, culturale ed etica che si oppone a ogni totalitarismo, se il governo tiene ferma la barra a difesa dalla minaccia sferrata dalla Russia putiniana, se il governo ritiene non solo sbagliato ma anche dannoso fornire legittimazione al regime di Mosca all’interno di un macroevento culturale, allora ad aver derapato è stata la guida della Biennale.

Se la Biennale del dissenso ebbe fra i tanti meriti anche quello di svelare lo «strabismo antifascista», questa Biennale del consenso sembra preda di una miopia geopolitica che con la nobile finalità di valorizzare l’arte, finisce per svilirla. Ed è contraddittorio (e quindi potrebbe apparire perfino strumentale) voler celebrare il cinquantesimo della Biennale del 1977 e nel contempo spianare la strada alla Russia putiniana. Se non si vede questa contraddizione, significa che non si vede la persistenza del sovietismo nel regime russo, non si vede che è scritto Russia ma si legge URSSIA. Per conferma, chiedere a Bukovskij, a Naval’nyj, a Nemtsov, a Kara-Murza. Non è indispensabile che chi dirige la Biennale possieda questa competenza e questa visione strategica, ma è necessario che non agisca come se la possedesse, perché altrimenti esporrebbe a rischi enormi proprio quel governo, quello Stato e quella nazione a cui la Biennale come istituzione appartiene.

Questa inopinata apertura è dunque un errore politico, storico, culturale e perfino artistico: errore politico, perché si permette al nemico che più pesantemente minaccia oggi l’Europa (e quindi anche l’Italia) di ottenere un vistoso spazio di propaganda all’interno dell’Europa stessa e nel quadro di una istituzione pubblica nazionale; errore storico, perché si dimentica che il Cremlino sovietico ha sempre esercitato, anche grazie alle sue quinte colonne in Occidente, un’attività di disinformazione e di proselitismo anche attraverso i canali culturali, un’azione che il Cremlino putiniano continua nella medesima direzione; errore culturale, perché la cultura non può essere disgiunta dalla democrazia e dai suoi princìpi fondanti, dai princìpi che la Russia continua a calpestare; errore artistico, perché l’arte dev’essere libera, ma deve esserlo pienamente, mente un artista che deve ricevere il placet di un regime non potrà mai essere pienamente libero, anzi, lo è tanto poco da ridursi a megafono del regime, come appunto è il caso dell’arte in Russia e di quella che la Russia ufficiale porterà alla Biennale. E inoltre è stato commesso un errore ovvero una sgrammaticatura istituzionale, perché un’istituzione pubblica, pur nella sua intangibile autonomia, che riceve dal governo quasi 14 milioni di euro all’anno non può trattare il parere del governo come carta straccia, tanto più che in questo caso la valutazione negativa del governo riguardava uno Stato che ha mosso guerra, sia pure indiretta, all’Europa, alle sue nazioni e alla sua civiltà politica, giuridica, etica e religiosa. Qui si tratta di interesse nazionale, punto.

Le conseguenze di questi errori sono altrettanto macroscopiche e, in prospettiva, catastrofiche. Si offrirà l’opportunità a qualche esponente del Cremlino di essere presente e parlare pubblicamente in una nazione europea dicendo, magari, quanto sia cattiva la Presidente Meloni che non voleva il padiglione russo e che, in generale, si oppone all’espansione territoriale e politica russa in Europa. Finiremo per offrire una tribuna a qualsiasi mestatore ideologico filoputiniano, magari del tipo di Alexandr Dugin. E in ogni caso si darà fiato ai tanti tamburini che, in Italia e in tutta Europa, declamano la bontà del regime russo e la malvagità dell’Occidente che vorrebbe stroncarlo. Ed è quanto mai dannoso fornire loro ulteriori spazi, tanto più, ripeto, se si tratta di uno spazio fragile e sfumato, vulnerabile e permeabile come quello dell’arte.

Al Cremlino, questa apertura è apparsa come una inaspettata (o forse da esso astutamente preparata?) opportunità da cogliere al volo e da sfruttare in chiave politica con un’abilità che solo i sovietici (vecchi e nuovi) sanno esercitare. Quella che definisco la strategia della menzogna, strumento principale della propaganda sovietica, troverà terreno fertile nel disorientamento che oggi serpeggia nella opinione pubblica e nella classe politica.

Penso che, nella migliore delle ipotesi, questa sciagurata decisione da parte della Biennale scaturisca da un malinteso concetto di libertà dell’arte e da una mancata comprensione della menzogna perfetta elaborata da oltre un secolo dai cervelli del sovietismo, praticata ovunque e che arriverebbe fin dentro ai sentieri dell’arte, rovesciando l’intento di affermazione della libertà dell’arte in una libertà di sfruttamento dell’arte. Dobbiamo ribadire e assicurare la libertà dell’arte, non la libertà di utilizzarla per scopi eterogenei.

Un recente articolo della Stampa ha parlato di «surrealismo» a proposito di questo orientamento della Biennale. Più precisamente, si tratta di un dadaismo politico che non serve a orientare né a sensibilizzare le coscienze, che produce confusione e spaesamento, che favorisce la propaganda dissimulatoria stile KGB (la più difficile da individuare e decifrare), che non serve alla destra liberalconservatrice, e che non serve nemmeno all’arte in quanto tale, che dev’essere verità e libertà o altrimenti è indottrinamento.

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