CERCA SUL SECOLO D'ITALIA

Giovani Schlein Pd

I nuovi mostri

La setta democratica del pugno chiuso: la nuova gioventù schleiniana ha una strana tendenza all’estremismo

Nei circoli del Pd under 30 il dissenso è tollerato solo finché non parla: “Quando sono entrato nei giovani del Pd, nel 2019, c’era ancora spazio per il pluralismo. Oggi, se non la pensi come la maggioranza, sei da cacciare. Sembra una gabbia di matti". Un confronto con loro? "Impossibile", sei fascista a priori

Politica - di Alice Carrazza - 20 Marzo 2026 alle 11:46

“Più volte ho avuto l’impressione di trovarmi davanti a estremisti”, racconta un giovane dem romano al Foglio. È una frase che basterebbe da sola a spiegare il paradosso della nuova giovanile del Pd: l’organizzazione che predica inclusione, arcobaleni e “Free Free Palestine” viene descritta da molti ex iscritti come l’ambiente opposto. Intolleranti, settari, pronti ad espellere ogni corpo estraneo. Non sei in disaccordo: “Sei fascista”. Non sostieni una certa posa militante: “Fai il gioco della destra”. Hai un’opinione autonoma su giustizia, Israele o persino su Bettino Craxi: sei la strega da bruciare al rogo. Il pluralismo evocato nei discorsi ufficiali della segretaria Elly Sclein si ferma sulla soglia dei circoli.

Giovani dem: dallo scantinato alla rivolta

Eppure, sei mesi fa i Giovani democratici erano un relitto abbandonato nello scantinato del Nazareno. Cosa è successo? Elly, volevi la rivoluzione? Ebbene sì, la segretaria del Pd li ha recuperati, il commissario Lorenzo Innocenzi li ha rimessi in piedi, il congresso di Napoli ha incoronato Virginia Libero. Candidatura unica, percorso blindato, ordine ristabilito dopo anni di anarchia territoriale, veleni congressuali e contabilità creativa delle tessere. Il problema è che, insieme al disordine, sembra essere stato archiviato anche il pluralismo.

Nel nuovo corso, la disciplina organizzativa sembra essersi accompagnata a una rigida omologazione culturale. Un ex iscritto lo riassume così: “Quando sono entrato nei giovani del Pd, nel 2019, c’era ancora spazio per il pluralismo. Oggi, se non la pensi come la maggioranza, sei da cacciare. Sembra una gabbia di matti”. Insomma, un recinto di filo spinato, più che un partito.

Pugno chiuso e kefiah

La questione non riguarda soltanto i temi, ma il linguaggio. Il pugno chiuso non è più un vezzo iconografico: è un lasciapassare identitario. La kefiah non è un simbolo: è una prova di allineamento. Il lessico non serve a discutere, serve a classificare. “Colonialismo”, “apartheid”, “genocidio”, “resistenza”: parole che dovrebbero esigere misura vengono usate come dove capita.

Il risultato è che la politica estera diventa teatro morale. Gaza monopolizza emozione, postura, consenso; l’Ucraina compare, poi scompare. Un esponente schleiniano lo ammette con disarmante sincerità: “È anche una questione di calcolo politico”. Ecco il punto. Dietro la furia etica, la più classica aritmetica del bacino elettorale. Altro che internazionalismo: è marketing segmentato con vocabolario terzomondista.

Il riformismo trattato da corpo estraneo

Chiunque provi a difendere una cultura riformista viene trattato come un residuo bellico del Novecento. Ex renziani, garantisti, socialisti, liberali di sinistra: figure che in un partito serio dovrebbero essere interlocutori diventano corpi estranei. “A noi riformisti ed ex renziani non ci vogliono”, dice uno di loro. Non è una lamento. È il sintomo di una mutazione mostruosa.

Si capisce allora perché tanti se ne vadano. L’ambiente è già saturo. Il partito che dovrebbe formare classe dirigente sembra spesso limitarsi a distribuire etichette, al massimo si ottengono piccoli incarichi o fedeltà simbolica. “Ci chiamavano alle feste dell’Unità e agli incontri per fare numero, per distribuire materiale elettorale. Eravamo manovalanza”, spiega Domenico Chianese, uscito dal giro nel 2022.

Insomma, la gavetta resta; la crescita politica molto meno. Le guide? I maestri? Non esistono. I ragazzi sono completamente allo sbando.

La retorica e il suo contrario

Qui cala il sipario. Perché la retorica pubblica del Pd parla di apertura, integrazione, convivenza col diverso. Ma quando il dissenso interno viene trattato come una deviazione e il livello del dibattito scivola fino a slogan come “Meglio maiale che sionista”, le spiegazioni diventano superflue. Un partito che definisce democratico il proprio vivaio, salvo piegarlo a un conformismo ideologico sempre più rigido, finisce per esibire una contraddizione che si racconta da sola.

La sinistra giovanile che voleva rifare il mondo sembra essersi fermata al confessionale. Con una differenza: lì, almeno, ogni tanto, è prevista anche l’assoluzione.

Non ci sono commenti, inizia una discussione

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

di Alice Carrazza - 20 Marzo 2026