Il caso surreale
Il piccolo mondo antico dei magistrati: la querela al “Secolo” e quella sentenza che sa di “geo-giustizia”
La querela, il “Secolo d’Italia” e il direttore “non direttore
La vicenda inizia con un articolo di giornale, questo qui, Il Secolo d’Italia, una querela persa per diffamazione, nonostante rettifiche puntuali e ben evidenziate su una imprecisione riportata: la parte offesa è Tommaso Greco, il padre di un consigliere regionale grillino del Molise, Andrea Greco: i due sporgono insieme denuncia e incassano una sentenza che colpisce però un direttore-fantasma e scarica i suoi effetti sulla persona sbagliata, Antonio Giordano, che oltre a non essere il direttore e quindi il responsabile di quanto scritto (bensì amministratore delegato del giornale) diventa anche “Andrea Giordano”, alla faccia della precisione, in un passaggio kafkiano della sentenza. Ma i convenuti incassano il verdetto e non hanno che da ricorrere in Appello, certi che i clamorosi svarioni del primo grado saranno sanati: ma anche qui – per puro caso – accade qualcosa. Il fascicolo finisce nella mani di una giudice del Tribunale di Campobasso che abita a due passi dai querelanti, in un mondo piccolissimo come quello di Agnone. Lei non rinuncia ma va a sentenza, come relatrice del collegio, si oppone al ricorso contro l’esecuzione immediata del verdetto di primo grado con la condanna al pagamento di 30mila euro (più diecimila di spese legali) e impone la liquidazione immediata della cifra. Ma Giordano, come direbbe Di Pietro, che c’azzecca? Lui non era il direttore ed è dunque innocente.
A parte l’enormità del risarcimento ottenuto, la motivazione della giudice non può non incuriosire. Chi riceverà quella cifra, la parte offesa, Andrea Greco, figlio di quel Tommaso “che aveva cambiato le proprie abitudini quotidiane provando vergogna per quanto falsamente attribuitogli” – per la sua attività di avvocato gode di un reddito tale da poter restituire la somma in caso di ribaltamento della sentenza di merito in Appello (a proposito, non prima del 2029…). Dunque, l’assioma è questo: l’amministratore del “Secolo“, ovvero il direttore-fantasma, secondo i giudici, deve dare subito i soldi, perché chi può sapere se magari non finisce in miseria, ma ci fidiamo di chi li riceve (che comunque non ne ha bisogno in quanto facoltoso) perché nel caso di sconfitta in Appello li restituirà sicuramente. Magari perché è un grillino “onesto”?, ci chiediamo scherzosamente. Ma la questione è seria. E se il pagamento immediato, in attesa di un possibile ribaltone futuro, fosse stato imposto a un poveraccio in difficoltà economiche? Che senso ha questo metodo poco garantista rispetto ai tre gradi di giudizio?
Tutto questo intreccio di comportamenti quantomeno superficiali e incomprensibili non giustificano sospetti o veleni da parte di nessuno, ma una domanda era giusto porla al Csm: c’era conflitto d’interessi per quella giudice concittadina del querelante? I legali del “Secolo“, in attesa dell’Appello, lo hanno chiesto a Palazzo dei Marescialli, dopo aver taciuto la vicenda fino a quando, oggi, un articolo del “Giornale” non l’ha raccontata, in uno di quei “fari” accesi sulle “stravaganze” del sistema giudiziario in vista del voto sul referendum.
Gli argomenti a sostegno dell’esposto al Csm
Nelle argomentazioni dei legali della nostra testata si fa riferimento in primis al nome “non direttore” condannato, Antonio Giordano, oggi deputato di FdI e segretario generale dell’Ecr.
“La qualifica indicata in sentenza non appartiene lui, la condanna si fonda dunque su un’erronea attribuzione di ruolo, in modo del tutto chiaro e manifesto, con diretta incidenza sulla radicale assenza del presupposto della legittimazione passiva processuale…”. La sentenza colpisce dunque la persona sbagliata ma ha conseguenze un po’ più gravi di quanto accaduto in Como-Roma domenica scorsa, quando neanche il Var si era accorto che il calciatore da espellere non era Wesley.
Poi c’è la parte di “geopolitica” o “geo-giustizia” su cui si basa l’esposto: “la relatrice risulta, documentalmente, nata e residente in Agnone, stesso comune dei ricorrenti Andrea e Tommaso Greco, in un contesto territoriale di dimensioni contenute, la probabilità di conoscenza personale o familiare è strutturalmente elevata”, senza dimenticare la “prossimità abitativa“, visto che la relatrice “risiede nella stessa via ove risiede l’attore Tommaso Greco (padre di Andrea Greco, anche lui attore e consigliere regionale della Regione Molise eletto nella lista del “Movimento 5 Stelle), a distanza di ventidue numeri civici”.
Per non parlare delle amicizie del marito della giudice su Fb con i protagonisti della vicenda e incontri vari ad eventi pubblici, ma questo può succedere, in un paesino dove tutti si conoscono… Conflitto d’interessi, legittima suspicione, nulla di rilevante per il Csm? Si vedrà. Di sicuro, al netto della trasparenza di tutti, ma proprio di tutti i soggetti in ballo, dagli offesi ai condannati, dai giudici agli agnonesi, fino alle campane e agli amari post-prandiali, tutto ciò che è accaduto al “Secolo” è da considerarsi lecito. Ma normale, proprio no.
(l’immagine a corredo del pezzo è stata creata con Ia)