Orrore senza fine
Prof accoltellata, nessun pentimento anzi un agghiacciante rammarico. Confessione choc del 13enne: mi dispiace non averla uccisa
Più arrivano acquisizione d’indagine, più trapelano informazioni e particolari sulla vicenda e sul giovane aspirante carnefice, più si delineano con nettezza i contorni di una spirale di freddezza e ferocia in cui il 13enne che ha accoltellato la sua professoressa sembra essere sprofondato. E allora per quanto anestetizzati di fronte all’orrore ormai quotidiani ci si possa immaginare, sconcerta apprendere che di fronte ai carabinieri che lo interrogavano, il giovane non ha mostrato pentimento, ma un’agghiacciante lucidità. Così, ancora una volta, quando pensiamo che il limite massimo sia già stato ampiamente superato, ci ritroviamo sgomenti e impotenti sulla soglia di un baratro nel baratro…
Prof accoltellata dallo studente 13enne, l’ammissione choc nell’interrogatorio
Il tredicenne che mercoledì scorso ha accoltellato la sua professoressa di francese a Trescore Balneario, nella Bergamasca, ha lasciato gli inquirenti senza parole: «Sono dispiaciuto solo per non averla uccisa», avrebbe dichiarato nel corso dell’interrogatorio dei carabinieri. Quasi a confermare un delirio di onnipotenza che non solo non gli ha instillato dubbi prima, ma neppure ha motivato segni di resipiscenza dopo. E l’orrore che trapela si eleva addirittura al quadrato: «Volevo ammazzare anche papà e mamma», ha dichiarato, svelando un abisso di ferocia che ci sconvolge e ci costringe a interrogarci tutti.
Orrore al quadrato, il “Manifesto” e la diretta streaming
E mentre una intero Paese prova a metabolizzare, si sforza di capire, di decodificare in quel gesto violento i segni di un disagio profondo, quello che emerge dalle indagini è una sorta di piano paramilitare meticolosamente orchestrato nel sottobosco digitale di Telegram. Il giovane, che si definiva «stanco di essere banale», aveva redatto un manifesto intitolato “Soluzione finale”. Un richiamo sinistro a strategie di morte e a spedizioni punitive, in cui annunciava la sua vendetta contro la docente Chiara Mocchi. Poi, come noto, l’aggressione è stata trasformata in un macabro evento mediatico, trasmessa in diretta streaming per una manciata di “spettatori”.
Indagini a tutto campo per risalire a possibili “istigatori”
Così, grazie alle indagini nel “dark web” dei giovanissimi, è emersa la figura di una sedicenne, nota come “Euno”, con cui il tredicenne scambiava messaggi deliranti. E l’orrore e il disorientamento triplicano la loro portata. Sarebbe stata lei a dissuaderlo dal piazzare bombe a scuola, portandolo a “ripiegare” sull’uso di un coltello in stile Rambo e di una pistola scacciacani: entrambi acquistati illegalmente online nonostante la giovanissima età.
Le armi del disagio, il vuoto interiore
A stretto giro d’indagine, quindi tassello dopo tassello, il mosaico si tinge di un nero sempre più fitto. Le perquisizioni nelle abitazioni dei genitori confermano la pericolosità del soggetto. Le forze dell’ordine rinvengono sostanze chimiche potenzialmente esplosive. Un arsenale costruito sotto il naso di una famiglia che, pur avendo notato l’ansia del figlio, non aveva colto la magnitudo del malessere. Secondo i giudici del Tribunale per i minorenni di Brescia, che hanno nominato un curatore speciale, i genitori non sarebbero stati in grado di arginare la deriva del figlio.
La lezione della prof accoltellata dal 13enne con una lettera
E mentre la professoressa Mocchi, sopravvissuta per miracolo dopo aver perso un litro e mezzo di sangue, dà prova di straordinaria dignità dichiarando in una lettera di non odiare quel ragazzino e di voler tornare in cattedra, per l’aggressore si aprono le porte di una comunità protetta. Essendo minore di 14 anni, il giovane non è imputabile penalmente, ma il fascicolo civile servirà a imporre misure di sicurezza e un percorso psichiatrico rigoroso.
Intanto, sullo sfondo restano da diradare l’ombra cupa di possibili complici maggiorenni che potrebbero aver indottrinato l’aspirante killer attraverso lo schermo di uno smartphone. Un caso che solleva un grido d’allarme sulle “paludi” dei social network, dove l’odio si trasforma in video virali. E la vita umana non vale più di un click…