Dopo 26 anni
“Il Gladiatore” e quella domanda che resta aperta: critica demagogica al potere o manifesto pre-politico?
Massimo Decimo Meridio conquista il pubblico nell'arena, dove interpreta le pulsioni anti-sistema. Ma a valere l'intera visione del film è la scena iniziale, quando è ancora un generale al servizio dell'Urbe: lì c'è il trionfo della forza razionale sull'impeto selvaggio, dell'ordine sul caos, della luce di Roma sull'oscurità
Ventisei anni fa, nel 2000, usciva nelle sale italiane Il Gladiatore. Un film che si inserisce nella lunga e proficua tradizione cinematografica hollywoodiana dei kolossal ambientati nella Roma antica. L’opera di Ridley Scott, già autore di Alien e Blade Runner, ha consacrato Russell Crowe nell’alveo degli attori di caratura internazionale e ha contribuito a rintuzzare l’interesse – a dire il vero mai sopito – verso la romanitas. Ma è un interesse convogliato in modo storicamente corretto? Il Gladiatore riesce a evocare i valori profondi condensati nel vessillo delle legioni romane?
Il passaggio da generale a gladiatore
Il film è potenzialmente straordinario: accattivante la fotografia, appropriato il cast, coinvolgente la vicenda umana. C’è però un germe che ne avvizzisce la carica simbolica. È il germe del populismo demagogico. Attorno alla trama, infatti, si snoda come una pianta rampicante la più classica e banale critica al potere, descritto nei sui vizi di ipocrisia, tradimento e corruzione. Il regista sceglie con cura un preciso periodo storico – quello dell’interregno tra un governo illuminato (Marco Aurelio) e uno degenere (Commodo) – e vi inserisce licenze personali al fine di irrobustire la sua scelta narrativa.
Il protagonista, uomo forte, bello e moralmente retto, sovverte il suo ruolo, smette di servire Roma sui campi di battaglia e finisce per assecondare un astratto senso comune di giustizia all’interno di un’arena. Quella di diventare un divo dei circenses non è una sua scelta, certo, e il suo mutamento emotivo è dettato da ragioni perlopiù personali, non politiche. Eppure, impugnare il gladio con attorno spalti eccitati gli consegna un riconoscimento del “popolo”, del quale diviene così garante. Non più un generale al servizio di un impero, ma un gladiatore interprete di pulsioni anti-sistema. Commodo si trasforma così in emblema di un potere opprimente in quanto tale, mentre il gladiatore è la trasposizione cinematografia di un (involontario) capopopolo capace di infiammare le folle.
La battaglia contro i barbari: un manifesto pre-politico
Ma la scena più entusiasmante dell’intero film è quella iniziale, quando Massimo Decimo Meridio è ancora un generale impegnato in una campagna militare lontano dall’Urbe, al di là del Danubio, a combattere le popolazioni barbare. In questa veste lui è ancora un rappresentante del potere. La battaglia dapprima resa inevitabile dalla consegna del messaggero romano decapitato, poi combattuta con disciplina e infine vinta è un capolavoro cinematografico, ma anche un manifesto pre-politico. È il trionfo della forza razionale sull’impeto selvaggio, della strategia sull’improvvisazione, dell’ordine sul caos, della luce di Roma sull’oscurità. Questa scena iniziale è valsa, a mio avviso, la visione del Gladiatore in un giovedì sera di febbraio dal palinsesto tv quasi monopolizzato dal festival di Sanremo.