Il dopo referendum
La vittoria del No è la premessa per il peggioramento del rapporto tra giustizia e politica. E la reazione dell’Anm lo dimostra
Forte del risultato della consultazione, c'è un ordine che già per Costituzione è autonomo, indipendente e inamovibile e che oggi rivendica una legittimazione popolare, in nome della quale pretende di guidare le riforme, di dettare l’agenda, di dire alla politica cosa può e non può fare
A dispetto dei 13.251.399 italiani che hanno votato Sì, appoggiando il pericoloso disegno dittatoriale di governo, parlamento, avvocatura, accademia, società civile e persino magistratura, la Costituzione è salva! In fondo, che ci frega di avere un giusto processo e una magistratura libera e responsabilizzata? Quisquilie in confronto alla soddisfazione di poter correre in piazza cantando “Bella ciao” e “Meloni dimettiti”.
Nella vita, in fondo, è questione di priorità: meglio lo scalpo di Delmastro oggi che un giusto processo per sempre! Non si affannino a parlare di difesa della Costituzione perché l’affossamento della riforma della giustizia è stato solo un mezzo per colpire l’Esecutivo, in maniera cieca e autolesionistica. Giorgia Meloni, però, come aveva già annunciato, rimane al suo posto e con lei, grazie agli eroici protettori della democrazia, rimangono lì tutte le storture di un sistema giudiziario malato e ingiusto che ci dovremo tenere per i prossimi 30 anni almeno.
Il No oltre lo status quo: ora il rischio è che la giustizia peggiori ulteriormente
Ma il No non ha sancito semplicemente il mantenimento dello status quo: rifiutare l’ennesimo tentativo di riformare la giustizia non significa che tutto rimarrà com’è, significa sancire che potrà pure andare peggio. L’Anm ha tentato l’azzardo: è scesa in campo con un Comitato, investendo denari, mettendoci la faccia. E lo ha fatto perché la posta in gioco era così alta che bisognava giocarsi il tutto per tutto: rischiava di perdere il controllo della magistratura, rischiava di vedere immolato il proprio sistema di potere – costruito con grande perizia in decenni di trattative, accordi, do ut des – sull’altare di un banalissimo e volgare sorteggio, rischiava di perdere il proprio ruolo di interlocutore privilegiato di certa politica che con la magistratura ha messo su, negli anni, un articolato sistema di vasi comunicanti, con buona pace della separazione dei poteri.
Quei festeggiamenti sguaiati tanto rivelatori
L’Anm ha rischiato e ha vinto, anche se per farlo ha dovuto giocare sporco, inventando pericoli inesistenti, alimentando paure e terrorismo, accusando di eversione mezzo arco costituzionale, l’intera avvocatura, buona parte dell’accademia e l’intero governo. E che si sia trattato di scampato pericolo lo testimoniano le reazioni scomposte e a tratti sguaiate a cui abbiamo assistito immediatamente dopo la chiusura delle urne: mentre si delineava una vittoria del No, i Tribunali, già colonizzati dai comitati dell’Anm, divenivano teatro di festeggiamenti sfrenati, tipici di chi sa di aver rischiato grosso. Cori contro Giorgia Meloni e i magistrati per il Sì, “bella ciao” d’ordinanza, e poi via con le offese ai dissidenti.
Gli attacchi a chi ha sostenuto il Sì
Un giudice della Cassazione – che chiameremo Cuor di Leone – ha apostrofato come imbarazzanti avvocati e magistrati per il Sì, irridendone la professionalità e invitandoli a lasciare la toga. Scusiamolo, non voleva, è stato «il clima di tensione»! L’ex presidente dell’Anm Poniz ha messo bocca sulle faccende dell’avvocatura, «alleata con le posizioni più estreme e non di rado volgari», invocando le dimissioni dei suoi vertici, colpevoli di aver sostenuto il Sì in una «campagna faziosa e non di rado violenta». La sinistra, a vario titolo, ha parlato di «avviso di sfratto al governo», chiedendo per la milionesima volta le dimissioni di chicchessia. Insomma, il comitato centrale del No ha decretato che non c’è più cittadinanza per le opinioni dissenzienti.
La tentazione dell’Anm di fare “pigliatutto”
Devono tutti dimettersi e lasciar fare a loro. Segnatamente, lasciar fare all’Anm che ha rivendicato la vittoria come farebbe qualunque partito uscito primo dalle elezioni politiche: «Questo risultato non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza». Per dove? Non dovreste amministrare la giustizia e basta, voi? «Abbiamo contribuito a preservare l’autonomia e l’indipendenza della giurisdizione, proteggendo la Costituzione»: mettiamo a verbale, quindi, che oltre 13milioni di italiani hanno messo in pericolo la Legge Fondamentale. «I cittadini hanno confermato la bontà delle nostre scelte e delle nostre indicazioni»: ah, si votava su questo? Ma c’è una frase che inquieta davvero: «Sapremo trovare gli strumenti perché questa ricchezza sia condivisa e vada a beneficio di tutto il Paese». Questa affermazione fa il paio con quanto rivendicato appena un paio di giorni prima da Cesare Parodi: «Se vince il No, guideremo noi le vere riforme», e dice molto sul vero scopo degli oppositori della riforma.
Potranno pure parlare di condivisione e persino di pacificazione, ma basta unire i puntini per comprendere che il disegno è tutt’altro. L’Anm ha chiesto ai cittadini se fosse giusto che la magistratura prendesse il sopravvento sulla politica, rimanendo impunita e completamente immersa nel correntismo: chi ha votato No ha dato il suo assenso a tutto questo. Ed è qualcosa che dovrebbe inquietare persino chi con la magistratura negli ultimi decenni ha stretto grandi alleanze per garantirsi il potere anche se perdeva le elezioni. Perché quello che viene fuori da questa vittoria è una mostruosità istituzionale, un agglomerato di potere che dovrebbe far paura a tutti. Un ordine che già per Costituzione è autonomo, indipendente e inamovibile oggi rivendica una vittoria elettorale, una legittimazione popolare, in nome della quale pretende di guidare le riforme, di dettare l’agenda, di dire alla politica cosa può e non può fare.
Quel No con cui milioni di giovani per nulla ideologizzati hanno pensato di poter difendere la Costituzione ha, di fatto, sancito che c’è un ordine dello Stato sovraordinato agli altri poteri, un ordine dello Stato che può impedire al Parlamento – che rappresenta i cittadini – di autodeterminarsi, un ordine dello Stato che adesso è legittimato ingerirsi negli affari del ramo legislativo, perché il popolo del No gli ha dato ragione. E, come ha promesso, «saprà trovare gli strumenti per farlo».