Giustizia e fiction
L’ultimo affronto a Enzo Tortora: l’attore che interpreta la sua odissea giudiziaria in tv annuncia che voterà “No”
“Dove eravamo rimasti?”, si sarebbe chiesto Enzo Tortora oggi, sfogliando quel “Fatto Quotidiano” – house organ dei giudici incazzati per la riforma – che riporta le dichiarazioni del bravo attore, Fabrizio Gifuni, colui che nella serie tv “Portobello” interpreta il presentatore nella ricostruzione della sua odissea giudiziaria. Gifuni, nonostante si sia immerso in ogni istante di quella persecuzione messa in atto dalle toghe e abbia sviscerato dolori, pene, coraggio, resurrezione e morte finale di Tortora, ci tiene a farci sapere che lui voterà No al referendum di riforma della giustizia, per molti motivi, che elenca, dettaglia, promuove, da giurista provetto.
Eravamo rimasti, e siamo fermi lì, dopo 40 anni, al fatto che qualsiasi pudore personale, qualsiasi senso della misura, dell’opportunità, del rispetto umano, possa crollare di fronte ai dettami della politica militante, al punto che perfino chi si è assunto il pesantissimo fardello di rappresentare la storia di un uomo distrutto dagli errori della magistratura al giorno d’oggi non senta il dovere interiore di astenersi, quantomeno, su un tema così conflittuale per chi vive di “finzione” ma non necessariamente di ipocrisia. Perché se è vero che il bravo attore è tale se recita bene, dissimula, si sdoppia, si fa altro da sé, come Gifuni con Tortora, in questo caso siamo di fronte a uno scontro tra mondi incompatibili, fiction contro realtà, quella dove si muove da anni una famiglia, i Tortora, la compagna di vita, le figlie e chiunque ne abbia condiviso gli affetti,una famiglia che nel nome del padre sta conducendo una battaglia in favore della riforma di quel sistema disfunzionale che tenta di autoproteggersi dall’assalto del “Sì” al referendum.
E’ chiaro che chiunque, anche l’attore che interpreta Enzo Tortora nella serie di Hbo così drammatica e dilaniante, possa avere le sue idee sulla stessa vicenda che interpreta. Anche quando cerca di spostare l’attenzione sulle responsabilità dei media (che pure ne ebbero) rispetto a quelle delle toghe, come quando ha detto, testuale: “Portobello racconta uno dei più clamorosi errori giudiziari italiani… Quella di Tortora è una delle pagine più nere di stampa e media…”. Così come è lecito avere idee diverse dai Tortora sul referendum. Ma c’è un limite a tutto.
Quello che risulta disturbante, immaginiamo anche alla signora Francesca Scopelliti, compagna di vita di Tortora, da cui ricevette – come lei dichiara -il testimone della battaglia sulla giustizia, negli ultimi giorni di vita del presentatore – è che nei giorni che precedono il voto sul referendum Gifuni senta il dovere di far sapere a tutti, a una platea politica, ai media che ieri e oggi speculano sui drammi delle persone, lui come la pensa, in nome di una sensibilità politica a tutti nota.
Possibile che Gifuni non abbia pensato per un attimo che a Tortora, se fosse vivo in qualche parte dell’universo celeste, quell’endorsement a favore dei giudici lo avrebbe interpretato come un affronto alla sua stessa vita raccontata in una fiction uscita a pochi giorni dal referendum? La compagna di Tortora, attivamente coinvolta nella campagna per il Sì al referendum e presidente del Comitato “Cittadini per il Sì” alla riforma della giustizia, considera elegante la posizione pubblica di Gifuni? Ammesso che al diretto interessato interessi.
E Gaia Tortora, che in una recente intervista alla Verità ha parlato chiaro anche sulla sua idea di giustizia, cosa ne penserà? “Non perdono i giudici di mio padre. C’era del dolo, non fu un errore”, aveva detto ricordando, peraltro, che la serie tv “Portobello” “è un lavoro molto coraggioso, che finalmente restituisce dignità e verità alla storia di mio padre”.
Peccato che quella storia non abbia portato Gifuni alle medesime conclusioni dei familiari di Tortora. Peccato che non abbia fatto prevalere la sensibilità sulla militanza, la compassione sul furore ideologico, il silenzio sul proclama. Eravamo rimasti, e siamo ancora lì.