Zar sotto choc
Putin destabilizzato dalla morte di Khamenei: cancellati WhatsApp e Telegram per blindare la Russia
La morte dell’ayatollah Ali Khamenei, nel raid di Stati Uniti e Israele, non ha rappresentato soltanto la fine di un’era per la Repubblica Islamica dell’Iran, ma ha inferto un colpo potenzialmente letale all’architettura di potere globale che Vladimir Putin ha cercato faticosamente di costruire negli ultimi due decenni.
Putin sotto choc dopo la morte dell’inattaccabile Khamenei
Le parole del leader russo, che ha definito la morte di Khamenei un “cinico omicidio in violazione di ogni norma morale”, tradiscono una preoccupazione che travalica la solidarietà diplomatica: è il grido d’allarme di un leader che vede crollare, uno dopo l’altro, gli alleati più affidabili.
Dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad in Siria nel dicembre 2024 e la deposizione di Nicolás Maduro in Venezuela, l’eliminazione di Khamenei priva Mosca del suo terzo alleato strategico in meno di diciotto mesi. Per Putin, la perdita è doppia: politica e personale. Come sottolineato da Alexander Baunov del Carnegie Center, il fallimento nel proteggere i propri partner scalfisce il mito dell’ombrello della “madre Russia”. Ancora più spiazzante per Putin è il fatto che il presunto artefice dell’operazione sia Donald Trump, l’uomo con cui “l’amico Vladimir” dopo il vertice in Alaska riteneva di negoziare una nuova spartizione del mondo.
WhatsApp, Telegram, Instagram: la Russia smantella tutto
Ma è soprattutto la modalità dell’eliminazione del leader iraniano ad agitare il sonno dell’intelligence russa e dello stesso Putin. Le indiscrezioni su come i sistemi di videosorveglianza urbana siano stati hackerati e trasformati in strumenti di puntamento laser e intelligence offensiva hanno trasformato la tecnologia da simbolo di modernità a minaccia esistenziale. Se le telecamere di una capitale possono essere rivolte contro i suoi stessi leader, allora l’intero ecosistema digitale deve essere neutralizzato. La risposta russa non si è fatta attendere.
Tra il 10 e il 15 febbraio 2026, in un’escalation di censura senza precedenti, il Roskomnadzor ha dato il via all’operazione di “terra bruciata digitale“. Con il pretesto di combattere l’ingerenza dei servizi segreti occidentali, Mosca ha rimosso dal sistema nazionale dei nomi di dominio (NDNS) i giganti del web: WhatsApp, YouTube e Instagram sono spariti dagli schermi dei cittadini russi. Telegram, l’ultimo baluardo di comunicazione ibrida usato sia dai dissidenti che dagli apparati statali, si trova ora in un limbo che scadrà il primo aprile, data beffarda di un brutto scherzo per milioni di russi, in cui è previsto il blocco totale.
Il piano del Cremlino per imporre la messaggistica autarchica
Il vuoto lasciato dalle piattaforme occidentali non è destinato a rimanere tale. Il Cremlino sta spingendo con forza brutale verso la “sovranità digitale”, un eufemismo per indicare l’isolamento totale della RuNet. Al centro di questo nuovo ordine c’è Max, l’applicazione “tuttofare” creata sotto l’egida governativa. Non si tratta di un semplice strumento di messaggistica, ma di un panopticon digitale: la sua privacy policy, senza alcun velo di ipocrisia, sancisce il diritto dello Stato di accedere a ogni dato, messaggio o cronologia di navigazione.
In questo scenario, la Russia non sta solo proteggendo i propri confini, ma sta creando una prigione digitale per i propri cittadini. La paranoia di Putin, alimentata dallo choc per la morte di Khamenei, ha portato alla nascita di una fortezza digitale dove la sicurezza del regime coincide con il black out informativo.