L'intervista
«La riforma rafforza l’autonomia del Pm: le garanzie entrano in Costituzione». Parla Francesco Paterniti
Il giurista, autore di uno dei manuali di Diritto costituzionale più usati negli atenei italiani, spiega perché al referendum esprimerà «un Sì sereno, consapevole e convinto»
Il professor Francesco Paterniti, giurista dell’Università degli Studi di Catania, è autore di uno dei manuali di Diritto costituzionale oggi più utilizzati negli atenei italiani, scritto insieme a Felice Giuffrè, membro laico del Csm, e Ida Nicotra, che nel 2013 fu chiamata dal premier Enrico Letta a far parte della commissione dei 35 saggi incaricata di supportare il governo nell’avvio di una stagione di riforme istituzionali. Lo abbiamo intervistato per chiarire alcuni dei timori sollevati da chi si è schierato per il No al referendum sulla giustizia.
Professore, senza girarci attorno, questa riforma – come è stato sostenuto da alcuni – rappresenta uno “sfregio” alla Carta del 1948?
«Direi proprio di no. Partiamo da un presupposto: la nostra Costituzione non è un testo immobile. Gli stessi costituenti hanno previsto la possibilità di modificarla attraverso il procedimento di revisione costituzionale. Non a caso, nel corso dei decenni, le revisioni sono state numerose e ciò non ha mai messo in discussione l’essenza della Carta ed i principi fondamentali dell’ordinamento».
In forza di quale spinta una revisione costituzionale ha diritto di essere posta e approvata?
«C’è un principio ben noto nella dottrina costituzionalistica: il diritto di ogni generazione a darsi una Costituzione. Con ciò volendo fare riferimento al diritto di adattare le regole della convivenza civile alle esigenze del proprio tempo. Da questo punto di vista, la riforma si muove pienamente dentro il perimetro costituzionale e non intacca i valori fondanti della Carta. Naturalmente si può discutere sul metodo o sulle scelte politiche, ma questo è un altro piano».
Paterniti, andiamo al punto dolente: con questa riforma il pm diventerà più debole?
«Non è così e, tra l’altro, a ben vedere, non mi pare neanche che questa sia la chiave di lettura corretta. In realtà la riforma guarda soprattutto alla figura del giudice. L’obiettivo è rafforzare ciò che la Costituzione afferma all’articolo 111: il giudice deve essere terzo e imparziale. Per rendere effettiva questa terzietà si introduce la separazione ordinamentale delle carriere tra giudici e pubblici ministeri».
Ma oggi le funzioni non sono già separate?
«Di fatto sì. Oggi il giudice giudica e il pubblico ministero accusa, e difficilmente si passa da una funzione all’altra nel corso della carriera. Tuttavia, esiste ancora una compresenza delle due categorie di magistrati negli organi che governano le carriere degli stessi, come il Consiglio Superiore della Magistratura e i Consigli giudiziari. Questo significa che giudici e pubblici ministeri partecipano reciprocamente alle decisioni su incarichi, promozioni o procedimenti disciplinari. Tale per cui gli uni possono influenzare le vicende degli altri, e viceversa. La riforma interviene quindi con una separazione ordinamentale, non solo sul piano funzionale».
Mi faccia capire, il pubblico ministero non ne uscirà indebolito?
«Direi semmai il contrario. In alcuni aspetti viene persino rafforzato».
Aspetti un attimo, non la seguo.
«Basta leggere l’articolo 104 per come risultante a seguito della riforma: vengono inserite direttamente in Costituzione alcune garanzie relative all’autonomia del Pm che attualmente sono invece rimesse alla disciplina della sola legge ordinaria».
Si spieghi meglio?
«Voglio dire che eventuali leggi future che dovessero limitare l’indipendenza del Pm potrebbero essere sottoposte al controllo della Corte costituzionale. In altre parole, il pubblico ministero sarebbe più chiaramente tutelato sul piano costituzionale».
La riforma tocca anche il Consiglio superiore della magistratura, perché?
«Perché negli ultimi anni si è discusso molto del peso delle correnti nella magistratura, di quello che alcuni hanno definito il fenomeno della “correntocrazia”. Il Csm è un organo fondamentale, ma nel tempo ha sviluppato dinamiche che hanno suscitato molte critiche. L’obiettivo della riforma è anche quello di ricondurre il Consiglio alla funzione originaria immaginata dai costituenti».
In questo contesto si inserisce il sorteggio dei membri togati?
«Il sorteggio è uno strumento pensato per ridurre il peso delle correnti e spezzare il legame tra chi organizza il consenso e chi poi riceve incarichi o sostegni nelle dinamiche interne alla magistratura. Naturalmente non si tratta di sorteggiare cittadini qualunque: parliamo sempre di magistrati che hanno superato uno dei concorsi più difficili del nostro ordinamento. L’obiettivo è rendere il sistema più trasparente».
Controllando la sua pagina Facebook, non si contano gli appuntamenti in agenda a sostegno del Sì. Perché?
«Perché ritengo che questa riforma non indebolisca la giustizia, ma cerchi di rafforzarne alcuni principi fondamentali: l’imparzialità del giudice, l’indipendenza della magistratura e la credibilità delle istituzioni. Il mio sarà certamente un Sì sereno, consapevole e convinto».