CERCA SUL SECOLO D'ITALIA

«Il 7 ottobre è stato un punto di svolta anche sull’Iran: ha trasformato il conflitto locale in scontro regionale». Parla Daniele Ruvinetti

L'intervista

«Il 7 ottobre è stato un punto di svolta anche sull’Iran: ha trasformato il conflitto locale in scontro regionale». Parla Daniele Ruvinetti

A colloquio con l'analista geopolitico di Med-or per capire cause, scenari e possibili esiti della guerra di Usa e Israele con l'Iran, tra situazione interna a Teheran, "proxy", ruolo dei Paesi del Golfo ed Europa

Politica - di Fernando Massimo Adonia - 8 Marzo 2026 alle 07:00

La guerra aperta tra Stati Uniti, Israele e Iran inaugura una fase nuova e pericolosa negli equilibri del Medio Oriente e non solo. Un conflitto che non nasce all’improvviso, ma affonda le sue radici in una lunga contrapposizione strategica e ideologica tra Teheran e lo Stato ebraico. Ne parliamo con l’analista geopolitico Daniele Ruvinetti, della Fondazione Med-Or.

Ruvinetti, che guerra è quella che stiamo osservando tra Stati Uniti, Israele e Iran?

«È un conflitto che ha radici profonde e che non può essere compreso senza guardare alla storia recente del Medio Oriente. Tra Israele e Iran esiste da anni una contrapposizione molto forte, che è allo stesso tempo ideologica e geopolitica. Teheran ha costruito nel tempo una rete di alleanze regionali, spesso definite “proxy”, cioè organizzazioni armate che agiscono indirettamente in sintonia con gli interessi iraniani».

Possiamo ricordare chi sono?

«Certamente. Tra queste troviamo in primo luogo Hezbollah in Libano, gli Houthi nello Yemen e naturalmente Hamas nella Striscia di Gaza. Si tratta di attori diversi tra loro, ma che condividono l’opposizione a Israele e che negli anni hanno ricevuto sostegno politico, militare e finanziario dall’Iran. Va inoltre ricordato che il Medio Oriente è attraversato da una divisione religiosa profonda: la maggioranza del mondo musulmano è sunnita, mentre l’Iran rappresenta la principale potenza sciita. Questo rende alcune alleanze, come quella con Hamas – che è un movimento sunnita – apparentemente contraddittorie ma in realtà basate su un calcolo strategico».

Quanto ha inciso l’attacco del 7 ottobre nell’attuale escalation?

«È stato un punto di svolta. L’attacco del 7 ottobre 2023 ha rappresentato per Israele uno shock politico e militare enorme. Da quel momento Tel Aviv ha avviato una campagna militare contro Hamas che progressivamente si è allargata al sistema regionale legato all’Iran. Prima Gaza, poi Hezbollah in Libano e gli Houthi nello Yemen. L’idea di fondo è che queste organizzazioni costituiscano un unico fronte strategico sostenuto da Teheran. In questo senso Israele ha iniziato a considerare la crisi non più come un conflitto locale, ma come uno scontro regionale».

Perché Israele e Stati Uniti vedono l’Iran come una minaccia così grave?

«Ci sono due motivi principali. Il primo riguarda il programma nucleare iraniano. Da anni Teheran arricchisce uranio e secondo molti analisti l’obiettivo finale potrebbe essere la costruzione di un’arma nucleare. Il modello di riferimento è spesso considerato quello della Corea del Nord: possedere la bomba per ottenere una forma di deterrenza che renda il Paese di fatto inattaccabile».

L’altro motivo?

«Il secondo riguarda le capacità militari convenzionali. L’Iran ha investito molto nello sviluppo di missili balistici e soprattutto nella produzione di droni. Negli ultimi anni Teheran è diventata uno dei principali produttori mondiali di droni militari, che sono stati utilizzati anche in altri teatri di guerra, penso alla guerra in Ucraina. Questi sistemi permettono all’Iran di proiettare potenza militare anche senza possedere una forza aerea paragonabile a quella di Israele o degli Stati Uniti».

L’obiettivo americano è davvero il cambio di regime a Teheran?

«Il cosiddetto “regime change” è una delle ipotesi che vengono discusse, ma va detto con chiarezza che al momento mancano le condizioni perché possa realizzarsi facilmente. Per rovesciare un regime servono generalmente due fattori: una forza interna organizzata e armata, e un sostegno esterno. In diversi casi recenti questo è accaduto. In Libia, ad esempio, le milizie ribelli hanno ricevuto supporto internazionale. In Afghanistan gli Stati Uniti si appoggiarono all’Alleanza del Nord contro i talebani».

E nello specifico iraniano?

«In Iran oggi non esiste una forza interna con queste caratteristiche. Le proteste che periodicamente emergono nel Paese sono composte soprattutto da giovani e civili disarmati e non rappresentano una struttura militare in grado di rovesciare il sistema».

Quindi l’unica alternativa sarebbe un intervento militare diretto?

«Un intervento di terra sarebbe un’operazione di dimensioni enormi. L’Iran è un Paese di quasi novanta milioni di abitanti, con un territorio vastissimo e un apparato militare complesso. Una campagna militare di questo tipo sarebbe probabilmente paragonabile, se non superiore, all’invasione dell’Iraq nel 2003».

Si è parlato anche di un possibile ruolo dei curdi. È uno scenario realistico?

«I curdi rappresentano una componente importante nella regione e in alcune aree di confine tra Iran e Iraq esistono gruppi armati curdi. Tuttavia la loro capacità militare è limitata rispetto alle dimensioni dello Stato iraniano. Potrebbero aprire fronti locali o contribuire a destabilizzare alcune zone periferiche, ma non hanno la forza per determinare da soli un cambio di regime a Teheran».

Qual è quindi la strategia attuale di Stati Uniti e Israele?

«La strategia che sembra emergere è quella del logoramento. L’obiettivo sarebbe colpire progressivamente infrastrutture militari, basi, fabbriche di droni e missili e centri di comando. In questo modo si cerca di indebolire la capacità militare iraniana nel medio periodo. L’idea è che, sotto pressione crescente, l’Iran possa essere costretto a negoziare».

Che tipo di negoziato potrebbe emergere?

«Le richieste occidentali sarebbero molto severe. In primo luogo, la rinuncia al programma nucleare militare. In secondo luogo, la limitazione o l’abbandono dei programmi di missili balistici. Infine, la fine del sostegno alle milizie alleate nella regione».

E l’Iran come potrebbe reagire a questa strategia?

«Teheran è consapevole di non poter competere direttamente con la superiorità aerea e tecnologica di Stati Uniti e Israele. Per questo potrebbe puntare su una strategia indiretta. Ciò significa intensificare le azioni attraverso i propri alleati regionali, creare instabilità nei Paesi del Golfo e colpire obiettivi strategici in modo mirato».

Esiste un rischio attentati in Europa?

«Sì, esiste. Le agenzie di intelligence europee monitorano questa possibilità. Gli attentati legati all’Iran seguono però una logica diversa rispetto al terrorismo jihadista sunnita. Non sono generalmente attacchi indiscriminati contro civili, ma operazioni mirate contro obiettivi simbolici o strategici: ambasciate, infrastrutture energetiche, centri comunitari».

Quanto pesa il ruolo dei Paesi del Golfo in questa crisi?

«È un fattore molto importante. Le economie del Golfo si basano su energia, finanza e commercio internazionale. Colpire infrastrutture energetiche o grandi hub economici significa esercitare una pressione enorme sull’intero sistema regionale».

Quale Nazione potrebbe mediare in una situazione tanto complessa?

«Tradizionalmente alcuni Paesi come Qatar, Oman e Turchia hanno svolto un ruolo di mediazione. Tuttavia, in questa fase lo spazio diplomatico appare molto ristretto. In realtà gli Stati Uniti restano l’unico attore con la capacità di influenzare davvero le decisioni israeliane».

Quali conseguenze può avere questa crisi per l’Europa?

«I rischi principali sono tre. Il primo è energetico, con possibili aumenti dei prezzi di petrolio e gas. Il secondo è economico, con turbolenze sui mercati internazionali. Il terzo, come accennavo prima, riguarda la sicurezza».

Ruvinetti, in ultimo, quali scenari possiamo immaginare nei prossimi mesi?

«Possiamo ipotizzare, molto sinteticamente, tre scenari principali. Il primo – come detto – è un conflitto di logoramento che alla fine porti a un negoziato. Il secondo è un cambiamento interno al sistema politico iraniano. Il terzo è una guerra regionale più ampia, con effetti destabilizzanti per tutto il Medio Oriente».

Nessuno di questi scenari è però semplice da gestire, non trova?

«Esatto. Ed è proprio questa incertezza a rendere la crisi estremamente delicata».

Non ci sono commenti, inizia una discussione

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

di Fernando Massimo Adonia - 8 Marzo 2026