CERCA SUL SECOLO D'ITALIA

Franco Battiato e la locandina del film sulla sua vita

Seguendo la strada maestra

“Franco Battiato. Il lungo viaggio” non parla solo di Battiato: è il racconto di un’Italia che vuole andare oltre la retorica ideologica

Il biopic è stato visto da quasi tre milioni di spettatori su Rai 1 e per chi se lo fosse perso è disponibile su RaiPlay. Vale la pena vederlo, anche per capire che la nostra Nazione deve avere il coraggio di raccontarsi attraverso i propri protagonisti

Cultura - di Lorenzo Cafarchio - 8 Marzo 2026 alle 07:00

Franco Battiato in prima serata su Rai1. Nello zapping compulsivo, ormai quasi esclusivamente da social e da piattaforme di distribuzione cinematografica via streaming, il cantautore siciliano è sbarcato sul canale ammiraglio della Rai per due ore. Due ore di allontanamento dal tedio del ritmo del giorno. Come avrebbe cantato uno spazio per «emanciparsi dall’incubo delle passioni», tornando alle parole di E ti vengo a cercare. Il tempo sospeso e così domenica scorsa, ma il girato è visibile anche su RaiPlay, abbiamo seguito l’attore Dario Aita – Sandrino della pellicola Parthenope – incarnare l’autore del disco La voce del padrone. Ora il pericolo sarebbe quello di cadere nel citazionismo continuo, spasmodico e ricercato per dimostrare una particolare sapienza su Franco Battiato. Certo Franco Battiato. Il lungo viaggio, che è stato anche nelle sale italiane dal 2 al 4 febbraio 2026, può condurci a tutto questo. Eppure dobbiamo seguire la strada maestra, sgomberare il campo dall’eccesso per ricercare l’essenza. Come dite? Certo scovando l’alba dentro l’imbrunire, difficile perché l’atto di cadere nel genere macchietta è una tentazione tanto forte quanto facile.

Quasi 3 milioni di spettatori per il film su Franco Battiato

E il pubblico ha apprezzato. Perché davanti ai teleschermi, il 1° marzo, si sono posizionati 2.961.000 italiani con uno share che ha sfiorato il 19%. Chi si collocava affianco a chi scrive durante la visione è rimasto insoddisfatto dal tentativo di creare, a sua detta, un lungo videoclip della vita del musicista catanese, ma i colori del caleidoscopio di Battiato è lì che esplodono. La danza è cadenzata, il battito cresce con l’evoluzione perché la maturazione dell’artista sono i fili che muovono la cinepresa. C’è il bambino, l’esuberanza della gioventù, le convinzioni e la consapevolezza.

È una partita fatta di assunzione di capacità, un passaggio terreno in cui quello che conta è il limite da superare. «Dunque voi conoscete la mia storia. C’è stata la musica leggera, poi la sperimentazione e adesso è arrivato il momento della divulgazione», dice Aita nei panni del maestro. «Io da oggi ho deciso che farò successo», con questo spartito Battiato si presenta agli anni ‘80. Ma è l’uomo che scrive il proprio destino, l’Amor fati di Nietzsche, la legge che l’individuo redige sulle tavole dell’esistenza. Il filosofo fattosi cantore che con gli strumenti dell’era in cui vive decide di dotarsi dell’avvenire. Ecco l’insegnamento, ecco il richiamo del girato. «Io sono un fantasma post-apocalittico venuto dal futuro» ed è a Milano che trova il proprio compimento.

Il racconto oltre la retorica ideologica

Dopo i lungometraggi Rai su Mameli e su Califano ecco approdare a Battiato e le storie d’Italia, quindi, diventano cellulosa. Certo l’Oceano, quello Atlantico, che conduce agli Usa continua a essere tremendamente vasto – vedere la serie di Aronofsky On this day… 1776 realizzata con l’IA di cui vi abbiamo dato conto qualche settimana fa su queste colonne – ma la nostra Nazione deve avere il coraggio di far cadere la pensante armatura della retorica ideologica, per raccontarsi attraverso i propri protagonisti. E così il finale del ‘900 ci parla di Franco Battiato. Ma le maschere restano e quindi nella claustrofobia della cultura, anche visuale, italiana prendiamoci tutto il buono di questo film. Osserviamolo e custodiamolo, perché le canzoni del musicista di Sicilia sono la messa in melodia della vicenda di questo suolo. C’è la ricerca filosofica, c’è Dio, c’è l’ispirazione, c’è la terra dei limoni, c’è l’individuo venuto “a fermare la latinizzazione della lingua araba”. Ma soprattutto ci sono gli incontri straordinari di Gurdjieff e i simboli del re del mondo di René Guénon. La luce, diremmo iperborea, incarnata dal cinghiale bianco.

Il critico televisivo Aldo Grasso sul Corriere della Sera ha visto, tra le righe, dello humor accidentale. «Tutta la dimensione più profonda – scrive – nonostante gli sforzi mimetici di Dario Aita, finisce per essere espressa solo a parole, anziché filtrare attraverso la scrittura, la recitazione o il montaggio, a meno che non si vogliano intendere i colori acidi e le distorsioni visive come autentici momento introspettivi». Vorrei, ma non posso secondo il giornalista piemontese. «Per questo ogni volta che compare una situazione riconoscibile (casa Gaber, l’ambiente discografico, i rapporti con la nota casa editrice – Adelphi lo diciamo noi, ndr – ecc.), il film rischia di scivolare nella commedia. In particolare, l’insistito rapporto con l’amica Fleur (Elena Radonicich), la prima signora Calasso, raggiunge vertici di comicità involontaria».

Ritrovare Battiato e la sua tensione all’aldilà

Ma questi sorrisi inconsci eppure non si vedono, resta invece il rigore di una vita che nell’orizzontalità degli orizzonti attuali ha scelto la verticalità. La materia che lascia il passo allo spirito. Lo stesso che ha animato il regista Renato De Maria e la sceneggiatrice Monica Rametta. In un’intervista di qualche anno fa al Tg1, realizzata da Vincenzo Mollica, Battiato ripensava a quale canzone lo rappresentava meglio. «Le nostre anime». Mollica gli chiedeva: «Mi puoi dire perché?». «Perché tendo all’aldilà. Tento di andare nell’aldilà, questo è così». Forse siamo troppo giovani, legati al sesso delle immagini, ma possiamo guardare questo film e riscoprire la passione dell’incontro. Cerchiamo, forse, le visioni e quando le incontriamo dobbiamo saperle riconoscere. Chiudiamo gli occhi e Aita è Battiato e così lasciamoci condurre verso nuove mete.

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di Lorenzo Cafarchio - 8 Marzo 2026