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Leggere “Roma mia, non morirò più” di Aurelio Picca per assaporare la vitale decadenza delle notti romane

Il libro

Leggere “Roma mia, non morirò più” di Aurelio Picca per assaporare la vitale decadenza delle notti romane

Una galleria di personaggi, luoghi, esperienze in questa città che entra nelle viscere e le consuma. E che, per quanto spietata, si fa sempre scegliere. Anche a costo di viverla da esuli volontari

Libri - di Lorenzo Cafarchio - 1 Marzo 2026 alle 07:00

Liberiamo il campo immediatamente schierandoci. Roma mia, non morirò più (La nave di Teseo) è un inno. L’inno strombazzato di Aurelio Picca. Il cantico del superfluo che è, incontrovertibilmente, essenziale. Ci sono vissuti, scene, immagini che la Capitale continua a produrre come un cinematografo del ‘900.

E quindi abbiamo bisogno, lo sentiamo nello stomaco, di mettere in fila tutti questi spezzoni come fosse un Blob ante e post litteram. Dentro la città eterna delle ultime sette decadi. Tipo? Franco Califano. Che «era un ficaccio fedele alle amicizie meno alle donne. Non ha mai rinnegato gli amici anche se erano criminali». Il moralismo, peggior vizio dello spirito, viene bandito da queste pagine. Turatello e gli altri la fast life del Califfo è culto. Canticchiamo, quindi. «Però, per te, la nevicata del ‘56 / Questa città era candida, tutta pulita e lucida / Era degna di te, che crescevi per me / Com’eri bella…».

Un gioco di prospettive, quelle di uomo già fatto e finito a vent’anni, ma soprattutto pronto per il dolore. Che però a trenta torna ragazzo. Contraddizioni? Nessuna. Perché qui c’è la carne messa sul foglio e il verbo è il seguente: meglio che coli il sangue che l’inchiostro. Scriveva così Drieu La Rochelle.

Lars Von Trier nel suo Europa, su quei binari che sono il destino pure dei romani, nell’ultima scena chiede al pubblico di svegliarsi e di liberarsi dal concetto di Europa, ma è impossibile. La voce narrante ha tremendamente ragione e così è per Picca. Roma è nelle nostre viscere, anzi è le nostre viscere. «”Questa città è drammatica”. Da lei ho imparato che lo era sul serio. Forse è per questo che ci vivo da esule volontario».

Esule di una Patria che respira di noi, di voi, della materia di cui siamo stati forgiati. A un altro angolo una scritta. «Morte ai maghi e alle streghe. Viva Cristo Re», l’inquietudine di fine millennio, che sa di una fine che non arriva mai, è ancora qui. E poi più in su fino ai «libri del solista del mitra» ovvero Louis-Ferdinand Céline. Siamo dove «il corpo si ammala come il mondo è malato da sempre». Sputiamo fuori le endorfine per non finire mai e poi mai il nostro bon voyage.

Intanto i racconti che assemblati fanno la fabula ci portano ai capezzali più disparati. Poteva mancare, allora, Mario Schifano? «Pennello elegante, giusto per formare la triade con Giovanni Boldini e Filippo De Pisis». La cruna della Pop art in quei quadri che sono la fotocopia di una fotocopia, ma mai identici. L’essenza della droga, eroina per la precisione, e i soldi guadagnati e sperperati, neanche George Best ha potuto in questa misura. Perché il talento è ingordo e chiede, supplica, di essere compensato con il futile. Futile sì, ma spasmodico e gigantesco. Se solo l’ordine è bellezza allora il caos cos’è?

Ci troviamo in spezzoni che corrono velocissimi. Non c’è soluzione di continuità eppure tutto è collegato, concatenato da passaggi segreti visibili solo agli occhi della Roma eterna. Servono lenti speciali e quelle del tempo sono la vista di Aurelio Picca. Puoi trovarti in «viale Palmiro Togliatti», in un attimo «dove i trans passeggiano al chiaro di luna fino a scivolare nel Quadraro» per finire tra i seni di Olga. Anche se «quelle mammelle di granito e morbide come collinette del grano falciato, erano sparite». Fino a incontrare Jacopo che ci «dice che la fica è l’origine del mondo. È la prima lettera dell’alfabeto ebraico».

Spasmodiche righe perché il desiderio di scoprire, di vedere cosa c’è dietro quel velo, non conosce riposo. E le notti sono così corte che le ingurgitiamo assieme ai racconti, una dopo l’altra come le birre che si ingollava Andrea G. Pinketts. Ma soprattutto siamo tenuti nel ventre gelido della letteratura lontani dai caldi abbracci dei wannabe viveur. La vita, qui, ha la barba sfatta di qualche giorno mentre la camicia è allentata sul collo e il sudore sulla schiena odora di una corsa che è nuova opportunità. E quando hai fame la tavola è imbandita.

«Gualtiero Marchesi è in cucina quello che in politica è stato Cavour, in letteratura Manzoni, in arte Pontormo, in architettura Libera. Egli torna al passato per tuffarsi nel futuro, cancellando l’età di mezzo che è sempre post-moderno». Un pranzo recitato da Guillaume Faye, con il suo Archeofuturismo, e sceneggiato da Effetì.

Leggendo Picca siamo Federico quando incontra Giulietta. «Mi prende per mano e mi porta in zone dove da solo non sarei mai arrivato… Io sono nato quando l’ho incontrata». Intervistato da Robinson dice «non voglio essere il solito scrittorucolo di merda». Il giornalista gli chiede cosa vorrebbe essere. «Tutto, tranne quella roba lì». Un autore che ride quando «si associa Roma alla grande bellezza». E allora di che parliamo? «Vabbè è anche questo, ma soprattutto è una città ermafrodita. È contemporaneamente tollerante e feroce. È mito pagano e arzigogolo cattolico». Così letta l’ultima pagina, segnato il testo nel quaderno delle letture di una vita e riposto in libreria abbiamo un languorino. Certo un languorino di vivere, una fame d’aria mondiale. Usciamo di corsa il vitalismo non può più attendere.

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di Lorenzo Cafarchio - 1 Marzo 2026