Oltre l'epopea
Quando i butteri umiliarono i cow boy di Buffalo Bill: storia di come a Roma andò in frantumi il mito del West
L'8 marzo 1890, a seguito di uno scatto d'orgoglio del duca Caetani, si disputò una sfida epica tra i mandriani dell'Agro Pontino e gli uomini del "Wild West Show" di Buffalo Bill. L'esito fu la fine di una leggenda e l'inizio di un'altra
Roma, 1890. Non la Roma dei taxi, dei motorini e dei turisti con lo smartphone puntato su Castel Sant’Angelo. Immaginiamo invece un grande spazio appena fuori dal cuore della città, nei Prati di Castello, in quella zona che oggi è il quartiere Prati, uno dei più trafficati della capitale, la zona che speri di non dover attraversare mai sotto le feste. Allora era quasi campagna, dove vi erano, appunto solo dei prati.
Quando Buffalo Bill arrivò a Roma
Niente palazzi liberty, niente traffico, niente telefoni, nessun semaforo, ingorgo o vigile con in testa l’iconica pizzarda, da cui il termine “pizzardone”. L’acqua corrente era un privilegio raro, l’elettricità quasi inesistente e la notizia di uno spettacolo arrivava di bocca in bocca, come un evento curioso che attraversava la città attraverso la bocca di pizzicaroli, fruttivendoli e peracottari. «Aò, dice che so’ venuti dall’America».
Il Wild West Show, prima grande macchina globale d’intrattenimento
In quel mondo ancora lento e concreto, realtà impensabili oggi, arriva da oltre oceano una carovana incredibile. Cavalli, carri, tende, cowboy, indiani, tiratori scelti. In testa c’è una star internazionale, una leggenda vivente del West: Buffalo Bill. Il suo spettacolo, il Wild West Show, è forse la prima grande macchina globale dell’intrattenimento moderno. È il Far West trasformato in teatro: assalti alle diligenze, pistoleri velocissimi, cavalli indomiti, guerrieri indiani. Tutto vero, ma anche tutto spettacolo.
Un bellissimo circo che racconta di un mondo lontano, esotico, solo lontanamente subodorato dalla classe colta. Ed è proprio qui che la storia diventa interessante. Dall’altra parte dell’arena non ci sono attori, non ci sono stuntmen, non c’è un pubblico abituato a vedere gli Avengers o Independence Day o tante pellicole con cui ci siamo riempiti la coscienza collettiva, non c’è nessuna scenografia dove l’americano salva il mondo.
Il popolo di Roma alla scoperta dei cow boy
Ci sono mercatari, pecorari, contadini, arrotini, carbonari, tagliatori, e poi ci sono loro, i butteri. Uomini veri, abituati a vivere tra paludi, malaria, bestiame e cavalli. Mandriani che passano la vita a governare animali difficili, spesso in territori duri e isolati, a vivere sotto le stelle, in Maremma, nell’Agro Pontino, sull’Appennino. Gente pratica. Il loro lavoro non ha nulla di spettacolare. Ha così luogo, dunque, il primo incontro fra cowboy americani, che sono già diventati mito e spettacolo, e loro, che sono ancora realtà.
L’America che trasforma la frontiera in racconto epico e in spettacolo globale, una narrazione, un mito fondativo per una Nazione veramente tanto giovane che ricerca nell’epica di sé stessa il granello di sabbia intorno cui far crescere la propria perla; e l’Italia post-unitaria ma millenaria, guerriera, contadina, forastica, dura, che continua semplicemente a fare quello che ha sempre fatto: lavorare con i cavalli e con la terra.
William Frederick Cody tra realtà e leggenda
Quando William Frederick Cody, più noto come Buffalo Bill, arriva in Italia nel 1890, è già una celebrità internazionale. Nato nell’Iowa nel 1846, aveva fatto davvero un po’ di tutto: pony express, scout dell’esercito, cacciatore di bisonti, soldato durante la Guerra di Secessione. Le cronache raccontano duelli con guerrieri cheyenne, imprese incredibili e migliaia di bisonti abbattuti per rifornire gli operai della ferrovia. Quanto ci fosse di vero e quanto di leggenda è difficile dirlo. Ma poco importa: nel frattempo la leggenda aveva già conquistato il pubblico.
Così l’epopea della frontiera divenne spettacolo
Nel 1883 Cody aveva trasformato la propria vita in spettacolo fondando il Buffalo Bill’s Wild West Show, un gigantesco circo itinerante che portava in scena l’epopea della frontiera. Nel cast comparivano perfino personaggi leggendari come Toro Seduto e Calamity Jane. Ovunque arrivasse era un trionfo. Quando la carovana attraversa l’Atlantico e sbarca in Europa, l’effetto è travolgente. In Italia la curiosità è enorme, non c’erano i reels o i documentari, le riviste o gli approfondimenti come oggi. Il West americano, visto dai romani dell’Ottocento, è un mondo lontanissimo, fatto di cavalli selvaggi, pistole, indiani e praterie infinite.
La sfida tra Buffalo Bill e il duca Caetani
Lo spettacolo arriva a Roma nel febbraio del 1890. Per ospitarlo viene scelta una grande area nei Prati di Castello, allora ancora quasi disabitata. Le cronache raccontano folle immense e biglietti costosissimi per l’epoca, ma ugualmente vi fu il pienone. Durante un incontro con l’aristocrazia romana, il duca Onorato Caetani elogia l’abilità dei butteri delle sue tenute nell’Agro Pontino. Dice che sono domatori di cavalli straordinari, forse migliori dei cowboy americani. Buffalo Bill sorride. Probabilmente pensa a una battuta di spirito. La discussione però continua, si anima, e alla fine si trasforma in scommessa. La prova sarà semplice: sellare e montare alcuni puledri indomiti senza essere disarcionati.
L’umiliazione inferta dai butteri ai cow boy
L’8 marzo 1890, nell’arena del Wild West Show, davanti a migliaia di spettatori e sotto una pioggia battente, entrano i butteri pontini che avevano raccolto la sfida lanciata pubblicamente nei giorni precedenti, guidati da un uomo di trent’anni dal soprannome popolare, “Augustarello”, il cui vero nome è Augusto Imperiali. I cowboy americani provano per primi. Lanciano il lazo, tentano di immobilizzare i puledri. I cavalli si ribellano, spezzano le corde, si divincolano. Non è semplice come negli spettacoli con bestie domate.
Quando tocca ai butteri, il pubblico trattiene il fiato. Il cronista de Il Messaggero descrive la scena con precisione quasi cinematografica: il cavallo si impenna, scalcia, tira rampate. I butteri lo schivano con movimenti rapidi e sicuri. Alla fine, riescono a sellarlo. Con un balzo, Imperiali è già in sella. Il cavallo prova a disarcionarlo. Niente da fare, povera bestia. Imperiali resta saldo e parte al galoppo intorno all’arena, agitando il cappello come aveva fatto fare dai poveri cowboy mentre la folla esplode in un applauso fragoroso. È la vittoria dei butteri.
La fuga di Buffalo Bill dopo il trionfo di Augustarello
L’aria che si respirava e l’orgoglio campanilistico e identitario deve aver avuto dell’incredibile, i mandriani dell’Agro Pontino che battono i cowboy del Far West proprio davanti al loro pubblico romano, in casa loro. Imperiali diventa così un eroe popolare. A Cisterna di Latina gli verranno dedicate una scuola e una statua. La sua impresa entrerà nella memoria locale e nelle cronache dell’epoca. La leggenda racconta anche un dettaglio quasi perfetto per chiudere la storia: Buffalo Bill non pagò la scommessa e il giorno dopo lasciò Roma.
Mito da palcoscenico contro realtà che si fa mito
Fra parti storicamente accertate e narrazioni popolari, quello che Roma visse fu sicuramente simbolico e probabilmente metafisico. Da una parte il mito americano già trasformato in spettacolo globale, dall’altra uomini che con i cavalli ci lavoravano davvero, ogni giorno. Quando il West scese dal palcoscenico e incontrò la realtà della campagna italiana, il risultato fu sorprendente. E, se camminiamo per i vicoli di Roma, sembra ancora di poter sentire il commento di un pizzicarolo: «Ah Buffalo Bill… mo’ ariviecce».