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Il manifesto di Pro Vita contestato perché riportava la definizione di “donna”; una manifestazione di transfemministe

Il punto di vista

La parola “donna” non va bene, la volgarità sì: riflessioni sul vocabolario transfemminista

Il corteo dell'8 marzo a Roma ha lasciato sui muri scritte che rimandano a una mentalità porno-capitalistica che fa pensare a Onlyfans piuttosto che ai diritti delle donne

Politica - di Francesco Comegna - 15 Marzo 2026 alle 07:00

La settimana appena conclusa è stata una settimana di passione e attivismo per tutte quelle realtà che gravitano intorno alla figura della donna, che ha visto mobilitazioni nelle principali città italiane dei movimenti femministi per la ricorrenza dell’8 marzo. I cortei, come ormai abitudine, non sono stati esenti da slogan violenti e linguaggio aggressivo, in particolare quello di Roma di “Non una di meno”, dove sono stati intonati cori da anni di piombo, compreso l’invito a chiudere «col fuoco» la sede della onlus Pro Vita e Famiglia, vandalizzata e presa d’assalto decine di volte nel tempo e in almeno un’occasione anche oggetto di lancio di un oggetto incendiario.

Quando la ricorrenza diventa demagogia politica

Le manifestazioni sono state precedute da una chiamata all’adunata via social, tramite comunicati sulle piattaforme del collettivo transfemminista, dove si mescolano argomenti che passano dalla lotta alla guerra fino alla pedagogia patriarcale, l’aborto libero (come se non fosse già così) o ancora lo sfruttamento dei corpi delle donne o di altre soggettività, la violenza della medicina cis-binaria e l’obiezione di coscienza, la discriminazione verso i migranti e i recenti fatti di cronaca sull’omicidio di Rogoredo. Insomma un calderone dove si parla un po’ di tutto senza dire nulla, in modo scollegato, demagogico e approssimativo, che denota una forte voglia di politicizzare in modo grottesco, quella che dovrebbe essere una manifestazione per i diritti delle donne.

Il linguaggio e l’evoluzione femminista

Uno dei tratti distintivi del corteo romano è stato l’aver lasciato sui muri del quartiere Esquilino diverse scritte caratterizzanti il linguaggio di questo neo transfemminismo, ed è proprio il linguaggio una delle chiavi di lettura per capire questo fenomeno. Se gli anni scorsi si erano visti cartelli e scritte con epiteti sessuali messi in rima con Salvini (lasciamo all’immaginazione del lettore capire di cosa si tratti), o insulti sessisti a Giorgia Meloni, a dimostrazione che la loro battaglia non è per le donne ma squisitamente ideologica (sono per le donne ma solo se la pensano come loro), quest’anno ci ha colpito una scritta che recitava così: «Scopi i maschi? Fallo per soldi». Questa scritta sembrerebbe svelare la piena assimilazione dell’ideologia femminista nella mentalità porno-capitalistica della società ai tempi di Onlyfans, in realtà dietro c’è molto di più. In questa frase c’è tutta l’evoluzione dal femminismo storico, dove si combatteva l’oggettificazione della donna e la sessualizzazione, al femminismo “sex positive”, che poi è scaturito nell’odierno transfemminismo, dove la sessualità diventa autodeterminazione e scelta emancipante; secondo le odierne femministe si sarebbe passato dalla donna come oggetto sessuale a soggetto sessuale. Ora questa teoria è discutibile e, ci si chiede se intrappolare la complessità del reale in queste dicotomie, giovi veramente alle donne, ma soprattutto se considerare la sessualità come una proprietà o un mezzo da gestire, non come una caratteristica intrinseca dell’essere umano (uomo o donna che sia), possa essere veramente la chiave dell’emancipazione (da cosa poi? Da un fantomatico patriarcato del 2026?!). Di sicuro queste “maschere pirandelliane” sviliscono la sessualità nella sua autentica accezione, come dono reciproco, vissuta nell’alterità maschile/femminile, capace di fortificare un rapporto e dare la vita.

La donna e la questione epistemologica

Ma la vera questione è epistemologica, in quanto se si pretende di lottare per i diritti della donna, bisogna saper dare una definizione della stessa. Per il transfemminismo donna è chiunque ci si senta, quindi la definizione è nell’idea, che viene proiettata sul genere, inteso nella sua accezione di derivazione anglosassone, ovvero quella di sesso percepito. Secondo il principio del senso comune invece, donna è una persona adulta di sesso femminile, definizione basata sul concetto, quindi che poggia su qualcosa di concreto, come il sesso biologico. Ora se alla base di una definizione non c’è qualcosa di concreto, si finisce nello stereotipo culturale, non si tratta quindi di non rispettare chiunque decida di affermarsi in società come meglio creda, uomo, donna o altro, tutto ciò rientra nella libertà personale di ognuno, il problema sorge quando si vuole assolutizzare l’esperienza soggettiva di qualcuno e imporla come parametro a tutti, sovvertendo il dato di realtà.

Se il vocabolario fa paura: due pesi due misure

Hanno dato scandalo i manifesti affissi da Pro Vita, che recavano la definizione di donna come persona adulta di sesso femminile. È stata chiesta la loro rimozione, mentre bisogna constatare che si tende a tollerare il linguaggio spesso volgare e violento di questi gruppi transfemministi, che pretendono di imporre a tutti la loro visione parziale e politicizzata della sessualità.

Il transfemminismo all’Onu

Proprio in questi giorni, fino al 19 marzo, si riunisce la Commissione Nazionale delle Nazioni Unite sulle donne, dove tutti gli Stati membri discutono di politiche di genere. L’Unione europea ha dato delle indicazioni ai suoi membri, tra cui l’equiparazione automatica di persone transgender con il sesso biologico percepito, integrazione dell’ideologia gender in giustizia, educazione e sanità e, un percorso prioritario per finanziamenti a organizzazioni transfemministe e Lgbt. Aspettando il 19 marzo, a noi non resta che tenere alta l’attenzione su norme che in teoria non sarebbero vincolanti, ma che in pratica potrebbero essere prese come riferimento per politiche attive nei singoli Stati.

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