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Gli attivisti iraniani smascherano le piazze di sinistra: «Cosa c’entrate voi? Da chi ci stareste difendendo?»

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Gli attivisti iraniani smascherano le piazze di sinistra: «Cosa c’entrate voi? Da chi ci stareste difendendo?»

Nelle piazze italiane gli attivisti fuggiti dal regime degli ayatollah contestano i cortei pacifisti. Il cortocircuito politico è evidente: chi vive la dittatura chiede libertà, chi vive in Occidente protesta contro chi prova a fermarla

Politica - di Alice Carrazza - 4 Marzo 2026 alle 10:50

«Cosa c’entrate voi sinistri? Da chi ci stareste difendendo?». Non è una domanda. È un rimprovero. Diretto. Secco. Quasi incredulo. A pronunciarlo sono attivisti iraniani davanti al consolato americano di Milano, ieri. Di fronte a loro c’è il presidio organizzato da Cgil, Anpi e Arci. Ufficialmente contro la guerra. Nella pratica contro governo, Stati Uniti e Israele.

La sinistra che contesta pure gli iraniani

Gli iraniani li guardano e non capiscono. O forse capiscono troppo bene. «Americani e israeliani ci aiutano, dopo che 40mila persone sono morte nel nostro Paese. Noi abbiamo bisogno di questo aiuto». Parole che nelle piazze dell’attivismo occidentale suonano quasi scandalose. La risposta infatti arriva immediata: «Sioniste, fasciste. Siete spie della Cia e del Mossad».

Il paradosso è completo. Chi fugge da una teocrazia viene accusato di essere agente dell’Occidente proprio da chi, in teoria, dovrebbe difendere i diritti dei popoli oppressi.

Pacifismo di facciata, intolleranza di giornata

La stessa scena si ripete a Torino. Anche qui gli attivisti iraniani contestano i manifestanti scesi in strada contro l’intervento americano e israeliano. «Dite no alla guerra, all’invasione, ma questa non è una guerra. Quello promosso da Usa e Israele è un aiuto militare per liberare il popolo iraniano». Ma nella grammatica politica di una certa sinistra questo non rientra nello schema. L’Occidente è sempre colpevole. Chi lo contrasta, in qualche modo, merita comprensione. Anche quando si tratta di un regime che impicca oppositori, reprime donne e finanzia terrorismo regionale.

La conseguenza è un rovesciamento quasi grottesco: gli iraniani che fuggono dalla dittatura si ritrovano a dover spiegare agli occidentali che cosa sia davvero una dittatura.

Roma capitale della confusione ideologica

La capitale restituisce la fotografia più nitida della frattura. E non soltanto nelle piazze. Anche nelle istituzioni.

Da un lato si manifesta per un Iran «libero dagli ayatollah». Le adesioni arrivano da mondi politici molto diversi: Fratelli d’Italia, Azione, Italia Viva, +Europa e una parte riformista del Partito democratico. Le bandiere iraniane sventolano accanto a quelle israeliane. I cartelli recitano «Viva lo scià».

Poco lontano, però, un’altra piazza racconta un’altra storia. Centri sociali, Usb, studenti e Potere al Popolo protestano sotto l’ambasciata americana «contro l’aggressione unilaterale all’Iran». Gli slogan cambiano rapidamente bersaglio e diventano domestici: «Diciamo no al governo servitore di Usa e Israele».

E a Montecitorio poi, la distanza tra realtà e ideologia si misura anche nelle scelte parlamentari. Una parte dell’opposizione sceglie, per l’appunto, l’astensione sulla mozione contro l’antisemitismo. Un gesto politico che indigna e pesa, perché nel clima avvelenato di queste settimane rischia di offrire un alibi culturale proprio a quei mondi militanti intolleranti verso chiunque non sia allineato al loro pensiero.

Il risultato è una frattura evidente: tra chi considera la difesa delle libertà un principio e chi continua a leggere ogni crisi internazionale solo attraverso il riflesso antioccidentale.

Le storie che non vogliono ascoltare

In mezzo a questo rumore ideologico emergono le voci di chi il regime lo ha vissuto davvero. Leila Farahbakhsh, designer iraniana che vive a Firenze, ha interrotto un corteo per la pace perché quella pace non includeva le vittime della repressione. «Una volta ero fuori con mio fratello. La polizia morale l’ha scambiato per il mio fidanzato e ci hanno arrestati perché in Iran non si può uscire con un uomo almeno che non sia tuo marito», spiega oggi al Corriere della Sera. Il suo racconto non lascia spazio a equivoci. «Arrestati e giustiziati, come mio cugino che faceva parte del Movimento Donna Vita Libertà in Iran. È stato prelevato da casa all’improvviso, arrestato e poi impiccato».

Eppure anche lei si è ritrovata nel tritacarne ideologico delle piazze occidentali. Da una parte accusata di fascismo, dall’altra trasformata in simbolo utile alla polemica.

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di Alice Carrazza - 4 Marzo 2026