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Angelo Polimeno Bottai; nel riquadro, il suo ultimo saggio “Il Traditore”

Il libro

“Il Traditore” di Angelo Polimeno Bottai: il Patto tra Mussolini e Hitler visto attraverso la lente dell’inganno

Nel saggio l'autore analizza il rapporto tra Italia fascista e Germania nazionalsocialista nel contesto della formazione e dello sviluppo del Patto d'acciaio del 22 maggio 1939

Libri - di Adriano Minardi Ruspi - 8 Marzo 2026 alle 07:00

Angelo Polimeno Bottai, nella sua prima opera di narrativa storica, aveva esaminato la vita e il ruolo di Giuseppe Bottai, suo zio materno, ricostruendone la biografia con rigore metodologico e considerando i più recenti studi storiografici sull’importanza del gerarca romano. Il nuovo saggio in libreria Il traditore, edito da Utet, rappresenta un ulteriore sviluppo della sua riflessione critica su uno dei principali snodi storico-politici della storia europea.

“Il Traditore”: Hitler e Mussolini a confronto

Il Patto d’Acciaio rappresenta la conclusione di un percorso di avvicinamento progressivo tra le due nazioni, alimentato in particolare dall’interesse che Hitler manifestò nei confronti di Mussolini sin dalle sue prime apparizioni sulla scena politica. La prospettiva del libro è quella di una biografia comparata dei due dittatori, mettendo in rilievo sia analogie che divergenze nelle loro attività politiche e sui rispettivi fondamenti ideologici, spesso erroneamente considerati del tutto identici.

Nascita ed esito del Patto d’Acciaio

La narrazione si concentra sulle modalità che portarono alla stipula del Patto d’Acciaio e su come esso venne gestito da Italia e Germania durante la guerra. La tesi centrale, già discussa in precedenti studi, sostiene che l’eventuale tradimento fu da attribuire esclusivamente alla parte tedesca. Il patto nasceva come risposta alla necessità politica della Germania di rompere l’isolamento internazionale conseguente alla Prima guerra mondiale, acuito dall’ascesa di Hitler, che destò preoccupazione nelle cancellerie europee timorose di un nuovo conflitto.

Analogie e divergenze tra i due leader

L’avvicinamento tra i due Stati attraversò fasi segnate anche da freddezza e larvata ostilità, con rapporti inizialmente formali e una persistente diffidenza di Mussolini nei confronti del suo omologo tedesco. Il libro di Polimeno Bottai analizza i compromessi e le incomprensioni reciproche, evidenziando la difficoltà di Mussolini nel gestire efficacemente la relazione con la Germania. Durante la guerra, la conduzione delle operazioni militari accentuò la volontà tedesca di agire unilateralmente, relegando l’Italia a ruolo secondario e informandola delle principali decisioni solo in seguito. Un esempio emblematico fu la comunicazione tardiva dell’invasione sovietica tramite l’operazione Barbarossa.

Secondo l’autore, Hitler fu il principale responsabile del tradimento nei confronti dell’alleato italiano e della figura stessa di Mussolini, mantenendo sempre un atteggiamento rispettoso ma distante rispetto alle decisioni strategiche dell’alleanza. Mussolini, di fronte a tali prevaricazioni, assunse un comportamento passivo e remissivo, dettato probabilmente dal timore delle possibili conseguenze negative per l’Italia. L’unico episodio di dissenso concreto si manifestò con la nascita della Repubblica Sociale Italiana, quando Mussolini rifiutò la richiesta di Hitler di caratterizzare il nuovo Stato come esclusivamente fascista, preferendo sottolinearne il carattere nazionale.

Tesi convincente ma non del tutto nuova

La tesi del tradimento tedesco non costituisce una novità in ambito storiografico ed è stata sostenuta anche da Erich Kuby nel suo volume Il tradimento tedesco (Rizzoli, 1983), dove si denuncia la gestione del Patto d’Acciaio come strumentale solo agli interessi tedeschi. Attraverso una narrativa fortemente critica e incentrata soprattutto sulle scelte tedesche, Kuby sostiene un’analoga tesi fondata sull’inganno sistematico della Germania verso l’Italia con una serie di menzogne e fraintendimenti che furono tra le cause principali della sconfitta italiana nella Seconda guerra mondiale.

Entrambi gli autori sostengono che il Patto d’Acciaio e l’alleanza italo-tedesca furono caratterizzati dalla supremazia tedesca e dall’inganno verso l’Italia, con il risultato che il nostro Paese fu trascinato in una guerra che non poteva sostenere alle condizioni di Hitler. Questo porta entrambi a individuare nella Germania il principale «traditore» degli impegni verso Roma.

Renzo De Felice, peraltro, aveva già rilevato come il Patto d’Acciaio era stato concluso in un contesto di rapporti già asimmetrici e promesse non mantenute e ha ulteriormente approfondito il tema rilevando anche che il timore di un’uscita dell’Italia dal Patto avrebbe rappresentato un ulteriore elemento di tensione, rinnovando l’accusa di tradimento mossa dai tedeschi all’Italia fin dalla Prima guerra mondiale.

L’opera offre una ricostruzione storica obiettiva e dettagliata, arricchita da curiosità biografiche e da una narrazione attenta alla genesi del Patto d’Acciaio, evidenziando non solo i punti di contrasto che condussero al fallimento dell’alleanza, ma anche le motivazioni psicologiche e politiche che ne determinarono la gestione. In particolare, emerge la profonda paura italiana nei confronti dell’alleato germanico e la volontà tedesca di sfruttare a proprio vantaggio la collaborazione italiana.

I protagonisti del 25 luglio: traditori o patrioti?

Meno convincente appare invece la tesi secondo cui gli avvenimenti culminati con la sostituzione di Mussolini nel luglio del 1943 non rappresentarono un tradimento della classe dirigente fascista nei confronti dei tedeschi stessi e verso Mussolini perché quella classe dirigente non aveva fatto altro che anteporre l’interesse nazionale a quello di parte, come peraltro espressamente previsto nello Statuto stesso del Pnf.

La tesi dell’autore, seppure correttamente argomentata e appoggiata al dato formale rappresentato da una norma statutaria imperativa per la classe dirigente del partito, trascura o non tiene del tutto conto delle ulteriori motivazioni individuali che confluirono nella decisione. Amore di patria e timore per le conseguenze che il Paese avrebbe sopportato per il perdurare di una guerra ormai persa ma anche timore per il proprio futuro e volontà di garantire le proprie personali ambizioni di ruolo in un contesto politico diverso. Rileviamo anche che gran parte di quelle ambizioni furono sollecitate e giocate dal Re e dalla Corona come strumento per «adescare» alcuni dei protagonisti per poi essere puntualmente disattese con la nomina di Badoglio a capo del governo.

È vero, alcuni pagarono con la morte quel comportamento, alcuni (in primis Giuseppe Bottai) avviarono da subito un percorso di riflessione critica sul proprio passato mettendo sul piatto della storia e a rischio la propria vita, ma altri semplicemente fuggirono o tentarono di porsi al riparo per poi riemergere una volta passata la tempesta della guerra.
Diverse furono le motivazioni, alcune nobili altre sicuramente meno, diverse furono le risposte individuali ma comunque irriducibili ad una spiegazione comune per tutti.

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di Adriano Minardi Ruspi - 8 Marzo 2026