Referendum e giustizia
La moglie di Gramellini contro i giudici: “Distrutta la vita a mio padre innocente. Woodcock neanche si scusò”
Simona Sparaco è una famosa scrittrice, candidata anche al Premio Strega, ma è anche la moglie di Massimo Gramellini, giornalista e conduttore tv non esattamente di idee destrorse, anzi, spesso animatore di simpatiche compagnie di oppositori pronti a fare le pulci al governo Meloni. Gramellini ha sorpreso tutti non annunciando l’intenzione di votare No alla riforma della giustizia nel prossimo referendum, ma ovviamente neanche Sì. Se n’è rimasto un po’ nell’ombra, limitandosi a criticare il modo in cui la destra starebbe facendo la campagna referendaria, astenendosi su gaffe e toni violenti della sinistra, ma senza che nessuno se ne sia meravigliato.
Il dubbio che dietro la strana posizione non del tutto sinistrorsa di Gramellini ci fosse anche qualcos’altro, tipo una donna, non era venuto a nessuno. Ma pur nel rispetto del proverbio che recita “tra moglie e marito non mettere il dito”, da questa mattina c’è da sospettare che tra i coniugi Gramellini ci sia messo un romanticissimo Sì, un apostrofo rosa tra le parole t’amo mio Nordio. Di romantico, però, nel foilleuton a sfondo giudiziario della famiglia Gramellini, solida e con due figli, con una casa che s’immagina a forma di libreria Billy e volumi al posto dei wurstel in frigorifero, c’è poco o nulla. Scherzi a parte, perché c’è poco da scherzare, in effetti, il “Nì” (o il So) di Gramellini potrebbe essere diretta conseguenza della drammatica storia personale raccontata da Simona Sparaco oggi sulla “Stampa“. Un atto d’accusa pesantissimo, quanto elegante nella stesura, contro i giudici che indagarono suo padre, morto da un paio di mesi anche per il dolore di quell’inchiesta naufragata nel nulla cosmico.
Simona Sparaco e le accuse ai giudici
“Erano vent’anni che non mi capitava di incrociare l’immagine del magistrato Henry John Woodcock, forse perché l’ho sempre accuratamente evitata e il solo pensiero mi faceva rabbrividire. La settimana scorsa però l’ho visto spuntare dal televisore con la prepotenza di un fastidioso pop up. Partecipava a un dibattito da dove è uscito ridicolizzato e incespicante, come forse lo avrà conosciuto mio padre vent’anni fa. Non so dove io abbia trovato il coraggio di ascoltarlo senza cambiare canale…”, scrive la Sparaco. Woodckock, per la cronaca, è il pm che firmò quell’inchiesta,. “All’epoca avevo vent’anni, dovevo dare un esame all’università. Quella mattina però la sveglia non fece in tempo a suonare. Nella mia stanza entrarono due poliziotti, che dovevano perquisire la casa. Cercavano persino tra i miei libri, tra gli appunti dell’esame, i diari. Ricordo lo sguardo sgomento di mio padre e i suoi occhi che però, quando incrociavano i miei, cercavano di nascondere la loro preoccupazione. È sempre stato così con noi figli, ci ha sempre nascosto le sue sofferenze, ci è sempre apparso leggero e spensierato anche quando non lo era affatto. Lo portarono via in manette, a bordo di una di quelle camionette che si usano per i criminali. Era stato accusato di avere corrotto il direttore generale dell’Inail con un appartamento situato in una via che non esisteva nemmeno negli stradari. Mio padre si presentò a quel direttore in quella stessa camionetta che li trasportava fino al carcere di Potenza: prima di quel giorno non si erano mai visti. Nelle cinquecento pagine di intercettazioni che ricevemmo dall’avvocato e che io, mia madre e i miei fratelli leggemmo per tutta la notte, non c’era nulla, se non la dichiarazione di un funzionario dell’Inail che dopo ore di interrogatorio diceva: ho sentito dire che Luigi Sparaco pare abbia dato una casa al direttore generale per ottenere un appalto. In altre parole, un pettegolezzo…”.
La casa che non esisteva e le scuse mancate di Woodcock
Quella casa, e il reato di cui era stato accusato il padre di Simona Sparaco, semplicemente non esistevano.
Ma in quegli otto anni di processo Woodcock ottenne -racconta la scrittrice – per l’impresa di mio nonno l’interdizione ai lavori pubblici, che suonava come una condanna a morte. Mio padre riuscì a tenerla in piedi quasi fino alla fine del processo solo perché diede fondo a tutti i suoi risparmi per non mandare a casa i dipendenti. “Arrivò persino a vendersi la casa dove eravamo nati e cresciuti per evitare il fallimento, ma non bastò. E quando venne assolto fu risarcito per ingiusta detenzione con una cifra ridicola”. L’articolo si chiude con un doloroso interrogativo: “Se un medico sbagliando uccide il padre di una ragazza di vent’anni, non avrebbe quantomeno il coraggio di chiederle scusa? Un medico per bene lo farebbe. E molto spesso paga anche per i suoi errori. Un magistrato come Woodcock no, non l’ha mai fatto. Non mi ha mai chiesto scusa per averci rovinato la vita!”, conclude la Sparaco.