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Il referendum non è certo Waterloo, ma ricorda Caporetto. E non è un male: fu la base per il trionfo di Vittorio Veneto

Il dibattito

Il referendum non è certo Waterloo, ma ricorda Caporetto. E non è un male: fu la base per il trionfo di Vittorio Veneto

Il risultato della battaglia referendaria è stato una sconfitta, ma offre anche un'occasione preziosa per riflettere sugli errori e farne tesoro. La storia, come sempre, insegna

Politica - di Ulderico Nisticò - 29 Marzo 2026 alle 07:00

A Waterloo, Napoleone I aveva annunziato che all’ora di pranzo sarebbe stato vincitore, e invece finì a Sant’Elena a morire di malinconica relegazione; a Caporetto, l’esercito italiano subì un insuccesso pesante, ma un anno dopo stravinse a Vittorio Veneto. Come fu che stravinse? Perché fece tesoro dei suoi errori e difetti, e, grazie alla duttilità mentale del napoletano Diaz, trattenne il nemico sul Piave, e lo ridusse “battuto e fuggiasco”.

Ci sono sconfitte e sconfitte

Insomma, ci sono sconfitte e sconfitte. Cosa è successo, alla Caporetto 2026? Che una vittoria annunziata, e data per certa fino a un mese fa, è divenuta per strada un risultato negativo. Ora qualcuno più informato di me dovrebbe analizzare se c’è stato un effetto propaganda del No, un effetto Gratteri, un effetto giudici canterini e danzanti, un effetto Zuppi… o uno scarso effetto del Sì.

La questione giovanile

La prima sorpresa, l’affluenza, che francamente nessuno si aspettava; e un’affluenza di No (diciamo di centrosinistra o campo largo). C’è della pigrizia, nella maggioranza silenziosa e destrorsa? La seconda sorpresa, i giovanissimi, che, a quanto pare, hanno votato No. Su questo aspetto, inizierei a riflettere. Mi pare improbabile che dei diciottenni si siano laureati in diritto e specializzati in procedura, prima di votare No; e che abbiamo tanto a cuore una Costituzione dei tempi dei loro nonni. La mia spiegazione intuitiva è che la loro mentalità, derivata dalla scuola, sia (diciamo per capirci) quella politicamente corretta, quindi di vagamente centrosinistra, tipo buonismo generico. Sarei curioso di sapere quanti prof li abbiano istruiti o istigati.

D’accordo, sarà anche andata così: ma dov’erano, nel frattempo, i giovanissimi di destra? Nessuno c’era, in classe, che a muso duro opponesse al prof le ben note storture del sistema giudiziario? Nessuno che avesse letto Palamara? Nessuno che fosse spudoratamente e gagliardamente contro il sistema tutto, come eravamo “noi” a diciotto anni? Sono in massa Pierini da temino? È un bel problema, se è così. Comunque, lette le tabelle, il buonismo non paga e non procura alla destra dei voti; e non si può fare concorrenza ai buonisti con il loro linguaggio meccanico. Servirebbero emozioni.

La capacità di coinvolgere i cittadini

Allargando lo sguardo, qual è stato l’effetto sul referendum della cultura di destra o destracentro o almeno centrodestra? Non me lo chiedete, o vi devo rispondere seccamente che fu poco e niente. La campagna è stata tardiva, e, a mio avviso, scoordinata. Nel caso migliore, sono stati dipanati tecnicismi giurisprudenziali, magari seri, ma certo non tali da appassionare, da “gettare l’anima oltre l’ostacolo” o da “se il destino è contro di noi, peggio per lui”; fu roba da convegni professionali; entusiasmo scarso, e non dico solo dei ragazzi di scuola, lo dico anche dei grandicelli e grandi e anziani. E sorvolo sui casi cui applicare quello che si dice dalle mie parti, che “la parola migliore è quella che non esce di bocca”; e invece ne sono uscite, e tardi si provvede.

Alla fine, anzi in estremo, è dovuta intervenire in prima linea Giorgia Meloni, esponendosi oltre il suo ruolo. Doveva, a mio modesto avviso, restarne fuori, e servirsi di un forte e ramificato partito; però, e diciamola tutta, il partito vanta sì il 30% dei voti, non ha una piramide e una gerarchia; e, peggio, non ha punti di riferimento nei territori come c’erano una volta anche nei più sperduti borghi. Per cortesia e cavalleria rinuncio a fare nomi e casi della mia Calabria, dove dico solo che l’attività per il referendum è stata trascurabile.

Il referendum non è una Waterloo, ma può essere una Caporetto. Ed è un bene

Siccome l’esito del referendum non è Waterloo bensì appena un rischio di Caporetto, e dovrà seguire Vittorio Veneto, i non lusinghieri fatti del 22 e 23 marzo scorsi dovrebbero servire da lezione. E lezione rapidissima, se le elezioni politiche da qui a un anno incombono. Urgono due cose che certo non abbondano: l’organizzazione dal vertice alla base; e una battaglia ideale e culturale.

Quanto alla cultura, mi sono espresso più volte, e sarei sinceramente felice se qualcuno smentisse, con argomenti, i miei giudizi di difetto di strutture culturali a destra, ed eccesso di lupi solitari: niente riviste come c’erano mezzo secolo fa; niente film; niente musica. Lo ripeto e dico, e finora non mi è successo che qualcuno rispondesse; e ripeto che o sono io informato male, o non c’è di cui essere informato.

Quanto all’organizzazione, essa dovrebbe obbedire a un’analisi sociologica della comunità nazionale italiana; il che non significa assecondarla nel meglio e nel peggio, significa piuttosto esprimere giudizi morali e politici, e proporre soluzioni; perciò occorre una classe dirigente adeguata per singole competenze.

Infine, ancora numeri alla mano, lancio un appello di natura meridionalistica. Il meridionalismo moderno nacque a destra, e non lo dico solo ricordando i nomi che lo rappresentarono; ma perché esaltava i valori storici e religiosi della Tradizione identitaria. Il tema del Mezzogiorno, invece, oggi è stato abbandonato al materialismo di sinistra, oltre che al dilagare di fandonie. I pochi (più o meno sedicenti) meridionalisti hanno votato No. Il Sud, diciamo grosso modo, ha votato No; e ciò prova, intuitivamente, che manca una politica culturale per il Sud. Non è Waterloo? Certo che non lo è. Urge però assumere subito i provvedimenti atti a festeggiare tra un anno Vittorio Veneto.

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di Ulderico Nisticò - 29 Marzo 2026