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New York, Colombo e il valore di un gesto che dice da che parte sta l’Italia

Il viaggio di Giuli

New York, Colombo e il valore di un gesto che dice da che parte sta l’Italia

Politica - di Emanuele Merlino - 26 Marzo 2026 alle 09:24

A New York, Alessandro Giuli non ha compiuto un gesto ornamentale. Non ha aggiunto una tappa di protocollo a una visita istituzionale già densa di contenuti. Ha fatto qualcosa di più netto: ha scelto di fermarsi davanti al monumento di Cristoforo Colombo a Columbus Circle e di deporvi una corona di fiori, affidando a quel gesto un messaggio politico e culturale insieme.

In un tempo in cui troppi simboli vengono processati sommariamente, quando non direttamente abbattuti dal tribunale permanente dell’ideologia, il Ministro della Cultura italiano ha ricordato a New York una verità elementare e oggi tutt’altro che scontata: la memoria di Colombo non è un ingombro da rimuovere, ma una parte viva della storia occidentale e dell’identità italiana nel mondo. Giuli lo ha detto con parole inequivoche: “La presenza e la memoria di Cristoforo Colombo è un elemento di grande ricchezza per gli Stati Uniti”. E ancora: il popolo americano vede in Colombo, e negli italiani che vivono in America, “una presenza che ne ha arricchito l’identità da secoli”.

Sono parole che pesano, perché rimettono ordine in una discussione spesso deformata dal riflesso ideologico. Colombo, nel discorso pubblico di certa sinistra internazionale, è stato trasformato nel bersaglio perfetto: un simbolo da colpire per riscrivere il passato, una statua da contestare per mostrare zelo morale nel presente. Ma la politica seria non si esercita con il piccone, né la cultura con la damnatio memoriae. La cultura, semmai, distingue, approfondisce, contestualizza. E soprattutto custodisce.

Per questo il passaggio di Giuli davanti al monumento di Colombo ha assunto un significato che va oltre la cerimonia. È stato il segno di una linea. Di un’idea dell’Italia che non si vergogna della propria storia, che non consegna i suoi simboli alla furia iconoclasta e che, anzi, considera la vicenda italiana in America come una componente essenziale della civiltà atlantica. Non a caso, già il 2 marzo, incontrando l’ambasciatore americano Tilman Fertitta, il Ministro aveva espresso “apprezzamento per l’attenzione dell’Amministrazione Trump verso la memoria della figura di Cristoforo Colombo e a sostegno del patrimonio storico-culturale della comunità americana di origine italiana, incluse le celebrazioni del Columbus Day”.

Qui sta il punto politico. Un ministro di sinistra, con ogni probabilità, in quel luogo non sarebbe andato a rendere omaggio a Colombo, ma a prendere le distanze da lui; non a difenderne la memoria, ma a considerarla un problema; forse non a deporre una corona, ma idealmente a legittimare il clima culturale di chi quelle statue vorrebbe abbatterle, rimuoverle, cancellarle dal paesaggio e dalla coscienza. Perché questa è stata, troppo spesso, la grammatica di una certa egemonia progressista: non comprendere la storia, ma giudicarla retroattivamente; non interpretare i simboli, ma epurarli.

Giuli ha fatto l’opposto. Ha legato il nome di Colombo non alla polemica, ma alla continuità storica tra Italia e Stati Uniti. Ha parlato di un rapporto da tenere “stretto” attraverso “la cultura e la diplomazia culturale”, con l’ambizione che l’Italia sia “capofila, tra quelle europee, nel tenere stretto il rapporto con questo magnifico popolo”. In questa cornice, Colombo non è solo la figura storica al centro di un dibattito: è il simbolo di una presenza italiana che ha contribuito a costruire identità, relazioni, prestigio, memoria.

E non si è trattato di un viaggio simbolico nel senso deteriore del termine. La missione newyorkese del Ministro è stata accompagnata da atti concreti: la restituzione all’Italia di 17 beni culturali trafugati, nel quadro di una cooperazione che, dal 2021, ha già consentito il rientro di oltre 900 opere d’arte e beni archeologici, e il passaggio da Sotheby’s per l’acquisto dell’Ecce Homo di Antonello da Messina, definito da Giuli “un’operazione culturale senza precedenti”. E lo è visto l’entusiasmo che tutti i territori d’Italia hanno manifestato chiedendo di esporlo nei propri musei.

È precisamente questa unità tra simboli e risultati a dare forza politica alla visita. Da un lato, la difesa della memoria italiana in America, incarnata dall’omaggio a Colombo. Dall’altro, la tutela concreta del patrimonio, con il recupero di opere trafugate e l’acquisto di un capolavoro di Antonello da Messina. In mezzo, una visione: la cultura come infrastruttura della sovranità nazionale, come linguaggio del prestigio italiano, come strumento di relazione internazionale. Giuli lo ha detto chiaramente anche alla Procura di Manhattan, parlando della necessità di impostare “un grande discorso di diplomazia culturale” capace di ispirare “il dialogo e il confronto fra i popoli”.

Chi considera tutto questo una materia secondaria non ha compreso il cuore della sfida. Le statue, i nomi, le memorie pubbliche non sono dettagli d’arredo urbano: sono indicatori di civiltà, punti di orientamento di una comunità, segni di continuità storica. Difenderli non significa idolatrare il passato; significa impedire che il presente si trasformi in una macchina di cancellazione.

Per questo la corona deposta da Giuli al monumento di Colombo pesa più di tante dichiarazioni. Dice che l’Italia non intende arretrare nella difesa della propria storia. Dice che la cultura non può essere ridotta a un tribunale ideologico. Dice, infine, che esiste una differenza profonda tra chi considera i simboli della nazione un patrimonio da custodire e chi, invece, li guarda come reperti da abbattere per sentirsi moralmente superiore.

A New York, davanti a Colombo, Alessandro Giuli non ha soltanto reso omaggio a una memoria. Ha mostrato un’idea d’Italia. Ed è un’idea che non chiede permesso alla cultura della cancellazione.

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di Emanuele Merlino - 26 Marzo 2026