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L’Italia che intende andare oltre e la sinistra dello status quo: il Sì è l’antidoto al pantano

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L’Italia che intende andare oltre e la sinistra dello status quo: il Sì è l’antidoto al pantano

L'Editoriale - di Antonio Rapisarda - 12 Marzo 2026 alle 17:25

La separazione delle carriere «è cosa buona e giusta». È una cosa di destra, di sinistra (anche se qualcuno da quelle parti fa lo smemorato) e di centro. È un atto di buonsenso, è l’anello mancante del giusto processo. È davvero, parafrasando Tolkien, una riforma «a lungo attesa».

Si dice, poi, che sia una cosa tipicamente di destra voler separare la Nazione dalla fazione. Mi chiedo, allora, cosa ci sia di più fazioso della “logica correntizia” o del vincolo di consanguineità fra pm e giudice. Ossia tutto ciò che impedisce a quest’ultimo – troppo spesso – di essere veramente terzo e imparziale nei confronti di un qualsiasi cittadino.

Separare i destini del giudice e del pm (rendendo più autonomo il primo, più professionale il secondo) non è solo un preciso dovere repubblicano, non significa solo superare finalmente la tempesta del ‘900 ma è vero umanesimo: è restituire armonia al consesso, fiducia nel processo ma soprattutto garanzie alla persona nei confronti dello Stato.

Non ci sarà “giustizia giusta” fino a che non ci saranno due squadre – accusa e difesa – e un arbitro. È il «criterio» – dal greco kríno, che significa “giudicare” ma anche “separare” – richiamato autorevolmente da Sabino Cassese: «La giustizia si realizza soltanto in un rapporto tripolare».

In questa battaglia “che vuole fare giustizia” contro tutte le fazioni, per fortuna, la destra, il centrodestra – lo stesso governo Meloni – non sono soli. Lo stanno dimostrando da mesi le migliori culture riformiste. Pensateci, pensiamoci. Tanti esponenti della cultura laica e liberale, della cultura socialista, di quella radicale continuano a dire «per sempre sì» – per citare Sal Da Vinci – all’intero impianto della riforma Nordio.

E assieme a loro tanti magistrati che hanno alzato la testa, tanti giuristi di ogni estrazione. Cito su tutti il «Sì» del già presidente della Corte Costituzionale Augusto Barbera: «Rimango coerente col voto che diedi, da parlamentare comunista, a favore del nuovo processo» di rito cosiddetto accusatorio.

Segno che anche in un’epoca di polarizzazione esasperata c’è un’Italia che intende “andare oltre” la destra e la sinistra. Perché ha compreso la posta in gioco – «ora o mai più» – della riforma. In ballo non vi è solo il rischio di scivolare altrimenti in una vera e propria Repubblica giudiziaria; di rovinare verso il punto di non ritorno dello squilibrio dei poteri, a scapito della sovranità popolare. Il rischio ancora più grave (non si contano qui le ingerenze, i piccoli-grandi sabotaggi, la voglia di contropotere di certa magistratura alle scelte della politica) è il pantano: un’Italia irriformabile, ostaggio degli ultrà dello status quo.

A sguazzare in questo pantano, rompendo il patto con la propria storia, abiurando le sue stesse proposte, è rimasta la sinistra giallo-rossa con i suoi navy seals: i saltimbanchi dell’intrattenimento televisivo.

L’ordalia scatenata contro la riforma è la prova del nove di una clamorosa regressione rispetto a quando, dall’approvazione del codice Vassalli al giusto processo, le norme di garanzia erano sostenute a larga maggioranza. Missini e comunisti inclusi. Puntualmente, guarda un po’, contro la volontà dei “baroni” dell’Anm.

Ecco perché la sottomissione degli ex progressisti al “partito” delle toghe, al sistema delle correnti, rivela un moto interiore preoccupante. Quello di chi arriva a sacrificare sull’altare della contrapposizione politica ciò che dovrebbe essere la propria ragione sociale: la difesa dei diritti dei fragili. Gliel’ha ricordato, appellandosi proprio ai suoi compagni smemorati, il «Sì» dell’ex ministro Cesare Salvi: «Servono più garanzie per il diritto alla difesa, perché il diritto alla difesa è fondamentale per le fasce più deboli».

E dunque, se c’è una parte che ha scelto di “separarsi” dalla propria storia per interessi di fazione, tocca oggi a questo governo aggregare il meglio della cultura nazionale, sfidare il fatalismo attorno a un dispositivo: una nuova Repubblica non può prescindere da una rigenerazione condivisa del sistema giustizia. E su questo mi piace immaginare tre che più diversi non si può – il missino Giorgio Almirante, il partigiano Giuliano Vassalli e il radicale Marco Pannella – stringersi la mano guardando i “nipoti” procedere insieme per completare quel percorso. Nel nome di un’Italia più moderna. Più democratica. Più giusta.

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di Antonio Rapisarda - 12 Marzo 2026