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Manifestanti mostrano la foto di Khomeini e Khamenei

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Gli errori di giudizio degli intellettuali francesi di sinistra su Khomeini e sui Mollah iraniani

Esteri - di Andrea Verde - 9 Marzo 2026 alle 10:56

I principali intellettuali francesi di sinistra mostrarono una cecità totale nei confronti di Khomeini. Un’inchiesta di Guillaume Perrault su Le Figaro racconta come da Michel Foucault a Serge July, pensatori e giornalisti commisero numerosi errori di valutazione sull’Ayatollah e sui Mullah durante la Rivoluzione iraniana.

Nelle settimane successive al trionfale ritorno di Khomeini a Teheran da Parigi, il primo febbraio 1979, iniziò una feroce repressione che colpì innanzitutto tutti gli informatori dell’ex polizia segreta dello Scià, i generali e gli ex ministri. La giornalista Claire Brière, presente a Teheran, testimoniò di aver assistito a linciaggi, massacri, mutilazioni di cadaveri e repressioni di indicibile violenza. Gli islamisti sciiti eliminarono anche tutti gli attivisti di sinistra che avevano collaborato alla cacciata dello Scià. Le donne persero l’emancipazione legale ottenuta sotto la dinastia Pahlavi. Gli omosessuali rischiavano la pena di morte. Una teocrazia oscurantista e ultraviolenta si abbatté sull’Iran.

I media francesi brillarono per cecità nei confronti di Khomeini e dei mullah. Nonostante un numero significativo di giornalisti internazionali avesse denunciato la violenza degli islamisti sciiti, molti intellettuali francesi si mostrarono compiacenti ed affascinati dalla Rivoluzione Islamica del 1978, a partire da Michel Foucault che si recò due volte in Iran e pubblicò sette articoli sul Corriere della Sera e un lungo reportage su Le Nouvel Observateur. Foucault percepì immediatamente il carattere religioso della rivoluzione nascente e fu questo che lo affascinò.

Foucault sembrò affascinato dalle masse in balia dei violenti sermoni dei mullah: avvertì un senso di comunione con la folla e percepì il calore di una comunità riconciliata contro un nemico comune: l’Occidente. “Quando le moschee erano troppo piccole per la folla, venivano messi degli altoparlanti nelle strade e tutto il villaggio, tutto il quartiere risuonava di queste voci, terribili come doveva essere stata la voce di Savonarola a Firenze, o quella degli anabattisti a Münster, o quella dei presbiteriani ai tempi di Cromwell”.

Foucault predisse che l’Ayatollah Khomeini, allora in Francia, sarebbe tornato in Iran e avrebbe preso il potere: questa prospettiva piaceva molto all’intellettuale francese. Foucault, che credeva di aver individuato una violenza nascosta e senza precedenti nella Francia del suo tempo, vedeva nella Rivoluzione islamica un umanesimo in movimento. L’intellettuale descrisse Khomeini come “un vecchio santo in esilio a Parigi” e si mostrò entusiasta dell’ostilità verso l’Occidente. Il governo islamico gli apparve come la promessa di “introdurre una dimensione spirituale nella vita politica: fare in modo che questa vita politica non fosse l’ostacolo alla spiritualità, ma il suo ricettacolo, la sua occasione, il suo fermento”.

Michel Foucault che mal sopportava le critiche, nella rubrica delle lettere del Nouvel Observateur, rispose in maniera piccata ad una lettrice iraniana, in esilio in Francia, che osò contraddirlo. La lettrice scrisse che, pur considerando il regime dello Scià dittatoriale e corrotto, non preferiva certo la teocrazia dei mullah che invece Foucault vedeva con favore. Punto sul vivo, il professore, ridicolizzò le argomentazioni della donna iraniana, bollandole come “irricevibili” ed evitando così qualsiasi ulteriore approfondimento.

Pochi mesi dopo la partenza dello Scià per l’esilio, 16 gennaio 1979, e il ritorno di Khomeini, Foucault rilasciò un’intervista a due giornalisti che, per Libération, avevano seguito le manifestazioni di massa in Iran l’anno precedente, Claire Brière e Pierre Blanchet che avrebbero poi incluso questa intervista nel loro libro Iran, la rivoluzione in nome di Dio, pubblicato da Seuil nella primavera del 1979. I due giornalisti sembravano divisi tra la loro empatia per Khomeini e alcuni eventi a cui avevano assistito, che li turbavano, ma che esitavano a menzionare per paura di indebolire la rivoluzione in corso. In quell’occasione Foucault minimizzò le violente repressioni del regime che aveva aperto il fuoco sui manifestanti causando migliaia di morti.

Dopo Foucault, ci si sarebbe aspettato il sostegno di Jean-Paul Sartre che era solito mostrare un tale fascino per la violenza e le cattive cause (celebre il suo sostegno alla rivoluzione maoista) da annoverarlo tra i possibili simpatizzanti di Khomeini. Ma Sartre, che, all’epoca, era molto malato e sarebbe morto nell’aprile del 1980, aveva ridotto le sue apparizioni pubbliche quando scoppiò la rivoluzione iraniana. Certo, Sartre accettò di presiedere il comitato per la difesa dei prigionieri politici iraniani sotto lo Scià, e, nei primi anni ’60, strinse amicizia con uno studente iraniano residente a Parigi, Ali Shariati, che sarebbe diventato l’istigatore di un riavvicinamento tra i rivoluzionari marxisti iraniani e i mullah radicali. Shariati, morto nel 1977, divenne una figura emblematica negli anni successivi. A Sartre venne attribuita questa affermazione, considerata autentica da diversi accademici come Pierre-André Taguieff: “Non ho alcuna religione, ma se dovessi sceglierne una, sarebbe quella di Shariati.”

Anche i cristiani di sinistra sposarono la causa degli ayatollah. Abituati, ma non rassegnati, a vedere il cristianesimo vilipeso in Francia, guardarono all’islam con grande favore; consideravano che l’islam fosse la religione degli umili e degli oppressi. Alcuni “cattolici di sinistra” si schierarono per una vittoria dell’Islam politico di cui ignoravano la vera natura, ma che avrebbe potuto, secondo loro, portare ad una riabilitazione morale della religione cristiana in Europa agli occhi di coloro che abitualmente la denigravano. Discepolo di Emmanuel Mounier, Jacques Madaule, figura di spicco, scrisse: “Ma chi può dire, dopotutto, se la rivoluzione sciita del popolo iraniano, non apra le porte del futuro all’umanità? Un cristiano deve porsi una domanda del genere” (articolo su Le Monde del 13 gennaio 1979). L’autore e il suo circolo intellettuale furono rapidamente delusi.

Altri intellettuali espressero la loro simpatia per il regime di Khomeini. Jean Baudrillard si rallegrò del fatto che l’Iran dei mullah stesse lanciando “una sfida simbolica all’intero sistema di valori occidentali” (articolo su Le Monde del 13 febbraio 1980). Baudrillard vedeva nell’Islam radicale, rappresentato da Khomeini, una sfida diretta alla “radicale indifferenza” e al “deserto del reale” dell’Occidente. Mentre l’Occidente era immerso nell’iperrealtà e nel consumo, Khomeini incarnava un ritorno a un ordine simbolico radicale che rifiuta la logica del simulacro. E il pensatore continuava, con nonchalance: “Non importa che ciò avvenga al prezzo del ‘fanatismo’ religioso, del ‘terrorismo’ morale o della ‘barbarie’ medievale”. Per Baudrillard, molto critico della società dei consumi, “è vero che solo la violenza di una religione, di un tribalismo che rifiuta i modelli della libera società occidentale, poteva lanciare una simile sfida all’ordine mondiale”.

Khomeini venne descritto come un Gandhi iraniano. Molti giornalisti difesero anche la decisione delle manifestanti di indossare il velo che rappresentava una sfida all’Occidente e il rifiuto di essere considerate dagli uomini come oggetti sessuali. La giornalista Kenizé Mourad incontrò Khomeini, che, durante l’esilio francese, si era stabilito a Neauphle-le-Château e ne rimase affascinata: “Maestoso nella sua ampia tunica grigia e nel turbante nero corvino, quest’uomo venerato da milioni di iraniani, quest’uomo il cui potere fa tremare lo Scià e rabbrividire tutti i leader del mondo, appare allo stesso tempo molto forte, molto determinato anche se molto fragile”. Anche Libération mostrò il suo entusiasmo per la rivolta. Il 2 gennaio 1979, il quotidiano scrisse in prima pagina che i manifestanti prevarranno “nonostante le centinaia di migliaia di vittime”.

Il direttore di Libération, Serge July, si recò personalmente in Iran e scrisse un articolo di due pagine intitolato “Iran: il socialismo sciita dei khomeinisti”. Il sottotitolo rivelò l’intenzione dell’autore: “Un viaggio nel cuore delle organizzazioni di base della rivoluzione persiana: dagli strumenti di liberazione all’attuazione del progetto sociale islamico”. Serge July arrivò a difendere le pattuglie notturne, che erano un’estensione del raggio d’azione della polizia islamica. Grande critico della Crs (polizia antisommossa) di Parigi, Serge July non criticò la “polizia islamica” di Teheran. L’ostilità del quotidiano Le Monde verso il regime dello Scià, da parte sua, lo portò a tacere sui crimini del regime islamico.

Il giorno dopo il ritorno di Khomeini a Teheran, André Fontaine scrisse un articolo intitolato “Il ritorno del Divino”. Fece un parallelo tra Giovanni Paolo II, eletto papa cento giorni prima, e il leader della Rivoluzione Islamica. “Il bisogno di identità, elemento essenziale della dignità, è consustanziale all’umanità”, scrisse Fontaine. Secondo Fontaine “Khomeini propugnava il ritorno alla teocrazia, con l’approvazione di milioni di iraniani convinti che il progresso, sia esso “made in Usa” o “made in Urss”, abbia portato loro meno felicità della distruzione dei loro costumi ancestrali e della messa in discussione della loro identità collettiva”. Con lo Scià in esilio, il “campo progressista” parigino, che era solito ritrovarsi al café Flore e a Saint-Germain-des-Prés, si schierò senza esitazioni a favore dell’ayatollah Khomeini.

Sapendo cosa è successo dopo sarebbe fin troppo facile deridere a posteriori la cecità, involontaria o deliberata, della stampa e degli intellettuali di sinistra. Lodevoli eccezioni furono rappresentate da Le Figaro e da L’Express che denunciarono “il rullo compressore del fanatismo religioso che stava travolgendo l’Iran”, pubblicando resoconti schietti e osando affrontare l’argomento più imbarazzante di tutti: la condizione delle donne in Iran e il rapporto con la sessualità. Nel 1970, un inviato speciale de L’Express assistette ad una scioccante scena d’odio all’interno di un bazar di Teheran. Un gruppo di mullah sputò su una foto della giovane imperatrice Farah Pahlavi, vestita con una divisa da basket, e, indicando le sue gambe, gridò: “Cagna! Puttana!”. In Francia molti si sbagliarono su Khomeini. È quindi giusto rendere omaggio a coloro che non hanno chiuso gli occhi su realtà scomode, che osarono andare controcorrente. Grandi giornalisti, lucidi e coraggiosi furono emarginati e caddero nell’oblio, mentre quelli che seguirono il conformismo dell’epoca furono costretti, venti o trent’anni dopo gli eventi, a riconoscere di essersi sbagliati, senza provare il minimo rimorso.

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