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Il patto dello status quo: il fronte del No ha vinto per farsi legare mani e piedi

L'editoriale

Il patto dello status quo: il fronte del No ha vinto per farsi legare mani e piedi

L'Editoriale - di Antonio Rapisarda - 24 Marzo 2026 alle 07:58

Ci vuole coraggio per decidere di governare davvero. E non vivacchiare. Giorgia Meloni e la sua compagine, con la riforma costituzionale della magistratura, lo hanno dimostrato. Si poteva scegliere di stiracchiare la stagione delle scelte tanto attese da decenni, auspicando fantomatiche congiunture internazionali più favorevoli. O fare come altri in passato: pilota automatico azionato in modalità “vincolo esterno”. E invece no: premier e governo hanno voluto proseguire, come da programma elettorale sublimato dal voto degli elettori. Di procedere anche dove nessuno aveva osato: con la revisione, come Costituzione richiede, del sistema giudiziario. Nel frattempo – in alcune sue appendici organizzate e/o ideologizzate – divenuto casta, pericoloso contropotere politico e attore militante. A proposito: a fugare i più lenti e dubbiosi sulla deriva ci hanno pensato ieri i Bella Ciao”, ben poco imparziali e di “garanzia”, intonati dai magistrati nella saletta dell’Anm all’interno nel Tribunale di Napoli.

Con la riforma Nordio non è andata come ci si aspettava. «Occasione persa», ha spiegato con sincerità la premier, non tanto e non solo per la maggioranza e l’esecutivo ma per chi si augurava e si augura ancora – trasversalmente agli schieramenti – un’Italia più moderna perché più giusta. Chi, fra il ceto politico, in queste ore festeggia per la sconfitta del «Sì» al referendum, non ha la benché minima idea del tasso di interesse che dovrà versare nel prosieguo del suo cammino. Lo si è visto plasticamente sul palco dei cosiddetti vittoriosi a Roma: “i dioscuri”, i gran cerimonieri dei tre leader del campo largo, sono stati l’Anpi, la Cgil guardati a vista dalla nebulosa extraparlamentare. Anticipati, tutti, da quel messaggio incredibilmente esplicito – una vera e propria discesa in campo – della Giunta dell’Associazione nazionale magistrati: «Questo risultato non è un punto di arrivo, è un punto di partenza».

A vincere con il referendum, insomma, è stato un Frankenstein: un assemblaggio di umori, istinti, reazioni instillati per mesi nelle piazze più radicali con cui a sinistra pensano di “dar vita” a un progetto. Ad emergere sono state anche – come ha spiegato il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari – le legittime paure «dell’incertezza» di una parte dell’elettorato davanti alla policrisi. Certo, dopo tante batoste, dall’opposizione viene interpretato come qualcosa da cui partire. Ma il vero dividendo politico ricadrà tutto nelle mani delle caste specializzate nella difesa dello status quo: rispetto alle quali la formula politica che sta nascendo a sinistra dovrà necessariamente adattarsi. Dunque feticismo costituzionale (pazienza che la “Carta” sia stata ritoccata e stravolta più volte, con tanto di forzature a maggioranza, proprio dalla sinistra), assistenzialismo e appalto di indirizzo politico-economico al “diritto giudiziario”. Ciò significa che ogni velleità di cambiamento dovrà vedersela con gli interessi e il “particulare” dei seguenti apparati: il massimalismo travestito da sindacato di Landini, la retorica resistenziale ma soprattutto il diritto di veto dell’Anm su qualsiasi provvedimento.

Ci sarà tempo, sempre su queste colonne, per entrare nel merito di questa deriva. E su una sinistra che, pur distante dal rappresentare un’alternativa di governo, non si farà alcuno scrupolo a presentarsi agli italiani come l’ammucchiata del «No» a tutto. Dall’altro lato, nel rispetto del voto e delle indicazioni utili giunte dalla “mappa” dei risultati referendari, sta alla maggioranza e al governo canalizzare immediatamente, nella propria proposta legata al vincolo di voler governare davvero, quelle «incertezze» che nelle mani (legate) di Schlein e Conte hanno un solo sbocco: stagnare nel pantano.

 

 

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di Antonio Rapisarda - 24 Marzo 2026