Trend dal fronte
Nuova guerra, nuova propaganda: da Teheran arrivano gli Shahed Lego e la distruzione animata (Video)
Il filmato diffuso dalla televisione di Stato iraniana ricostruisce l’attacco alla scuola di Minab attribuito a Stati Uniti e Israele e mette in scena una risposta militare globale, tra ambasciate colpite, basi occidentali bombardate e droni lanciati nella narrazione della vendetta
Nel mezzo di una guerra reale, fatta di missili, morti e calcoli strategici, l’ultimo fronte della competizione tra Iran e Stati Uniti si combatte con i mattoncini. Letteralmente. Alla fine di febbraio la televisione di Stato iraniana ha diffuso un video di propaganda realizzato con animazione e intelligenza artificiale: due minuti di pupazzetti Lego, droni Shahed, missili e ambasciate distrutte. La trama è semplice quanto esplicita. Una versione giocattolo di Donald Trump e Benjamin Netanyahu mentre sfogliano gli Epstein Files, osservati da un Grande Satana altrettanto plastificato. Poi il tycoon preme un grande bottone rosso. Il missile parte e colpisce una scuola femminile iraniana.
Lego war: la nuova propaganda iraniana
Il riferimento è diretto all’attacco contro l’istituto Shajareh Tayyebeh a Minab, nel sud dell’Iran, avvenuto il primo giorno della guerra. Secondo Teheran il bombardamento ha provocato almeno 175 morti tra studentesse e insegnanti ed è stato condannato dall’Unesco come una “grave violazione del diritto umanitario”.
L’origine del missile resta oggetto di indagine. Le prime valutazioni dell’intelligence americana indicavano che potesse essere statunitense, ma il presidente ha lasciato intendere che potrebbe essere stato l’Iran stesso a lanciare un Tomahawk — ipotesi curiosa, considerando che Teheran non possiede quel tipo di arma.
La vendetta animata
Nel video iraniano la narrazione prosegue secondo una logica cinematografica piuttosto lineare: dolore, rabbia, vendetta. Tutto a ritmo di musica. Tra le macerie della scuola un soldato raccoglie uno zainetto rosa. Poi il racconto cambia registro.
I Guardiani della Rivoluzione in versione giocattolo si riuniscono attorno a mappe di Tel Aviv e del Golfo Persico e premono a loro volta un pulsante. Ne segue una raffica di missili e jet che colpiscono obiettivi occidentali e israeliani: una base militare britannica a Cipro, l’ambasciata americana in Arabia Saudita, navi statunitensi nello Stretto di Hormuz. Il filmato si conclude con una dedica agli studenti “martirizzati per mano dei terroristi sionisti e americani”. La propaganda, del resto, non ha mai disdegnato la semplificazione narrativa. Oggi però la semplificazione passa attraverso l’estetica dell’Ai.
La cultura pop come arma diplomatica
Il dettaglio più significativo non è la satira — la propaganda internazionale ne è sempre stata piena — ma il linguaggio scelto. Lego, videogiochi e meme. Non si tratta neppure di un’iniziativa isolata. Già lo scorso anno circolava un video con agenti del Mossad in versione Lego intenti a distruggere impianti nucleari iraniani. Dall’altra parte dell’Atlantico la Casa Bianca ha pubblicato montaggi di bombardamenti americani mescolati con clip di Call of Duty e Grand Theft Auto. In uno di questi, dopo ogni esplosione appare la scritta “wasted”, come quando un personaggio muore nel videogioco.
La portavoce presidenziale Anna Kelly ha difeso l’operazione affermando: “I media tradizionali vogliono che ci scusiamo per aver messo in evidenza lo straordinario successo delle forze armate statunitensi”.
Il mondo della cinema non ha gradito l’appropriazione. Ben Stiller, dopo aver scoperto una scena di Tropic Thunder utilizzata in uno dei montaggi ufficiali, ha reagito con un certo fastidio: “Ehi Casa Bianca, per favore rimuovete la clip. Non vi abbiamo mai dato il permesso e non abbiamo alcun interesse a far parte della vostra macchina di propaganda. La guerra non è un film”.
L’attenzione è il vero motivo del contendere
Gli analisti vedono in questa estetica ludica qualcosa di più di una trovata comunicativa. È un adattamento strategico all’economia dell’attenzione. Secondo il ricercatore Lukasz Olejnik, quando immagini di videogiochi e filmati reali vengono mescolati “forse distruggi quella distanza” con cui il pubblico normalmente percepisce la violenza. Il risultato è un linguaggio che rende il conflitto simultaneamente più accessibile e più irreale, ha spiegato al The Indipendent.
Una contraddizione perfetta per l’era dei social: mentre i missili veri continuano a cadere in Medio Oriente, i governi sembrano aver scoperto che anche le guerre, per essere comprese — o almeno viste — devono competere con l’intrattenimento.